sabato 23 maggio 2026

Geoff Bradford: Il seme puro del Blues sulle sponde del Tamigi

Per la rubrica: Archeologia musicale, la storia di un bluesman controcorrente che,  pur influenzando tutti i più grandi musicisti degli anni sessanta del Regno Unito con la sua tecnica musicale, è rimasto nel suo piccolo spazio espressivo, facendolo diventare un punto di riferimento ad alta frequenza. 



Geoff Bredford è un ragazzo serio che ama la musica, studia la chitarra e il pianoforte, ma ancora non ha capito qual è il suo strumento e quale viaggio vuole intraprendere attraverso la musica. Decide di intraprendere un viaggio completamente diverso. A diciassette anni, infatti, si imbarca in marina e rimane fuori casa per tre anni. Uno dei suoi scali più lunghi è quello che fa in Sicilia, dove, probabilmente, entra in contatto con i militari americani di istanza sull'isola e può ascoltare i dischi di Leadbelly, Ligthinin Hopkins, Maede Lux Lewis, Big Bill Broonzy, decide di comprare una chitarra e studiare quel genere chiamato blues. Scopre di essere blues dentro, e come tutti i musicisti blues sa che per suonare bene la chitarra deve riuscire a suonarla come se fosse un pianoforte. Il ritmo e l'improvvisazione del ragtime e il lamento nell'anima. Diventa un virtuoso del finger picking, lo fa suo. Pizzica le corde con il pollice per dare il ritmo e la cadenza, e con le altre dita della mano destra esegue gli arpeggi che intonano le melodie, a volte complesse a volte semplici, sempre a velocità da capogiro. È questo il suo viaggio. Adesso può anche tornare a casa. Rientra a Londra nel 1954, ha vent'anni e può dare inizio alla sua carriera. Con il suo gruppo i Sunrisers, porta il suo blues, il suo rag, in giro sulle due sponde del Tamigi, è riconosciuto come uno dei massimi esponenti; è uno dei pochi a fare quella musica insieme a Cyril Davies. Viene contattato da Long John Bradly per entrare a far parte della sua band gli Hoochie Coochie Men. Il progetto lo interessa e si unisce alla band, ma l'esperienza dura soltanto il tempo di un solo album, "Long John Blues" del 1965. Non è quello il suo viaggio. Si trova in un momento della sua vita in cui, molto serenamente, ha compreso, con tutta la sua essenza, il tipo di arte che vuole esprimere, forse è un tradizionalista legato alle radici o forse è un conservatore, ma è quello il viaggio che vuole fare e non gliene frega niente di perdere treni importanti per la storia, perché, molto più semplicemente lui è un purista del blues. Così quando suona alla Round House ed entra in contatto con Alexis Korner, ha la possibilità di entrare nella Blues Incorporated, ma non è quello che gli interessa. La musica si evolve, il mercato richiede suoni più duri, elettrici. Il suo amico e collega Brian Jones, con Mike Jegger hanno intenzione di mettere su una band in grado di proporre un nuovo sound, anche in quel caso lui rifiuta l'offerta di entrare a far parte di quelli che saranno l'icona di questo genere musicale nel mondo, i Rolling Stones. Non segue la strada tracciata da John Majall o da Eric Clapton e i Cream, Jimmi Page e Led Zeppelin, non è quello il suo viaggio, anche se ognuno di questi grandissimi musicisti, in qualche modo, gli è debitore. Chi ha approcciato alla chitarra blues in quegli anni è passato per la sua tecnica. Geoff è rimasto lì, nel suo centro, per il resto della sua vita, con la fortuna di averlo scoperto fin da ragazzo, e così il suo viaggio è stato lungo e ricco di soddisfazioni anche se il grande pubblico non si è accorto mai di lui. Forse è stata una sua scelta consapevole ma il suo talento cristallino è in grado di emozionare qualsiasi ascoltatore.







sabato 9 maggio 2026

Il rimedio dell'ombra

Per la rubrica PHARMASONG, la canzone che nasce dal ricordo degli incontri quasi quotidiani con una coppia singolare che frequentava la farmacia in cui lavoro. Lui era un uomo segnato da un evidente sovrappeso e da una patologia alla schiena talmente grave da impedirgli i normali movimenti; per questo motivo, usava una bicicletta come unico mezzo per spostarsi. Lei lo seguiva sempre a piedi, restando un passo indietro mentre lui pedalava. Era una donna che portava i segni di un passato di bellezza, ormai sfigurata dagli esiti di un incidente e afflitta da crisi epilettiche che ne minavano la coordinazione motoria,  tanto da renderla incapace di assumere autonomamente le proprie medicine. Ciò che più mi colpiva, provocandomi un profondo senso di disdegno, era il modo in cui lui la trattava: la rimproverava e la maltrattava spesso, anche davanti agli altri. Tuttavia, quando lei venne a mancare a causa di una crisi epilettica più violenta delle altre, quell'uomo cambiò. Nelle sue frequenti visite in farmacia, mi confessava con disperazione quanto lei gli mancasse. Pochi mesi dopo, anche lui lasciò questo mondo. Questo epilogo mi ha spinto a riflettere: forse, dietro quel legame fatto di asprezze e sofferenza, si celava una forma d’amore.


Il rimedio dell'ombra 


Dimmi dove ti nascondi, Amore, dimmi.

Forse dietro la maschera deforme di lei, 

bellezza che ha perso ogni scommessa con la vita,   

che con passi tremanti insegue il suo uomo,

scossa elettrica che riannoda il destino spezzato.

O sotto le gomme della bici, sgonfie per il peso di lui,

carcassa che ha perso ogni speranza di risalita,  

con il suo sfigurante insulto si assicura 

che lei, pur caracollante, rimanga in scia. 


Forse ti nascondi in mezzo al grasso della catena, 

ogni giro è un lamento che rinnova la recita, 

sull'asfalto e sul cemento, sotto le luci del quartiere, 

di due rovine che si muovono libere nel mondo, 

e non sanno come chiamare la loro prigionia.


Dimmi dove ti nascondi, Amore, dimmi. 


Mi nascondo, sì, mi nascondo negli angoli bui, 

tra i respiri assonnati e le dita insonni di lui. 

Lei gli accarezza la schiena senza tremare.

Lui le dice una frase che sembra un insulto 

che ha il sapore di un letto rifatto, un segreto, 

nel petto sepolto, che sigla il loro baratto.

Mi celo nel giorno che imbruna, in un raggio di luna, 

quando lui le pulisce con la mano inopportuna 

quella piaga che si perde tra le linee del palmo. 

Si scambiano colpe in un rito privato 

nel gemito di un solo dolore che cammina alle porte 

della morte, in un unico, eterno peccato.


Mi nascondo, sì, tra croste di sogni e di pane,

che sgualcisce la pelle e neri lacci ai polsi pone,

da sciogliere per farle spazio sul suo cuscino. 

Lui le bacia la cicatrice sul volto strappato 

con la stessa cura che avrebbe un boia 

che sente il bisogno di chiedere scusa.

Mi velo nell'ombra di un cielo senza più stelle, 

perché solo chi è infranto conosce l'incastro 

di chi è scheggiato sopra e sotto la pelle.

Lei poggia la testa su quel ventre gemente

Lì, lei non trema, lì, lui non sa più gridare, 

si scambiano il fiato, un muto soffio guarente.