domenica 30 novembre 2025

Preziosa compagna

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autore (anche dialettale) Stefano Ambrosi, sul potere della poesia di creare emozioni, di essere una fedele compagna a prescindere dai versi e tanto altro...


Stefano Ambrosi in arte Zac è nato a Roma il 26 marzo del 1959. Comincia a scrivere per gioco e, nel 2003, con la poesia Ciao Arbè de- dicata ad Alberto Sordi (tratta da Dissertare In Poesia) vince il primo premio Susanna Tinaglia. È presente nelle antologie: Io Scrivo (Perrone ed.), Il Resto È Poesia (L.&C.), Semo Gente De Parola (Accademia Romanesca, 2012), Il Canto Delle Pleiadi (Regione Mar- che 2023). Con la poesia La Maschera, poi musicata da Marcello Can- zoniere, arriva in finale all’Ottobrata Romana del 2006. Scrive an- che le canzoni: Ninna Nanna Della Guera a Modo Mio, Le Maschere, che viene premiata nel concorso: Roma D’Autore e D’Artista organiz- zato dal FUIS il 15/12/2023, Donna Di Sabbia. Queste ultime due sono presenti come testo e come ascoltabili su questo libro. Pubblica: Poe- sie De Scopa (L.&C. 2008), Freghèide (2012) un poemetto osé in stram- botti romaneschi; Garbatella: Passeggiata Poetico- Romanesca (2020). 

Quando ti sei accorto che la poesia per te è un'importante forma di comunicazione?

Fare poesia è non permettere al tempo di smarrire un pensiero, nasce se c’è un grande bisogno di capire e dire nello stesso momento ma è quando poi, effettivamente, arriva a strappare qualche lacrima che non era stata messa a conto che potesse uscire, che se ne comprende il grande potere comunicativo.

Che rapporti hai con la poesia? 

Io parlo poco, non sono un tipo molto loquace, in questo la poesia è d’aiuto, è di grande compagnia, un’amica fidata alla quale riconosco una qualità preziosissima: è chiarificatrice e in molti testi meta-poetici l’ho confessato.

Poesia è soprattutto lavorare con la parola. Quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico? 

La parola ha sempre contato molto in qualunque periodo storico. In questo dove l’abuso telematico è dietro “L’angolo” o in agguato dentro ogni workstation a scapito del diritto alla privacy e nell’inosservanza degli articoli 615 e 640 ter del codice penale, occorre sempre avere comunque il coraggio della parola. Siamo ancora in libertà di stampa ma

La libbertà è cara e pretenziosa, 

però ce devi mette li paletti 

perch’è legata a cosìtanti aspetti,

che ognuno cià la sua, bella e preziosa.

De libbertà peccùi ce ne sò a josa! 

Si un su-misura vòi, che se rispetti, 

devi provalla toje li difetti

e solo doppo fà er paino in posa.

Ma ’ndo comincia e ’ndo annerà a finì 

la mia e la vostra si nun c’è er giudizzio 

che soprassiede a dì: Termina qui?

Allora se oprirebbero le gare

e ognuno a ricercà vento propizzio 

potrebbe fà e strafà come jepare.

La poesia si immola alla parola ma sa benissimo di esistere anche senza di lei. La stessa differenza che c’è tra la poesia che si vive e quella che si scrive: sono nutrite da bisogni differenti.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale? 

L’intelligenza artificiale non ha un pensiero proprio, non ha emozioni ma tantissime parole che per essere estrapolate nel giusto modo hanno bisogno di domande precise e mirate. Però non possiamo vivere nella paura. Camminiamo a fianco della tecnologia da lungo tempo e molte diffidenze le abbiamo superate consideriamo l’I.A. come una amica. Facciamole fare la bassa manovalanza. Esempio: scrivo una poesia, poi scopro che è talmente musicale nel leggerla che trovo la melodia, ma come faccio a salvarla se non conosco la musica? Semplice, I.A. ti aiuta con una applicazione, così non c’è competizione ma collaborazione. Mio il testo, mia la linea melodica, voce e arrangiamento dell’I.A.

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più?  Ce ne vuoi parlare? 

