domenica 28 dicembre 2025

Quell'anima speciale

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Annalisa Lucini, sugli amori che non si concretizzano e su quelli che nascono, sulle intenzioni e sulle scelte che determinano l'esistenza e sulla dualità che la Poesia può creare ma anche sciogliere e tanto altro… 


Annalisa Lucini, avvocato e poetessa. Ha pubblicato per la poesia: Dannazione di donna perbene (Eretica edizioni). Ha curato per la collana universitaria eCampus «Bridging» il volume Enzo Siviero Human Bridges Ponti Umani. È stata nella giuria nel Concorso Nazionale Zeno. Membro di redazione del quaderno elettronico di critica letteraria «Retroguardia» e del Lit-blog «Finestre». Suoi inediti sono presenti nel Lit-Blog «Gruppo Scrittori Firenze». Scrive saltuariamente sulla rivista «Galileo». Suoi versi, tradotti in cinese, fanno parte di alcuni progetti della Scuola di Poesia Enciclopedica. Dal 2025 scrive con Ginevra Sanfelice Lilli sulla rivista nazionale Your Time by L’Orologio.

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?

Avevo quattordici anni ed ero innamorata di un ragazzino della scuola. Lui, più grande, proprio non mi notava. Poi un amico di famiglia -giornalista- mi ha regalato un libro di poesie di Jacques Prévert con testo francese a fronte. Ho cominciato a fare come Pollicino: seminavo ogni tanto versi su diari, quaderni, lavagne e scriverli, in francese, mi imbarazzava di meno che scriverli in italiano. A quell'età non hai percezione di te stesso e pensi che se il contesto si accorge dei tuoi sentimenti potresti essere deriso. L'insegnante di francese notò quei versi sparsi e ricordo una lezione dedicata ad alcune poesie di Prévert. Quell'amore non si è mai concretizzato ma credo di essermi accorta allora della potenza comunicativa della poesia.

Che rapporto hai con la poesia?

Un rapporto di "sorellanza". Nel senso che Annalisa (A) sta alla poesia (P) come una sorella/fratello (S) sta alla sua famiglia (F). A:P= S:F. Questo comporta una relazione stretta, viscerale e anche complessa. Se sono distratta dagli stimoli esterni dimentico le ricorrenze, mi presento tardi agli appuntamenti, mi astengo da lettura e scrittura. Se ho necessità di casa per ritornare nel nucleo fondamentale, sparisco agli occhi del mondo e dedico alla poesia ogni momento.

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La parola è tutto. La utilizziamo per diversi scopi e il poeta -più di altri- ne comprende la forza evocativa, declinandola in base a ciò che vuole comunicare. Mondo, sii, e buono;/ esisti buonamente… Inizia così una poesia di Andrea Zanzotto intitolata Al mondo e contenuta nella raccolta "La beltà" del 1968. Venire al mondo, essere buono e esistere buonamente sono caratteristiche ben distinte. C'è un inizio, un'intenzione e poi ci sono scelte ben precise di vita, per esistere buonamente. Tutti elementi che -come la parola- sono espressioni della vita quotidiana che è immersa anche nel virtuale. Per questo bisogna sempre saper scegliere la parola giusta e individuare quel confine che è la nostra salvezza dall'abuso telematico. Alla parola, talvolta bisogna frapporre silenzio, pausa, interruzione, introspezione. Solo così -forse- continueremo ad esistere buonamente.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Credo sia una questione di intelligenza. Umana non artificiale. La parola è sempre al centro e interagisce con l'intelligenza artificiale in una relazione strumentale. Qualche tempo fa un'amica mi raccontava che nella fase preparatoria di un progetto di gruppo, è venuto fuori che la bozza era stata palesemente realizzata con l'intelligenza artificiale. Individuati gli elementi inconfutabili di questa "scorciatoia", i lavori sono ricominciati con l'ammonimento a tutti i presenti di non fare più una cosa del genere. Anche a scuola, se qualcuno copiava di sana pianta da un testo scolastico veniva smascherato. Cosa è cambiato rispetto a ieri? La tecnologia. E bisogna utilizzarla con buon senso. Si può scrivere una poesia con Chat GPT, è vero, ma non si potrà mai donare alle parole quell'anima speciale che soltanto l'ispirazione umana sa. E un'ispirazione fasulla, prima o poi si palesa da sola. Sempre.

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Mi riconosco in ogni cosa che ho scritto e non rinnego nulla. Ho lesionato la mia coscienza di laceranti giorni./Strappi violenti, progenie di procurati danni, questo uno dei versi di Cocci rotti che apre Dannazione di donna perbene, mia opera prima edita, nella quale ho espresso le contraddizioni del demone angelo che si cela nella percezione del sé nel mondo interiore e nella spazialità. Uno spazio che è contemporaneamente tópos e non-luogo. Nella dualità alla quale, ormai, appartengo c’è sempre l'invettiva della poetessa alla donna e, in questo sdoppiamento esistenziale, sono le parole a svelare: Dannata me, Macerata anima solitaria./ Butto via ogni cosa persa e ritrovata/prima del suo innato deteriorarsi. Sul concetto di "riconoscersi" potrei dire moltissimo. E-Noi-Cosa-Siamo? Scrivevo qualche anno fa nella raccolta inedita Lilac Wine che, dopo un importante riconoscimento nazionale, non ho avuto il coraggio di pubblicare. Ma questa è un'altra storia… Italo Calvino nelle sue Lezioni americane ha scritto che siamo “un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Dunque oggi Annalisa è questo: il verso iniziale di un suo fraseggio, in viaggio per vedere luce: Mi cullò,/ sconosciuto utero retroverso/ in dondolii lievi a precedere/ l’affiorare lieve.


La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?

La Poesia “deve” comunicare alle nuove generazioni. Questo per effetto di un processo generativo che non può arrestarsi. Conosco alcuni giovani poeti dei quali apprezzo carisma e ispirazione e comprendo molto bene lo scollamento esistente tra le diverse generazioni poetiche. Si dovrebbe trovare sempre il modo per creare varchi tra vecchie e nuove generazioni, progetti comuni, momenti aggregativi… In primis è una questione di volontà, poi può entrare in gioco anche la caparbietà nel tentare di rompere schemi e arroccamenti. Solo così non rischieremo mai di perdere il filo di Arianna.



domenica 14 dicembre 2025

Duane Eddy: Una firma inconfondibile

Per la rubrica: Archeologia musicale, il momento in cui il rock’n’roll inizia a prendere nuove forme grazie ad artisti che amano sperimentare con gli strumenti. 