Ogni pubblicazione ha dietro un grande lavoro di studio. La mia prima silloge di poesie è stata pubblicata nel 2008 con Lettere Caffè e Cromosema prefazione di Agostino Raff nostro mentore da sempre. Dal titolo “Poesie de scopa” fu pubblicato con il patrocinio morale del Comune di Roma e dell’Azienda Municipalizzata Ambiente. Dopo assidue frequentazioni del Centro Romanesco Trilussa e dell’Accademia Romanesca e grazie ad un amico comune Enrico Pagliasso in arte Cony Ray nel dicembre del 2012 pubblico come Editore indipendente un poemetto erotico in strambotti romaneschi dal titolo “Freghèide”A febbraio del 2020, sempre come Editore Indipendente, per il centenario della nascita della Garbatella pubblico “Grabatella: passeggiata poeticoromanesca”con prefazione di Cony Ray. Le copie andarono a ruba senza avere avuto il tempo di fare neanche una presentazione. Ma il libro dove mi riconosco di più è l’ultimo, pubblicato nell’ottobre del 2024 “Tutte a memoria”. Auto-edito con prefazione di Enza Li Gioi. 61 poesie. Alcune in italiano altre in vernacolo romanesco che hanno tutte la stessa caratteristica: sono state imparate a memoria e declamate al Poetry Slamm (con due emme) di Lettere Caffè a San Francesco a Ripa 100, nei lunedì poetici condotti da Claudia D’Angelo. Un libro che racchiude anni di frequentazione con l’amore e la costanza avuta di imparare una poesia a memoria a settimana.


La poesia  può ancora comunicare con le nuove generazioni? 

Io credo che la poesia accompagni ciascuno di noi qualsiasi percorso di vita venga intrapreso. Che poi si riversi su un foglio bianco per farsi leggere in versi è relativo. Perché la poesia è un bisogno umano a prescindere da vecchie o nuove generazioni. Questo perché la poesia è un grande tesoro scoperto del quale continuiamo la ricerca.






domenica 16 novembre 2025

Scott LaFaro: Quella maledetta voglia di dialogare

Per la rubrica: Archeologia musicale, l'esatto momento in cui, alla metà degli anni cinquanta nella scena jazz, il contrabbasso si emancipa da semplice strumento di accompagnamento e incomincia a brillare di luce propria. 



Il contrabbasso ha sempre avuto un ruolo di accompagnamento agli altri strumenti, a sostegno della batteria. Nel Jazz ci sono stati e ci sono ancora grandi contrabbassisti, che hanno un bel senso del tempo, un bello swing, con la personalità e il feeling necessario a supportare il brano musicale in esecuzione, facendo in modo che non scenda il livello della base mentre un sax si lancia in un assolo, o il piano o la chitarra improvvisano fraseggi astratti. Scott LaFaro era uno di quei musicisti dotati di questa personalità e di questo sentimento, ma riuscì anche ad andare oltre. Fu il primo contrabbassista con una tecnica tale da poter sovvertire le partiture e iniziare ad usare un linguaggio simile a quello degli strumenti "nobili". Iniziò a improvvisare pizzicando con passione le quattro corde, scrivendo frasi melodiche complesse in grado di dialogare allo stesso livello con strumenti quale il piano o il sax. Dopo di lui il contrabbasso non sarà più lo stesso di prima. Bill Evans rimane folgorato dal suo talento e con lui instaura una sintonia totale, tanto da presentare un trio, con il batterista Paul Motian, in cui i tre strumenti hanno la stessa importanza, ed è la prima volta in assoluto nell'ambito jazzistico, sia dal vivo che nelle incisioni, che il contrabbasso non figura come semplice accompagnatore. E pensare che il contrabbasso non era neanche il suo primo amore musicale. Figlio di un musicista di chiare origini italiane, il suo nome completo è Rocco Scott La Faro, o Lo Faro, ma lui amerà firmarsi come Scott LaFaro. Nato a Newark ma trasferitosi con la famiglia a Geneva, respira e s'impregna di musica fin da bambino. Suona il piano, ma a meno di sedici anni sa esprimersi perfettamente con il sax e il clarinetto. La propensione verso l'arte lo porta ad esibirsi nei locali notturni della sua città dove inizia l'amore per il contrabbasso. Per un periodo suona in un complesso che propone prevalentemente R'n'B, ma non è il suo genere. Si iscrive al college ma non è la sua strada. Un incidente sportivo, che gli procura una ferita al labbro, gli impedisce di esercitarsi al sax per qualche settimana e per lui è drammatico, perché ogni attimo è fondamentale per allenare l'estro. Ma il suo periodo di disorientamento non dura molto, nel 1956 conosce Chet Baker ed entra a far parte del suo quintetto. Scopre che il jazz è il suo genere e il contrabbasso il suo strumento. La frequentazione di musicisti più esperti gli permette di affinare la sua tecnica, sviluppando una notevole precisione d'intonazione e arricchendo il frasario improvvisativo. Il suo talento ben presto lo mette in risalto e dal 1957 inizia un vorticoso periodo di collaborazioni che lo vede suonare accanto a quasi tutti i più grandi jazzmen di quegli anni, riuscendo ad imporre ad ognuno di loro la sua maledetta voglia di dialogare a livello musicale e di non figurare mai come un semplice comprimario. Registra "Latinsville!" con Victor Feldman. Partecipa alla registrazione dell'epocale "Free jazz" di Ornette Coleman. Suona nelle orchestre di Pat Moran, Stan Getz, Stan Kenton, Tony Scott, Benny Goodman solo per citarne alcuni. La sintonia maggiore, ovviamente, la prova con Bill Evans, che appena lasciato il quintetto di Miles Davis, può così proporre la sua idea di jazz, in cui gli strumenti sono tutti protagonisti allo stesso modo, con Scott appunto e Motian alla batteria. Scott grazie alla sintonia instaurata con Evans e Motian può mettere a punto la sua teoria di composizioni simultanee che porteranno alla produzione di tre album considerati capolavori del genere: "Portrait in Jazz" del 1959 e nel 1961 "Sunday at the Village Vanguard" e "Waltz for Dabby" in cui compaiono le uniche composizioni realizzate dallo stesso Scott. Quando Bill Evans riceve la notizia dell'incidente stradale che toglie la vita a Scott, rimane talmente scosso che non riesce a suonare per un anno. È il luglio del 1961 e Scott ha soltanto venticinque anni. La sua vita è bruciata in fretta così come ardeva potente il suo genio che in un brevissimo lasso di tempo è riuscito a cambiare il modo di suonare il contrabbasso per sempre.








domenica 2 novembre 2025

Linguaggio distillato

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Sara Bini sulla capacità trasformative della poesia, sulla sua potenza di raggiungere gli animi affini, su come possa elevarsi a forma di catarsi e tanto altro…
                             

Sara Bini è una poetessa, cantautrice e counselor a mediazione artistica. Nel 1997 ha pubblicato la silloge di poesie “Sehnsucht –Nostalgia dei Senza Terra”, con cui ha vinto il primo premio al Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa “Cinque Terre”, nel settore Silloge Edita. Nel 2019, con Lilit Books, è uscito il suo saggio “I figli di Lilith. Un tributo a Isolde Kurz e al Divino in ogni donna”. Nel 2022 ha pubblicato “Suono, Scrivo, Creo e Canto”, un saggio sulla creatività e sul songwriting. Sempre lo stesso anno, con Delta 3 Edizioni, ha fatto uscire la sua silloge poetica ‘Ultrafania’. Nel 2024, con Interno Libri, è uscita la sua sua raccolta poetica “Cristalli” e nel 2025, Transeuropa Edizioni ha pubblicato la sua raccolta di liriche “D’inCanti diVersi’ nella collana ‘Nuova Poetica’. È autrice del blog “Nostalgia dei Senza Terra”, e sul suo omonimo canale YouTube si possono ascoltare alcune delle sue poesie e canzoni.