C’è un suono, legato ad un modo particolare di suonare la chitarra elettrica, che fa parte della storia del Rock and Roll e che quando arriva alle orecchie, con il suo ritmo dondolante e avvolgente, sembra che esista da sempre, o per lo meno da quando è nato questo genere musicale. Una tecnica stilistica chiamata Twangy, caratterizzata da un arpeggio che esalta l’ampiezza vibrante delle corde basse della chitarra, attraverso un ricercato modo di usare l’elettrificazione che aumenta il riverbero e l’eco. Il creatore di tale tecnica è Duane Eddy, talentuoso musicista proveniente da Tucson e accasatosi in Arizona, che affida le sue qualità artistiche al produttore Lee Hazelwood, grande esperto delle tecniche acustiche che, per rafforzare l’effetto eco, porta il chitarrista a registrare all’interno di giganteschi contenitori metallici per liquidi. Così nasce Movin’ n’ Groovin’ nel 1958, brano intenso, trascinante e che grazie al suo sinuoso sound mette una gran voglia di ballare, conquistando in breve tempo le vette delle classifiche. Duane ha soltanto vent’anni quando è già famoso come Elvis, ma la sua voglia di fare Rock ‘n’ Roll risale a molto tempo prima, e la sua passione per la chitarra a quando aveva soli cinque anni e si divertiva ad emulare i suoi idoli musicali. Sempre dello stesso anno è Rebel Rouser, altro fondamentale brano che mette in contatto il musicista con le sue radici Country; l’impatto di questi brani sul mondo musicale è devastante, influenzando a livello espressivo tutta la generazione della Surf Music, o chitarristi di importanza storica come George Harrison o Jeff Beck. Sull’onda del successo, della sua musica e del suo stile, la produzione prende una velocità vertiginosa, con le registrazioni nel giro di pochi mesi di brani come Ramrod, Cannonball o Forty Miles Of Bad Road. Nel 1959, inoltre, viene incaricato di eseguire la colonna sonora del film “Because They’re Young”, che si rivela un’altra tappa fondamentale della sua carriera artistica, immortalando l’iconografia che appartiene all’immaginario degli anni cinquanta negli States- Cadillac, brillantina sui capelli, gioventù turbolenta- in un ritmo Rockabilly. Il suo periodo d’oro sembra inarrestabile e a confermare il gradimento arrivano pezzi in rapida successione come Yep, Shazam!, o la sua interpretazione di Peter Gunn, e nel 1962 (Dance With The) Guitar Man. Quando nulla sembra poter fermare la sua ascesa, con la minaccia della British Invasion che incombe sul mercato musicale americano, è lui stesso a cambiare le carte in tavola rivoluzionando la sua proposta artistica. Gli album della metà degli anni sessanta infatti lo vedono impegnato a sperimentare altri linguaggi, prediligendo la forma acustica o reinterpretando brani di autori che apprezza, come nel caso di Bob Dylan, cercando di coglierne la poesia compositiva strumentale al di là dei versi. Negli intervalli di tempo si concede delle parentesi dedicate al cinema con interpretazioni anche di rilievo. La sua carriera prosegue così per tutti gli anni a seguire, con produzioni e collaborazioni musicali sempre di altissimo livello e tributi e riconoscimenti che piovono copiosi. Quando qualsiasi chitarrista sale sul palco ancora oggi e imbraccia la chitarra, basta soltanto che le sue dita sfiorino soltanto una corda a far vibrare la prima nota alla maniera di Duane Eddy, per far scattare la magia; il suo sound si materializza all’istante attraverso la firma inconfondibile per dare forma al Rock ‘n’ Roll e per ricordarcelo nei secoli dei secoli. 









domenica 30 novembre 2025

Preziosa compagna

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autore (anche dialettale) Stefano Ambrosi, sul potere della poesia di creare emozioni, di essere una fedele compagna a prescindere dai versi e tanto altro...


Stefano Ambrosi in arte Zac è nato a Roma il 26 marzo del 1959. Comincia a scrivere per gioco e, nel 2003, con la poesia Ciao Arbè de- dicata ad Alberto Sordi (tratta da Dissertare In Poesia) vince il primo premio Susanna Tinaglia. È presente nelle antologie: Io Scrivo (Perrone ed.), Il Resto È Poesia (L.&C.), Semo Gente De Parola (Accademia Romanesca, 2012), Il Canto Delle Pleiadi (Regione Mar- che 2023). Con la poesia La Maschera, poi musicata da Marcello Can- zoniere, arriva in finale all’Ottobrata Romana del 2006. Scrive an- che le canzoni: Ninna Nanna Della Guera a Modo Mio, Le Maschere, che viene premiata nel concorso: Roma D’Autore e D’Artista organiz- zato dal FUIS il 15/12/2023, Donna Di Sabbia. Queste ultime due sono presenti come testo e come ascoltabili su questo libro. Pubblica: Poe- sie De Scopa (L.&C. 2008), Freghèide (2012) un poemetto osé in stram- botti romaneschi; Garbatella: Passeggiata Poetico- Romanesca (2020). 

Quando ti sei accorto che la poesia per te è un'importante forma di comunicazione?

Fare poesia è non permettere al tempo di smarrire un pensiero, nasce se c’è un grande bisogno di capire e dire nello stesso momento ma è quando poi, effettivamente, arriva a strappare qualche lacrima che non era stata messa a conto che potesse uscire, che se ne comprende il grande potere comunicativo.

Che rapporti hai con la poesia? 

Io parlo poco, non sono un tipo molto loquace, in questo la poesia è d’aiuto, è di grande compagnia, un’amica fidata alla quale riconosco una qualità preziosissima: è chiarificatrice e in molti testi meta-poetici l’ho confessato.

Poesia è soprattutto lavorare con la parola. Quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico? 

La parola ha sempre contato molto in qualunque periodo storico. In questo dove l’abuso telematico è dietro “L’angolo” o in agguato dentro ogni workstation a scapito del diritto alla privacy e nell’inosservanza degli articoli 615 e 640 ter del codice penale, occorre sempre avere comunque il coraggio della parola. Siamo ancora in libertà di stampa ma

La libbertà è cara e pretenziosa, 

però ce devi mette li paletti 

perch’è legata a cosìtanti aspetti,

che ognuno cià la sua, bella e preziosa.

De libbertà peccùi ce ne sò a josa! 

Si un su-misura vòi, che se rispetti, 

devi provalla toje li difetti

e solo doppo fà er paino in posa.

Ma ’ndo comincia e ’ndo annerà a finì 

la mia e la vostra si nun c’è er giudizzio 

che soprassiede a dì: Termina qui?

Allora se oprirebbero le gare

e ognuno a ricercà vento propizzio 

potrebbe fà e strafà come jepare.

La poesia si immola alla parola ma sa benissimo di esistere anche senza di lei. La stessa differenza che c’è tra la poesia che si vive e quella che si scrive: sono nutrite da bisogni differenti.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale? 

L’intelligenza artificiale non ha un pensiero proprio, non ha emozioni ma tantissime parole che per essere estrapolate nel giusto modo hanno bisogno di domande precise e mirate. Però non possiamo vivere nella paura. Camminiamo a fianco della tecnologia da lungo tempo e molte diffidenze le abbiamo superate consideriamo l’I.A. come una amica. Facciamole fare la bassa manovalanza. Esempio: scrivo una poesia, poi scopro che è talmente musicale nel leggerla che trovo la melodia, ma come faccio a salvarla se non conosco la musica? Semplice, I.A. ti aiuta con una applicazione, così non c’è competizione ma collaborazione. Mio il testo, mia la linea melodica, voce e arrangiamento dell’I.A.

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più?  Ce ne vuoi parlare? 

Ogni pubblicazione ha dietro un grande lavoro di studio. La mia prima silloge di poesie è stata pubblicata nel 2008 con Lettere Caffè e Cromosema prefazione di Agostino Raff nostro mentore da sempre. Dal titolo “Poesie de scopa” fu pubblicato con il patrocinio morale del Comune di Roma e dell’Azienda Municipalizzata Ambiente. Dopo assidue frequentazioni del Centro Romanesco Trilussa e dell’Accademia Romanesca e grazie ad un amico comune Enrico Pagliasso in arte Cony Ray nel dicembre del 2012 pubblico come Editore indipendente un poemetto erotico in strambotti romaneschi dal titolo “Freghèide”A febbraio del 2020, sempre come Editore Indipendente, per il centenario della nascita della Garbatella pubblico “Grabatella: passeggiata poeticoromanesca”con prefazione di Cony Ray. Le copie andarono a ruba senza avere avuto il tempo di fare neanche una presentazione. Ma il libro dove mi riconosco di più è l’ultimo, pubblicato nell’ottobre del 2024 “Tutte a memoria”. Auto-edito con prefazione di Enza Li Gioi. 61 poesie. Alcune in italiano altre in vernacolo romanesco che hanno tutte la stessa caratteristica: sono state imparate a memoria e declamate al Poetry Slamm (con due emme) di Lettere Caffè a San Francesco a Ripa 100, nei lunedì poetici condotti da Claudia D’Angelo. Un libro che racchiude anni di frequentazione con l’amore e la costanza avuta di imparare una poesia a memoria a settimana.


La poesia  può ancora comunicare con le nuove generazioni? 

Io credo che la poesia accompagni ciascuno di noi qualsiasi percorso di vita venga intrapreso. Che poi si riversi su un foglio bianco per farsi leggere in versi è relativo. Perché la poesia è un bisogno umano a prescindere da vecchie o nuove generazioni. Questo perché la poesia è un grande tesoro scoperto del quale continuiamo la ricerca.






domenica 16 novembre 2025

Scott LaFaro: Quella maledetta voglia di dialogare

Per la rubrica: Archeologia musicale, l'esatto momento in cui, alla metà degli anni cinquanta nella scena jazz, il contrabbasso si emancipa da semplice strumento di accompagnamento e incomincia a brillare di luce propria. 



Il contrabbasso ha sempre avuto un ruolo di accompagnamento agli altri strumenti, a sostegno della batteria. Nel Jazz ci sono stati e ci sono ancora grandi contrabbassisti, che hanno un bel senso del tempo, un bello swing, con la personalità e il feeling necessario a supportare il brano musicale in esecuzione, facendo in modo che non scenda il livello della base mentre un sax si lancia in un assolo, o il piano o la chitarra improvvisano fraseggi astratti. Scott LaFaro era uno di quei musicisti dotati di questa personalità e di questo sentimento, ma riuscì anche ad andare oltre. Fu il primo contrabbassista con una tecnica tale da poter sovvertire le partiture e iniziare ad usare un linguaggio simile a quello degli strumenti "nobili". Iniziò a improvvisare pizzicando con passione le quattro corde, scrivendo frasi melodiche complesse in grado di dialogare allo stesso livello con strumenti quale il piano o il sax. Dopo di lui il contrabbasso non sarà più lo stesso di prima. Bill Evans rimane folgorato dal suo talento e con lui instaura una sintonia totale, tanto da presentare un trio, con il batterista Paul Motian, in cui i tre strumenti hanno la stessa importanza, ed è la prima volta in assoluto nell'ambito jazzistico, sia dal vivo che nelle incisioni, che il contrabbasso non figura come semplice accompagnatore. E pensare che il contrabbasso non era neanche il suo primo amore musicale. Figlio di un musicista di chiare origini italiane, il suo nome completo è Rocco Scott La Faro, o Lo Faro, ma lui amerà firmarsi come Scott LaFaro. Nato a Newark ma trasferitosi con la famiglia a Geneva, respira e s'impregna di musica fin da bambino. Suona il piano, ma a meno di sedici anni sa esprimersi perfettamente con il sax e il clarinetto. La propensione verso l'arte lo porta ad esibirsi nei locali notturni della sua città dove inizia l'amore per il contrabbasso. Per un periodo suona in un complesso che propone prevalentemente R'n'B, ma non è il suo genere. Si iscrive al college ma non è la sua strada. Un incidente sportivo, che gli procura una ferita al labbro, gli impedisce di esercitarsi al sax per qualche settimana e per lui è drammatico, perché ogni attimo è fondamentale per allenare l'estro. Ma il suo periodo di disorientamento non dura molto, nel 1956 conosce Chet Baker ed entra a far parte del suo quintetto. Scopre che il jazz è il suo genere e il contrabbasso il suo strumento. La frequentazione di musicisti più esperti gli permette di affinare la sua tecnica, sviluppando una notevole precisione d'intonazione e arricchendo il frasario improvvisativo. Il suo talento ben presto lo mette in risalto e dal 1957 inizia un vorticoso periodo di collaborazioni che lo vede suonare accanto a quasi tutti i più grandi jazzmen di quegli anni, riuscendo ad imporre ad ognuno di loro la sua maledetta voglia di dialogare a livello musicale e di non figurare mai come un semplice comprimario. Registra "Latinsville!" con Victor Feldman. Partecipa alla registrazione dell'epocale "Free jazz" di Ornette Coleman. Suona nelle orchestre di Pat Moran, Stan Getz, Stan Kenton, Tony Scott, Benny Goodman solo per citarne alcuni. La sintonia maggiore, ovviamente, la prova con Bill Evans, che appena lasciato il quintetto di Miles Davis, può così proporre la sua idea di jazz, in cui gli strumenti sono tutti protagonisti allo stesso modo, con Scott appunto e Motian alla batteria. Scott grazie alla sintonia instaurata con Evans e Motian può mettere a punto la sua teoria di composizioni simultanee che porteranno alla produzione di tre album considerati capolavori del genere: "Portrait in Jazz" del 1959 e nel 1961 "Sunday at the Village Vanguard" e "Waltz for Dabby" in cui compaiono le uniche composizioni realizzate dallo stesso Scott. Quando Bill Evans riceve la notizia dell'incidente stradale che toglie la vita a Scott, rimane talmente scosso che non riesce a suonare per un anno. È il luglio del 1961 e Scott ha soltanto venticinque anni. La sua vita è bruciata in fretta così come ardeva potente il suo genio che in un brevissimo lasso di tempo è riuscito a cambiare il modo di suonare il contrabbasso per sempre.








domenica 2 novembre 2025

Linguaggio distillato

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Sara Bini sulla capacità trasformative della poesia, sulla sua potenza di raggiungere gli animi affini, su come possa elevarsi a forma di catarsi e tanto altro…
                             

Sara Bini è una poetessa, cantautrice e counselor a mediazione artistica. Nel 1997 ha pubblicato la silloge di poesie “Sehnsucht –Nostalgia dei Senza Terra”, con cui ha vinto il primo premio al Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa “Cinque Terre”, nel settore Silloge Edita. Nel 2019, con Lilit Books, è uscito il suo saggio “I figli di Lilith. Un tributo a Isolde Kurz e al Divino in ogni donna”. Nel 2022 ha pubblicato “Suono, Scrivo, Creo e Canto”, un saggio sulla creatività e sul songwriting. Sempre lo stesso anno, con Delta 3 Edizioni, ha fatto uscire la sua silloge poetica ‘Ultrafania’. Nel 2024, con Interno Libri, è uscita la sua sua raccolta poetica “Cristalli” e nel 2025, Transeuropa Edizioni ha pubblicato la sua raccolta di liriche “D’inCanti diVersi’ nella collana ‘Nuova Poetica’. È autrice del blog “Nostalgia dei Senza Terra”, e sul suo omonimo canale YouTube si possono ascoltare alcune delle sue poesie e canzoni.

Riferimenti social: Blog: www.sarabini.blogspot.com 

Canale YouTube: https://www.youtube.com/@SaraBini

Instagram: Sara Bini Songwriter

La Via della Poesia 

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Molto presto. Ho scritto la mia prima poesia a otto anni, osservando la fiamma di una candela. Penso di aver intuito quasi subito che, in primis, la poesia rappresentava per me la via di comunicazione privilegiata con la mia parte più nobile, elevata ed eterna. Di conseguenza, è diventata il medium privilegiato per connettermi con le anime affini, coloro che hanno una sensibilità simile alla mia e si riconoscono in questa forma espressiva. La comunicazione è sempre una questione di codici e frequenze, più siamo sintonizzati sugli stessi ‘canali’, meglio ci si comprende. Nella maggior parte dei casi, la poesia è linguaggio distillato: tanta informazione (emotiva, cognitiva, spirituale) compressa in poche parole o suoni. Il risultato è che il messaggio assume una maggiore forza di penetrazione, impatto e potenza.

Che rapporto hai con la poesia? 

La poesia è una delle mie poche certezze: è una forma di Presenza, nel senso più alto del termine. Si fa carico dei miei abissi e li trasmuta in splendori. Non può risolvere le tempeste o le sofferenze della vita, ma le può cantare in bellezza. Questa è già una forma di catarsi e redenzione. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La parola un tempo aveva un valore sacrale e creativo, basti pensare a tutte le cosmogonie che iniziano con l’emissione di un suono da parte di una potenza divina. Adesso, in un’epoca in cui si privilegia l’apparenza, la parola perde la sua connessione con la verità essenziale e diventa facilmente strumento di divisione e manipolazione. Un esempio di questo è il continuo conio di etichette e categorizzazioni che facilitano la polarizzazione degli animi e l’identificazione emotiva con un ‘gruppo’. Al giorno d’oggi, occorre affinare la percezione per intuire la qualità delle intenzioni e delle motivazioni celate nei bei discorsi e verificare gli esiti, spesso distruttivi, che essi in realtà producono. 