Riferimenti social: Blog: www.sarabini.blogspot.com 

Canale YouTube: https://www.youtube.com/@SaraBini

Instagram: Sara Bini Songwriter

La Via della Poesia 

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Molto presto. Ho scritto la mia prima poesia a otto anni, osservando la fiamma di una candela. Penso di aver intuito quasi subito che, in primis, la poesia rappresentava per me la via di comunicazione privilegiata con la mia parte più nobile, elevata ed eterna. Di conseguenza, è diventata il medium privilegiato per connettermi con le anime affini, coloro che hanno una sensibilità simile alla mia e si riconoscono in questa forma espressiva. La comunicazione è sempre una questione di codici e frequenze, più siamo sintonizzati sugli stessi ‘canali’, meglio ci si comprende. Nella maggior parte dei casi, la poesia è linguaggio distillato: tanta informazione (emotiva, cognitiva, spirituale) compressa in poche parole o suoni. Il risultato è che il messaggio assume una maggiore forza di penetrazione, impatto e potenza.

Che rapporto hai con la poesia? 

La poesia è una delle mie poche certezze: è una forma di Presenza, nel senso più alto del termine. Si fa carico dei miei abissi e li trasmuta in splendori. Non può risolvere le tempeste o le sofferenze della vita, ma le può cantare in bellezza. Questa è già una forma di catarsi e redenzione. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La parola un tempo aveva un valore sacrale e creativo, basti pensare a tutte le cosmogonie che iniziano con l’emissione di un suono da parte di una potenza divina. Adesso, in un’epoca in cui si privilegia l’apparenza, la parola perde la sua connessione con la verità essenziale e diventa facilmente strumento di divisione e manipolazione. Un esempio di questo è il continuo conio di etichette e categorizzazioni che facilitano la polarizzazione degli animi e l’identificazione emotiva con un ‘gruppo’. Al giorno d’oggi, occorre affinare la percezione per intuire la qualità delle intenzioni e delle motivazioni celate nei bei discorsi e verificare gli esiti, spesso distruttivi, che essi in realtà producono. 

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Questa domanda si aggancia idealmente alla conclusione della mia risposta precedente. Se leggiamo poesie o ascoltiamo canzoni scritte dall’intelligenza artificiale, da un punto di vista formale possono risultare assai migliori di quelle che potrebbe creare un essere umano ordinario. Ma a livello di contenuti e di calore emotivo? Può una macchina o un algoritmo riprodurre quel guizzo di genio che capovolge la prospettiva ordinaria su un dato argomento o su una determinata situazione? Può una macchina generare emozioni e trasmetterle? L’intelligenza artificiale compete con quella naturale solo se noi perdiamo la nostra umanità, perfetta nella sua meravigliosa imperfezione, anestetizzando il nostro sentire e il nostro pensare.

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Per quanto riguarda la poesia, la mia ultima silloge, “D’inCanti diVersi” è forse l’esito più compiuto di tutta la mia produzione, e non solo perché è l’ultima creazione in ordine di tempo. D’altro canto, reputo la mia opera più riuscita il poemetto ‘Con-Passione’, che ho scritto nel 2005 a 27 anni e che ha avuto una genesi, per me, ancora fonte di mistero. “D’inCanti diVersi”, invece, incarna o “in-carta” la piena consapevolezza del mio stile e dei miei strumenti di poetessa, maturati in quarant’anni di sperimentazioni e ispirazioni. In questa raccolta, l’esperienza di vita e la padronanza tecnica hanno raggiunto una maturità espressiva che coniuga in modo molto limpido pathos e logos, sentimento e plasticità formale.

                                   

La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Grazie al mio lavoro e agli ambienti che frequento, ho avuto il piacere di scoprire che diversi adolescenti scrivono e leggono poesie. Per chi di loro non ama questo genere, mi chiedo quanto, a scuola, noi insegnanti siamo capaci di trasmettere quel fuoco che ha animato i grandi poeti di ogni tempo. Nonostante io fossi già predisposta alle materie umanistiche, devo comunque ringraziare quei professori e quelle maestre che hanno saputo alimentare in me l’amore per la lettura, la letteratura e la corrispondenza ideale con i poeti di ogni epoca e luogo. Credo che la Poesia continuerà sempre a parlare agli animi svegli e pronti, a dispetto dell’età anagrafica. Non smetterà di bussare anche alle porte degli spiriti “assonnati”, aspettando il momento giusto per poter entrare e consegnare i suoi doni e i suoi misteri.