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Questa domanda si aggancia idealmente alla conclusione della mia risposta precedente. Se leggiamo poesie o ascoltiamo canzoni scritte dall’intelligenza artificiale, da un punto di vista formale possono risultare assai migliori di quelle che potrebbe creare un essere umano ordinario. Ma a livello di contenuti e di calore emotivo? Può una macchina o un algoritmo riprodurre quel guizzo di genio che capovolge la prospettiva ordinaria su un dato argomento o su una determinata situazione? Può una macchina generare emozioni e trasmetterle? L’intelligenza artificiale compete con quella naturale solo se noi perdiamo la nostra umanità, perfetta nella sua meravigliosa imperfezione, anestetizzando il nostro sentire e il nostro pensare.

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Per quanto riguarda la poesia, la mia ultima silloge, “D’inCanti diVersi” è forse l’esito più compiuto di tutta la mia produzione, e non solo perché è l’ultima creazione in ordine di tempo. D’altro canto, reputo la mia opera più riuscita il poemetto ‘Con-Passione’, che ho scritto nel 2005 a 27 anni e che ha avuto una genesi, per me, ancora fonte di mistero. “D’inCanti diVersi”, invece, incarna o “in-carta” la piena consapevolezza del mio stile e dei miei strumenti di poetessa, maturati in quarant’anni di sperimentazioni e ispirazioni. In questa raccolta, l’esperienza di vita e la padronanza tecnica hanno raggiunto una maturità espressiva che coniuga in modo molto limpido pathos e logos, sentimento e plasticità formale.

                                   

La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Grazie al mio lavoro e agli ambienti che frequento, ho avuto il piacere di scoprire che diversi adolescenti scrivono e leggono poesie. Per chi di loro non ama questo genere, mi chiedo quanto, a scuola, noi insegnanti siamo capaci di trasmettere quel fuoco che ha animato i grandi poeti di ogni tempo. Nonostante io fossi già predisposta alle materie umanistiche, devo comunque ringraziare quei professori e quelle maestre che hanno saputo alimentare in me l’amore per la lettura, la letteratura e la corrispondenza ideale con i poeti di ogni epoca e luogo. Credo che la Poesia continuerà sempre a parlare agli animi svegli e pronti, a dispetto dell’età anagrafica. Non smetterà di bussare anche alle porte degli spiriti “assonnati”, aspettando il momento giusto per poter entrare e consegnare i suoi doni e i suoi misteri. 

                       



giovedì 16 ottobre 2025

Lo Scompiglio- Opera in 2 atti

 Soltanto un musicista più pazzo di me poteva coinvolgermi nella stesura del libretto di un'opera lirica.

Non è stato facile, riuscire a coniugare le esigenze del compositore Marco Pofi con la mia visione, ma alla fine siamo pervenuti alla creazione di qualcosa che assomiglia davvero alla favola della chimica della vita.

E così, grazie soprattutto all'accoglienza dell'Accademia Filarmonica Europea con Ernesto Celani Direttore Artistico, con la direzione orchestrale del M* Claudia Martini, si va in scena, sabato 25 ottobre.






domenica 12 ottobre 2025

Un nuovo approccio al caos

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Manuela Faella, sul valore confidenziale della poesia, sul peso delle parole, sulla possibilità di guardare il caos con nuovi occhi.



Manuela Faella si occupa da anni di scrittura e di editoria. Ha collaborato alla stesura di un’enciclopedia storico-geografica presso una casa editrice molisana; ha lavorato presso la redazione romana della rivista “Firma”; ha scritto testi per Officina Rambaldi; ha operato privatamente come ghost writer. Ha lavorato per molti anni presso la casa editrice Pagine di Roma. È stata redattrice e curatrice della rivista trimestrale di storia contemporanea “Nova Historica”, ha collaborato con le riviste “Poeti e Poesia”, “Equipeco” e, più recentemente, con “Almanacco della Scienza CNR” con recensioni e articoli sulla poesia contemporanea. Si è dedicata in passato all’ideazione e organizzazione di reading, in cui sono stati ospitati giovani poeti, tra gli altri: “Reading Poems” e “Tre di-versi”, nel quartiere di San Lorenzo a Roma, dove vive e lavora. Ha personalmente partecipato a molti reading collettivi recitando i propri testi. Ha pubblicato una raccolta autoprodotta dal titolo “Vortici” (Roma, 2005); il libro di poesie “Dove sei padre”, (Terresommerse, Roma, 2007); le sue poesie su molte antologie e riviste letterarie tra cui, più recentemente, “Amicizia Virale” (Progetto Cultura, Roma, 2021) e “La Nave di Amleto” (Progetto Cultura, Roma, 2023).

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un’importante forma di comunicazione?

Come lettrice da che ho memoria di banchi di scuola e di libri tra le mani. Leggevo molto ai tempi del liceo, adoravo tuffarmi per ore dentro le pagine delle mie poetesse e poeti preferiti e capire che non ero la sola ad avere alcune idee, a provare certi sentimenti; loro comunicavano con me attraverso i loro versi. Quanto a scrivere, da quando morì mio padre, avevo 20 anni. Lo strappo del mio primo lutto genitoriale, capitato in un’età già di per sé già intensa di emozioni e paturnie varie, fu talmente doloroso da cambiare intimamente il mio modo di sentire e molte altre cose. Quelli che seguirono furono anni di difficile gestione, per usare un eufemismo, non mi bastava più scribacchiare sul diario per sfogarmi e decisi di provare a pubblicare, sentivo l’esigenza di comunicare in modo più ampio quello che mi stava succedendo, per condividere e cercare conforto: se la comunicazione poetica funzionava da lettrice, allora avrebbe potuto funzionare anche da scrittrice… Il mio primo libretto fu un lavoro autoprodotto dal titolo Vortici. Poi cominciai a scrivere con più costanza e attenzione, fino alla pubblicazione di Dove sei Padre, diversi anni dopo. Recentemente ho pubblicato La Tolleranza del Caos. 

Che rapporto hai con la poesia?

Finora è stata la mia migliore amica. Mi ha confortato sia leggerla che scriverla, c’è sempre stata quando l’ho cercata, mi ha alleviato i dolori e la solitudine di certi momenti, mi ha fatto emozionare, riflettere, divertire, esprimere, sfogare, ha riempito gli spazi vuoti. Vorrei provare adesso a trasformare questo rapporto di amicizia così personale e intimo in qualcosa di meno autoriferito e autobiografico. Uscire un po' dall’idea della poesia come espressione della mia persona, osservare meglio ciò che ho intorno e raccontarlo, certo sempre attraverso il mio sguardo e quella che sono. Approfondire lo studio della parola, con impegno, ricerca, cura, dedizione, professionalità. Vediamo se ci riesco…

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La parola non può non contare, conta sempre e sempre conterà, ha costituito la maggior forma di comunicazione da quando esiste fino ai nostri giorni. Quello che mi sembra cambiato nel tempo non è tanto il “contare” delle parole, ma l’attenzione ed il rispetto verso il loro utilizzo, è come se si fossero “alleggerite” di significato. Dal mio punto di vista, in passato le parole erano di meno e pesavano di più, esprimevano meno concetti ma chiari e fissi, adesso sembrano avere l’urgenza di moltiplicarsi per disintegrare il pensiero e rafforzare il caos che ci caratterizza in questo momento storico. Siamo sovrastati da milioni di parole al giorno, scritte, parlate e udite in modo facile, accessibile, veloce, confusionario, confuso e confondente. Ognuno di noi può parlare e comunicare in un secondo con moltissime persone con tutte le parole che vuole (mail, social, chat etc.), senza limiti dettati dallo spazio di una pagina o di una colonna di un articolo di giornale; le parole di ogni singola persona si moltiplicano per milioni di persone in pochi attimi… Cito, per il mio augurio che quanto prima si ripristini il giusto “peso”, i versi di una canzone dei C.S.I, gruppo che ho molto amato: ho dato al mio dolore la forma di parole abusate che mi prometto di non pronunciare mai più. Dovremmo prendere esempio, pensare un attimo in più a quello che scriviamo e diciamo prima di scriverlo o dirlo, scrivere meno e meglio, leggere meno e meglio, parlare meno e ascoltare di più – se fossimo migliori ascoltatori saremmo anche migliori scrittori e oratori. Questo per non doverci pentire di ciò che diciamo o scriviamo (le idee passono, anzi devono cambiare), anche perché nell’epoca di internet è tutto ancora più indelebile. 

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell’intelligenza artificiale?

Sto ancora riflettendo su questa rivoluzione, mi sto ancora informando e aggiornando, non ho ancora un’idea chiara e di conseguenza un’opinione e una posizione in proposito. Una cosa però mi sento di dirla, anche se non escludo di poter essere smentita: la parola umana esprime un vissuto, ciò che ognuno di noi racconta attraverso le parole porta con sé il carico di ciò che ha visto e fatto, l’attraversare degli anni e dei cambiamenti, l’esperienza, l’intensità di alcuni momenti, la gioia, il dolore, insomma la vita reale e quotidiana, quella che ti lascia in faccia un pezzo di ruga al giorno. Aggiungo che ognuno di noi è unico ed ha una storia di crescita unica e irripetibile in modo perfetto, di conseguenza per quanto l’IA possa, interrogata con un giusto prompt, scrivere sonetti, poemetti, racconti etc, ciò che scriverà non potrà mai essere la derivazione di un’esperienza personale quindi, in un certo senso, unica e autentica. La parola umana e quella artificiale possono sicuramente interagire e completarsi. Se dovessero sfidarsi, probabilmente in ambiti di lavoro e simili vincerebbe IA perché sicuramente più erudita (non c’è paragone tra i dati che IA processa in un secondo e quelli che deteniamo noi nel nostro cervello), ma dove c’è arte, racconto, sentimento, espressione artistica la parola umana avrebbe più armi. 

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Sicuramente i testi in cui mi riconosco di più sono quelli di La tolleranza del caos, ultimo libro pubblicato per i tipi di Ensemble (giugno 2025). L’opera raccoglie poesie scritte in 18 anni, dall’uscita nel 2007 del mio secondo libro Dove sei Padre. Ho raccolto in tutto questo tempo moltissimo altro materiale, ma quella pubblicata è la breve selezione che mi sono sentita di fare, per convinzione sulle poesie e perché è stato possibile metterle in ordine costruendo una linea temporale che parte da molto indietro. Questo libro è quello che maggiormente mi rappresenta perché descrive in quattro tappe di fatto tutta la mia vita finora. Costruirlo, oltre che scriverlo, per me è stato un lavoro importantissimo, ho ricordato e rivissuto l’infanzia, i momenti bui attraversati dopo la morte di mio padre, la mia vita da adulta e da madre, fino a diventare quello che più o meno sono ora: una persona che sta tentando un nuovo approccio al caos insensato che governa il mondo. Non più il tentativo di comprenderlo, accettarlo, metterlo in ordine e controllarlo, piuttosto sto provando a tollerarlo, portando pazienza nei confronti di una strana e sadica entità che non capisco, non accetto, non posso né ordinare né controllare ma con cui non posso fare a meno di convivere. In questo libro mi identifico di più perché mi identifico in ogni sua parte, perché ogni sua parte rappresenta una parte di me e della mia storia. Le altre opere sono parziali.

La poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?

Si assolutamente, anzi mi sembra che la poesia stia vivendo un momento di grande popolarità tra i giovani. Forse Leopardi, Ungaretti o Montale fanno fatica, ma ci sono tantissime poetesse e poeti emergenti che, essendo essi stessi espressione delle nuove generazioni, arrivano dritto ai cuori dei ragazzi (non cito alcuni nomi per non dimenticarne altri che lo meriterebbero ugualmente). La poesia, come tutto il resto, è cambiata nel tempo. Ci sono nuovi contenuti, nuovi stili e anche nuove forme, per esempio la poesia performativa, rap, hip hop, il poetry slam, che hanno riportato in vita assonanze, allitterazioni e rime per molto tempo accuratamente evitate dalla poesia contemporanea, pena la ridicolarizzazione dei versi. Queste forme di comunicazione poetica oggi funzionano benissimo con i più giovani, e non solo.





domenica 28 settembre 2025

Sam Cooke: A Change Is Gonna Come

Per la rubrica: Archeologia musicale, l'incredibile storia di uno dei rappresentanti più significativi agli albori del genere che verrà battezzato: Soul.



La sua voce era inconfondibile, sin da ragazzo; se ne erano accorti tutti, soprattutto i membri del coro gospel di cui faceva parte. Il gospel fa parte di quella categoria di musica considerata sacra, e quando Sam registra il suo primo pezzo al di fuori del coro di appartenenza, non basta che cambi nome, da Sam in Dale, lo riconoscono ugualmente e si grida allo scandalo, perché usa la sua voce, non come di consueto, per intonare inni sacri, ma per un'incisione considerata profana. Il brano in questione, Lovable, registrato nel 1956, che fonde la spiritualità gospel alla calda materialità rhythm and blues, virando verso il pop, dà vita a un nuovo genere musicale, poi battezzato Soul, la musica dell'anima. Il reverendo del coro comprese la potenza vocale del suo adepto e concesse il perdono, anzi diede anche il suo bene placito per continuare a cantare in quel modo. Così Sam passò alla corte del profano e in maniera profana condusse tutta la sua breve vita. Decise di aggiungere una "e" al suo cognome, trasformandolo da Cook in Cooke, sostenendo che in quel modo fosse più elegante. Forse alla base di questo cambiamento c'è la volontà di porre una sottile distanza tra il suo nome e quello di suo padre che era un Ministro della Chiesa Battista. Sul suo conto si vociferava che canticchiasse il motivo della sua canzone più famosa, Wonderful World, a tutte le donne che voleva conquistare. "Non so molto di storia, non so molto di biologia, non so molto di algebra, ma so tutto sull'amore". Sì, sapeva tutto sull'amore e sulle donne. Non si tiene il conto delle donne che ha amato. Le donne, però, da lui tanto desiderate, furono anche il motivo delle sue disgrazie. Tra le numerose avventure si contano anche dei matrimoni in piena regola, ma tutti più o meno fallimentari. Fu sempre a causa di una donna che trovò la fine della sua vita. La dinamica dell'episodio non è ben chiara, ma da quello che è stato ipoteticamente ricostruito si sa che si trovava in un motel con la sua "ultima" conquista, mentre la sua "ultima" moglie lo aspettava a casa. In un momento di caos, scoppiato a causa di un furto, subito da Sam dalla stessa donna che era con lui, sembra che il cantante abbia aggredito seminudo la direttrice del motel in cerca di spiegazioni. La signora impaurita, colta dal panico, trovò la pistola che usava per proteggersi ed esplose dei colpi alla cieca, uno di questi raggiunse il cuore di Sam, ponendo fine alla sua vita a soli trentatré anni. Il processo in maniera molto sbrigativa stabilì che si trattava di legittima difesa. Tutti i suoi pezzi più famosi parlavano d'amore e nel giro di pochi anni le sue dichiarazioni cantate fornirono materiale fondamentale per il genere Soul. Sono indimenticabili brani come You Send Me, Lovable, Cupid, Wonderful World, Bring It On Home To Me. Le modalità della sua morte, la prematura dipartita e la fama di donnaiolo spesso offuscano il ricordo della sua carriera e della sua sensibilità, che invece, era profondamente sofferente, perché colpito dalla perdita del figlio tragicamente annegato nella piscina di casa a soli diciotto mesi, ed era altresì attenta alle problematiche sociali. Nello stesso anno in cui ha subito la batosta emotiva, ed è ancora intento a metabolizzare il dolore, esce la canzone di Bob Dylan Blowin' In The Wind, ne resta fatalmente catturato, tanto da decidere di voler aiutare la sua gente con la sua arte e sempre nel 1963 compone una delle canzoni di protesta più importanti della storia della musica: A Change Is Gonna Come. Il brano che invoca un cambiamento immediato era una risposta alle domande poste dal brano di Dylan e divenne l'inno per i diritti civili degli afroamericani. Lui non ebbe mai la soddisfazione di vedere prendere il volo alla sua creatura, perché pubblicata nel 1964 pochi mesi prima della sua uccisione e inizialmente si era rivelata come un insuccesso commerciale rispetto alle sue precedenti. Innumerevole è la lista di artisti influenzata da questo brano a partire da Bob Dylan stesso, che ne propose una cover, a Bob Marley che si ispirava alle capacità vocali di Cooke. Senza dimenticare John Lennon, Bruce Springsteen, e vari rapper della nuova generazione. Una canzone di protesta, quindi, ma intonata dalla voce Soul di Sam, che raggiunge vette elevatissime e si presta alla seduzione gutturale, una voce celestiale e profana che scaturisce direttamente dall'anima, risuona, anch'essa, come una canzone d'amore dedicata all'umanità intera.









 







domenica 14 settembre 2025

Tra poesia e canzone

Claudio Orlandi, voce dei Pane, in questa conversazione, ci porta dentro il suo universo: il rapporto con la parola, le influenze poetiche e musicali, l’incontro con il pubblico, il ruolo della poesia oggi – tra umanità e intelligenza artificiale.


Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione (Sossella, 2014), The River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e martello in duo piano e voce. Dirige sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie e canzoni 1990-2020. Dal gennaio 2025 è parte della redazione del blog letterario "Fissando in volto il gelo".

Info _ Blog personale di Claudio Orlandi 

https://orlandiclo739.wixsite.com/claudioorlandi

Canale Youtube gruppo Pane

https://www.youtube.com/@progettopane/videos


Quando ti sei accorto che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Forma di comunicazione, ma anche di conoscenza. Ma come prima dimensione, credo la poesia sia un modo per esprimere le proprie emozioni in relazione alle proprie esperienze di vita. In questo senso ho iniziato a scrivere – come molti – le prime poesiole in età adolescenziale, cercando di raccontare, descrivere in modo personale quello che mi colpiva. Aspirazioni, visioni, amori, le possibilità che immaginavo davanti a me. Col tempo, quella che era un’attività spontanea e quasi istintiva è diventata una consuetudine, forse anche un modo di essere. In seguito ho poi iniziato ad usare la voce e scrivere i testi per le canzoni, e da allora le due strade – poesia e canzone, testo e voce – hanno continuato a intrecciarsi, ed eccoci qui. 

Che rapporto hai con la poesia? 

Come accennato la poesia, per me, è fondamentalmente una delle possibilità espressive dell’uomo, in qualche modo è connaturata a noi stessi. In realtà tutti compongono poesia ogni giorno, che essa sia scritta o resa come atto del vivere quotidiano. Nel mio caso, a parte le letture scolastiche, negli anni giovanili, una figura centrale per la crescita è stata Jim Morrison. Mi viene in mente una sua frase “La suprema arte è la poesia, poiché ciò che ci definisce come esseri umani è il linguaggio”. Come noto, Morrison leggeva tantissimo e scriveva poesie. ‘The Doors’ deriva da ‘The Doors of Perception’ un saggio scritto da Aldous Huxley che prende spunto dal noto verso di Blake: "Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo come realmente è, cioè infinita." Morrison da ragazzo era appassionato della Beat Generation, di Jack Kerouac, ma anche di Arthur Rimbaud; così che anch’io, ho iniziato da giovanissimo a leggere i testi Beat, in particolare Allen Ginsberg di “Juke box all’idrogeno” e il genio di Charleville. La poesia, quasi in modo naturale, è sconfinata, “evoluta”, nel teatro-canzone, nel concerto, nell’esibizione scenica. Sono rimasto nel solco di quelle prime forti ascendenze culturali. Nel tempo – ho superato anch’io il mezzo secolo - la relazione con la poesia si è sviluppata, arricchendosi di continue letture, domande, incontri, questioni che costellano fino ad oggi il pensare quotidiano.  

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Sicuramente la parola è il vettore più comune e manifesto per l’espressione poetica, ma esiste anche tanta poesia che non necessariamente utilizza la parola, il segno scritto convenzionale. In ogni caso la parola è anche uno strumento e come tale può essere utilizzato in tanti modi e da soggetti differenti, con finalità diverse. Se leggo “massimo abuso telematico” mi viene in mente il monumentale “1984” di Orwell, e come il regime utilizzi la parola per gestire il dominio totalitario. Ecco, in questi anni, mi sembra che il Potere stia veramente utilizzando con sempre più forza la parola per le proprie finalità. Studiare la parola significa allora, non solo costruire l’immaginario (il mare a Pietralata) ma anche essere in grado di smascherare la propaganda, decostruire i castelli, le narrazioni farlocche e porre versioni alternative, conflittuali e resistenti. Probabilmente è per questo motivo che il Potere ha sempre ricoperto di lode i poeti di corte e cercato di ridurre al silenzio i poeti dissidenti. Il Potere non può nulla contro il poeta discorde, l’eretico, il disertore, se non cacciarlo. Per questo una delle patrie di elezione del poeta è l’Esilio. 

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Rivolgo la domanda direttamente all’AI, ecco la sua risposta: “«La parola umana e quella dell’intelligenza artificiale non sono davvero in competizione: nascono da due fonti diverse. La parola dell’uomo porta con sé la memoria del corpo, l’ombra dell’esperienza, la vibrazione delle emozioni. La parola della macchina, invece, è costruzione statistica, una combinazione possibile tra milioni di altre parole. Eppure possono interagire: la parola artificiale può diventare uno specchio, un’eco, un contrappunto che stimola nuove vie. Ma il senso, il gesto creativo, rimane umano, perché senza vita vissuta la lingua resta pura superficie. Forse il compito dell’uomo oggi non è difendere la parola, ma abitarla con più forza, renderla sempre più incarnata. Perché il rischio dell’intelligenza artificiale è produrre un linguaggio fluido, levigato, che non conosce ferite. La poesia, invece, nasce proprio dalle crepe: dal silenzio, dallo strappo, dall’eccesso che nessuna macchina può calcolare.» Mi sembra una bella risposta 😉 

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Come detto “Il mare a Pietralata” è una raccolta di poesie e testi dell’arco di trenta anni. È un corpo polimorfo nel quale sono contenute varie fasi. Così per i dischi Pane. Sono stati realizzati a distanza di diversi anni l’uno dall’altro e ciascuno rispecchia il momento. Il prossimo disco sarà una rappresentazione dell’oggi. Mi riconosco nel percorso complessivo. Per quanto riguarda le canzoni, penso che “L’Umore” sia ad oggi uno dei nostri pezzi più riusciti. 



La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Ovviamente sì. Finché ci sarà umanità avremo poesia. 


Visto che sei anche un musicista nasce spontanea la domanda se c'è un concerto tra quelli già fatti nella tua vita che ti è rimasto nel cuore e perché?

Eravamo a Trento, nel 2008, fine agosto, un caldo torrido. Ma non era il caldo il problema, quanto il luogo, piazza Dante - parco della stazione. Come tutte le stazioni che si rispettino, il parchetto era frequentato da persone borderline, per lo più stranieri in cerca di svoltare la giornata. Iniziamo nel pomeriggio a montare il palco e l’attrezzatura e subito si avvicinano persone non proprio raccomandabili e sensibilmente alterate dall’alcol e forse anche dalla nostra presenza. Sai quegli eventi che si organizzano per la “riqualificazione” di certi luoghi. Per farla breve dopo qualche momento di tensione e di dubbio sulla riuscita del concerto, si è giunti alla sera e abbiamo iniziato a suonare. Di colpo il parchetto, nella sua veste notturna si è riempito di persone che nel silenzio hanno ascoltato il live. E quelle stesse persone che avevano mostrato qualche diffidenza si sono ritrovate ad applaudire con entusiasmo. La musica aveva portato l’armonia tra tutti. Ci salutammo con grandi abbracci. 

Ci sono nuovi progetti?

Come accennato stiamo concludendo la realizzazione del nuovo disco, che contiamo di far uscire entro la fine dell’anno. Stile Pane, brani in italiano, quasi tutti di nostra scrittura ma con un dialogo forte con la poesia italiana contemporanea. Nati in tempi diversi – alcuni anche molti anni fa - ma modellati e ultimati in questi mesi. Tra pause forzate, meditazioni sonore e letture della realtà. Siamo soddisfatti, è un disco che ci rappresenta profondamente. 






giovedì 4 settembre 2025

Next Stop Martinsicuro

E si va in Abruzzo... a presentare il progetto Mitopoesia di frontiera... Insieme a me il Maestro Marco Pofi.  Introduce con le sue poesie la scrittrice Tiziana Ciampetti. 




domenica 24 agosto 2025

George Russell: La musica è fatta a scale


Durante il primo ricovero, a causa della tubercolosi, George Russell assiste dal letto dell'ospedale all'evolversi del secondo conflitto mondiale e ha la fortuna di incontrare il musicista che gli impartisce i fondamentali elementi per la geniale idea a cui lavorerà in futuro contribuendo notevolmente allo sviluppo teorico del Jazz. George è nato da un padre bianco e una madre nera, ben presto adottato, però, dalla coppia di coniugi Bessie e Joseph Russell. Il padre adottivo oltre ad essere uno chef era anche un educatore musicale e ha consentito a George di frequentare ambienti artistici fin da bambino. Da subito mostra una predilezione per la voce e la batteria che lo porta a vincere una borsa di studio.  All'uscita dall'ospedale frequenta il circolo culturale che gravita attorno all'appartamento di Gil Evans, insieme ad altri grandi jazzisti degli anni quaranta, ma i sintomi della malattia non sono scomparsi del tutto. Durante il secondo ricovero che dura ben sedici mesi, sempre a causa della tubercolosi, deve rassegnarsi alla sfortuna di perdere l'occasione di entrare a far parte della band di Charly Parker, ma ha la possibilità di mettere su carta la sua rivoluzionaria teoria. Il lavoro si chiama "The lydian chromatic concept of tonal organization" che propone l'utilizzo del modo lidio di suonare. Il Jazz è costituito essenzialmente da improvvisazione e i musicisti si affidano a delle scale tonali limitate. Il metodo di Russell importa metriche dalla tradizione gregoriana e quella più antica dei compositori greci per inserire modi musicali su scale cromatiche che prevedono lo spostamento dei semitoni allargando le possibilità improvvisative. Durante gli anni quaranta elabora le sue teorie mettendole in pratica per altri artisti come Dizzie Gillespie e Buddy Di Franco. Abbandonata la batteria decide di dedicarsi al piano e il debutto discografico avviene nel 1956 con "The Jazz Workshop" un disco dalle armonie originalissime e dense come se a suonare fossero più dei sei musicisti del sestetto. Lui compare come arrangiatore e come autore, al suo fianco, responsabile del pianoforte, c'è Bill Evans.  Un altro importante passaggio discografico lo scrive con "New York, N.Y." in cui al sax tenore troviamo John Coltrane, e con quello che forse è il suo capolavoro "Jazz In The Space Age" del 1960, progetti che riscuotono entusiasti consensi da parte della critica. Bill Evans e John Coltrane che collaborano con Georg Russell in questi dischi, fanno anche parte dello storico quintetto di Miles Davis, che nel 1959 registra "Kind Of Blue", riconosciuto come il primo album di Jazz modale della storia. I brani sono registrati e incisi senza fare le prove, e seguono alla lettera le teorie di George Russell. Le trame d'improvvisazione sono lasciate al talento e alla creatività del musicista, che non segue scale tonali ossessive e veloci come nel be bop, ma si arrampica su linee melodiche anche senza relazione apparente tra di loro. Ogni musicista interpreta a suo modo la partitura. Miles Davis alla tromba ha il suo mood lento che detta il tempo, il suo tempo, sospeso in volo come in continua tensione fra acuti e silenzi, Bill Evans risponde con il suo stile ricco di citazioni intellettuali e John Coltrane travolge tutto con la sua tecnica torrenziale che precipita e risale a valanga dalle scale modali. Coltrane, divoratore di teorie musicali, qualche anno più tardi firmerà un altro fondamentale album che arricchisce il genere: "Impressions", in cui esprime tutta la sua evoluzione emotiva ispirata da sonorità provenienti dai posti più diversi del mondo traducendola in frasi melodiche da capogiro. Per sfociare nell'apoteosi di "A Love Supreme" del 1964, un'immensa preghiera modale, che raccoglie tutte le religioni del mondo. Russell nel corso dei decenni ha applicato le sue teorie in molteplici settori musicali, anche in quello classico, collaborando con i più grandi artisti dei nostri tempi. Muore nel 2009 all'età di ottantasei anni ma senza la giusta risonanza mediatica. Forse non ha raggiunto il grande pubblico né come batterista, né come pianista, ma come teorico e arrangiatore ha davvero contribuito allo sviluppo del Jazz con un termine che lui amava: Evoluzione, non rivoluzione. La sua teoria rappresenta davvero una forma di evoluzione e merita riconoscimenti planetari.








sabato 19 luglio 2025

Enrico (Henri) Crolla: Tra mandolini e Jazz Manouche

Per la rubrica: Archeologia musicale, la storia di un musicista che raggiunge il successo negli anni cinquanta, non facendosi influenzare dalle mode del momento, ma fondendo le radici mandolinare ai virtuosismi gitani e allo swing. 


La sua passione è pizzicare le corde della chitarra, fare danzare le dita tra la tastiera e la cassa del suo strumento, seguendo le melodie che viaggiano tra i pensieri. La sua memoria è un archivio denso di conoscenze musicali. La sua sensibilità lo rende capace di captare insegnamenti anche se non ha mai studiato. Non è precisamente un autodidatta, perché è nato in una famiglia di mandolinari ambulanti e, quindi, la musica la respira da quando è nato. Suo sogno fin da bambino, infatti, è possedere un banjo, per questo motivo va a suonare il mandolino, a meno di dieci anni, davanti ai locali dei quartieri eleganti, accumulando le elemosine. Quando finalmente Enrico Crolla si può esibire con la sua personale chitarra, incanta gli spettatori con il suo senso del tempo, l’eganza ricca di morbidi fraseggi virtuosistici, e il suo stile che fonde lo swing di New York e di New Orleans con le trame melodiche gitane, chiamate manouche, le tecniche flamenco, con elementi nostalgici legati alle radici mandolinistiche. Fin qui si potrebbe pensare che stiamo raccontando la storia di un musicista italiano e invece lui in Italia c'è soltanto nato, in un ospedale di Napoli nel febbraio del 1920, e nel Bel Paese è pressoché sconosciuto, perché all'età di due anni, durante il grande flusso migratorio degli anni venti, si trasferisce, con tutta la numerosa famiglia, in Francia, a Parigi, nel quartiere periferico di Porte de Choisy, denominato soltanto Zone, dove le baracche degli italiani immigrati e quelle degli zingari Sinti sono indistinguibili. Si può affermare che la sua avventura inizi proprio nella baraccopoli parigina. Enrico naturalmente continua a comportarsi come un italiano. Segue la tradizione di famiglia che è quella di suonare, che è anche il suo sogno, che insegue con il suo carattere allegro, anche introverso, ma nel guardarsi dentro può estrapolare dalla propria interiorità scintille di genio da offrire agli altri in maniera solare. Con il simbolo del sole, infatti, ama firmare in calce le sue composizioni, al posto del suo nome. Quelle baracche diventano la sua casa, perché in quel luogo intriso di contaminazioni musicali può sempre rimanere in contatto con la sua arte, grazie alle continue carovane di musicisti che portano strumenti e stili di musica da tutto il pianeta. E poi incontra l'uomo che con una mano deturpata, con soltanto quattro dita nella mano sinistra suona come se ne avesse venti. Quell'uomo è Django Reinhardt, il chitarrista leggendario che gli insegnerà tutte le più raffinate tecniche dello strumento a sei corde. Enrico non dimenticherà mai la grandezza del suo maestro, anche quando raggiunge il successo, e ogni volta che si esibisce in un locale e lo vede entrare immediatamente cede la sua chitarra per far posto al suo mentore. Quando Enrico suona si aprono tutte le porte, grazie alla sua musica ha la possibilità di conoscere il grande poeta Jacques Prévert, con il quale instaura un stretto legame artistico, come si può apprezzare dalle diverse incisioni frutto della loro collaborazione, e di amicizia, il poeta infatti lo inserirà nell'ambiente intellettuale parigino, dove il musicista potrà completare la sua formazione. Il suo eccezionale talento non passa inosservato, ben presto raggiunge il successo e i francesi lo amano al punto da volerlo naturalizzare, così il suo nome viene mutato in Henri, e il cognome pronunciato con l'accento sull'ultima vocale come è tipico in Francia. Durante gli anni di celebrità vive un intensissimo periodo di produttività. È laeder di una band che diviene di culto, Henri Crolla sa Guitare et Son Ensemble, viene incaricato di incidere ben quaranta colonne sonore di pellicole dove compaiono i più grandi attori francesi di quel periodo come Brigitte Bardot e Jaen Gabin. Viene ripreso mentre accompagna alla chitarra Yves Montand (altro italiano famoso in Francia) che canta il celebre brano Tournesol nel film Souvenir de Paris. Nel pieno della sua carriera, a soli quaranta anni, viene stroncato da una malattia inguaribile, proprio come avvenne, sette anni prima, al suo maestro Django Reinhardt. Il suo talento sta tornando fortunatamente in auge grazie ai chitarristi della nuova generazione jazz, ma anche rock e blues, che apprezzano la tecnica elegante e contaminata del mandolinaro manouche.











domenica 6 luglio 2025

La parola inquieta

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Antonella Caggiano, sulla capacità della poesia di imprimere una direzione nell'inquietudine, far tremare dall'emozione scavando in profondità, porre le basi per l'ascolto. 


Antonella Caggiano vive a Pescara dal 2016, dove insegna materie letterarie. Ha collaborato a <<Il Roma>> e <<Il giornale di Napoli>>, divenendo giornalista pubblicista. Ha pubblicato: Estensioni, Galzerano editore,1990; Cronaca di uno zen annunciato, Albatros, 2010; Dolce di sale, con prefazione di Dante Maffia, Costa edizioni, maggio 2022; La vena delle viole, con nota, in quarta di copertina, di Davide Rondoni, Carta Canta editore, novembre 2023; Il ricordo perfetto, tradotto in romeno, Cosmopoli, Eikon Editori, 2025, il saggio Sassi di parole, Edizione Mondo nuovo, 2025. Le opere sono state accolte positivamente dalla critica. Molte poesie sono state tradotte in diverse lingue. Ha ottenuto importanti riconoscimenti in molti premi letterari. È giurata di premi letterari. È organizzatrice di eventi culturali. È membro dell’Accademia Internazionale “Mihai Eminescu”. Ha partecipato a diversi Festival internazionali della poesia. Collabora con riviste letterarie on line. Alcuni suoi testi sono presenti in antologie, fra le altre in: <<‘900 e oltre>> a cura di Roberto Pasanise e Gerardo Salvadori, introdotta da Pompeo Giannantonio, della facoltà di Lettere di Napoli; nella rivista <<Poeti e Poesia>>, curata da Elio Pecora.

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Avevo undici anni quando ho avvertito l’intuizione della scrittura poetica. La prima volta è arrivata prepotente e improvvisa, in un’occasione familiare un po’ malinconica. Ne ricordo ancora esattamente la penombra e il suono delle voci come in uno sfondo da film. Non mi sono posta domande circa l’importanza, la vivo come forma linguistica che più di altre è congruente col mio sentire, cucendo su misura le visioni, le musiche. Il mio percepire è evocazione di parole che mi trastullano e mi fanno alzare di notte. La parola non è mai esatta, è sempre un cammino in fieri. La parola inquieta è quella che orienta la direzione.  

Che rapporto hai con la poesia? 

È un bene ed un male necessari. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La poesia è atto di ribellione. Sempre lo è stato. Non segue le mode, ma ad esse si contrappone e le contraddice. È, anzi, anticipazione dei tempi. È intuizione che va affiancata alla conoscenza dei grandi poeti e poetesse che hanno creato e sperimentato. Su questa strada occorre proseguire, coltivando lo studio della parola in un sapiente gioco linguistico in cui si rivela la vera essenza umana in un’armonia dell’unicità nella diversità. Laddove la velocità della rete annichilisce e aliena, attraverso un linguaggio banalizzato e semplificato, la poesia rallenta, induce alla riflessione e umanizza.  

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale? Sapresti riconoscere uno scritto artificiale da uno umano? 

L'argomento è centrale nel dibattito contemporaneo su linguaggio, tecnologia e creatività. Va affrontato su due piani: interazione e competizione, e poi riconoscibilità. La poesia è mistero e il mistero getta la sua ombra nello spazio che esiste tra percezione ed espressione. In quello spazio la parola poetica è balbuziente, riflettendo l’imperfezione dell’uomo che, pur anelando all’infinito, sente e cade. Il sangue e la carne appartengono all’uomo. Le emozioni nascono dal corpo e sono parte di un’esperienza, un vissuto. Invece, le espressioni poetiche riprodotte dall’Intelligenza artificiale sono molto lineari, talvolta ripetitive e non vi si percepisce il trauma o la profondità autentica. L’IA, per quanto sofisticata, non sente. Questo limite è anche il suo tratto distintivo. Può emulare, ma non esperire. Tuttavia la parola umana e quella artificiale possono essere complementari. Utile si può rivelare l’IA nella ricerca, nell’offrire spunti, idee, tradurre, riassumere. In merito alla competizione, invece, l’IA ha superato di gran lunga l’umano per la velocità e l’efficienza. Non è una scoperta recente l’Intelligenza Artificiale. Anticipando quasi di sessant’anni, Primo Levi racconta l’attuale ChatGPT quando pubblica, con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, la raccolta di racconti di fantascienza Storie Naturali. In essa il racconto Il Versificatore è anche un macchinario acquistato da un poeta per velocizzare la sua scrittura poetica, così da accontentare la sua clientela. Ancora una volta l’intuizione arriva prima della scienza. l’IA è stata creata dall’uomo, ma non può certamente sostituirlo. L’uomo resta l’unico a poter sanguinare di parola. L’IA può imitare ma non tremare.

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Solitamente è l’ultima. La vena delle viole è l’opera nella quale ritrovo il seme di intuizioni che hanno caratterizzato un lungo percorso. Il labor limae faticoso, durato anni, è segno di un anelito verso la ricerca della parola che incarni il più possibile con onestà quel sentire originario. È una silloge che mi ha richiesto tante energie per venire alla luce e che ha i miei colori. Ma la poesia è ricerca continua. Dunque l’opera che ancora non ho scritto è forse quella in cui maggiormente mi riconosco. 


La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Quando a scuola si parla di poesia, l’interesse è alto. E pure la tensione. Bisogna prestare molta attenzione a come si comunica con gli adolescenti e a come si voglia trasmettere la parola poetica. Evitare che la poesia diventi meramente scolastica, assunta come compito, è prioritario. La poesia proposta come slancio in un linguaggio nuovo e come ascolto, crea em-patia, gancio per arrivare all’altro e a se stessi. Al termine di uno dei laboratori di poesia che normalmente conduco in classe, chiesi ai miei alunni di dire in poesia come si sentissero. Il più indisciplinato e disinteressato alle lezioni alzò la mano: “Mi sento una margherita calpestata” quasi urlò. Mi chiarì con poche parole quanto per anni non ero riuscita a comprendere. Il problema dei nostri giovani è che sono molto soli. Hanno bisogno di ascolto e di sentirsi liberi di esprimere emozioni.