domenica 22 febbraio 2026

Nina Simone: Bozza di ritratto in chiaroscuro

Per la rubrica Archeologia musicale, il ritratto di un'artista che con le sue capacità espressive, vivendo pienamente le tensioni e i successi del suo periodo storico, si eleva prepotentemente al ruolo di traghettatrice musicale e politica dagli anni cinquanta agli anni sessanta. 



Per fare un ritratto di una personalità complessa come quella di Nina Simone, riuscire a cogliere tutti gli aspetti di un'essenza così mutevole, utilizzerò come luce la sua stessa accecante luce e per ombre le sue stesse ingombranti ombre. Nella numerosa famiglia Waymon, in cui la madre è un ministro metodista, il talento musicale è distribuito a dismisura. La piccola (Nina) Eunice Kathleen lo cavalca fin dalla più tenera età, suonando il pianoforte per accompagnare le sorelle più grandi in esibizioni dal vivo per la sua comunità. La gente del posto orgogliosa di un tale prodigio organizza una fondazione per garantirle il sostegno economico necessario a permetterle di suonare al conservatorio di New York. La passione di Eunice è la musica classica ed è nell'ambiente giusto per poterla coltivare, ma proprio nel momento di fare il salto di qualità, alla conclusione del corso di New York, subisce uno degli episodi di razzismo che segneranno profondamente la sua esistenza. La commissione di Filadelfia, che deve esaminarla, annulla l'audizione per non ammettere una musicista di colore nella loro prestigiosa scuola. Questo rifiuto segna il termine dei suoi studi e per mantenersi suona il pianoforte nei locali notturni di Atlantic City, ma non ama cantare. Il gestore del locale in questione minaccia di licenziarla se non tira fuori la voce e intrattiene i suoi clienti. Nel repertorio di Nina non c'è nessun brano di intrattenimento, quindi adatta alle sue esigenze un estratto dell'opera "Porgy And Bess" di Gershwin. Questa intuizione esalta la sua vocalità da contralto, profonda, scura, sensuale che conosce le tonalità forti del dolore e le aperture radiose della gioia. Il suo talento non passa inosservato; notte dopo notte conquista pubblico e managers discografici. Il suo modo di fare musica con un sound costituito da blues, gospel, jazz, pop, ma anche dal modo di suonare il pianoforte -è la prima ad utilizzare il contrappunto tipico della composizione classica in partiture leggere e il silenzio come tempo musicale-, approderà nel primo disco "Little Girl Blue" (1959), che contiene I loves You Porgy e la celebre My Baby Just Cares With Me, due brani fondamentali per la sua carriera. Il salto nella notorietà la trasporta direttamente negli anni sessanta, anni di fermento assoluto sia in campo artistico che in quello socio-politico, anni in cui la protesta per i diritti civili dei neri afroamericani diventa più corposa, solida, grazie a attivisti come Malcolm X e Martin Luther King. Il movimento delle Black Panthers, istituisce aiuti culturali, lavorativi, concreti, per i soggetti più bisognosi della propria gente. Nina aderisce agli ideali del Black Power e se ne fa portavoce attraverso la musica. Alcuni dei suoi brani di quegli anni come Four Women, Mississippi Goddam o To Be Young, Gifted And Black saranno usati come inni dai Movimenti per i diritti. Mississippi Goddam la compone proprio per protesta contro una strage di matrice razzista in cui trovano la morte quattro giovani donne nere. Il brano troppo violento e aggressivo per le radio tradizionaliste viene bandito e il disco rimandato indietro spezzato in segno di disapprovazione. Pur lottando strenuamente per i diritti della sua razza, la piccola Eunice, Nina, all'inizio della sua carriera artistica, sceglie come nome d'arte Simone, in onore a Simone Signoret, attrice francese, impegnata, alternativa, bianca, e non disdegna di utilizzare i testi di autori bianchi che emergono in quegli anni, come Bob Dylan, Leonard Cohen, George Harrison, Randy Newmann. Anche se stima Martin Luther King aderisce empaticamente all'ideologia proposta da Malcolm X e si dichiara favorevole all'uso della violenza e pronta alla lotta. La violenza è un altro elemento che contribuisce a creare ferite incurabili nella sua anima. Per anni la subisce quotidianamente tra le pareti domestiche. Andrew Stroud, l'uomo che fa da marito e manager spesso ricorre alle percosse e agli abusi fisici e psicologici per mantenere il controllo su di lei e la sua personalità vulcanica. La violenza è dentro, è fuori e tutt'intorno, sembra inarrestabile. La vita dei leaders dei movimenti per i diritti, suoi intimi amici, finisce nel sangue. Malcolm X muore in un cruento attentato, mentre il predicatore della non-violenza Martin Luther King viene colpito da un proiettile alla testa. Nina lascia l'America per protesta contro i governanti del periodo e i vertici dell'FBI colpevoli di non impegnarsi al massimo per difendere i diritti degli afroamericani. Non prima di pubblicare un altro inno alla ribellione e alla vita, Ain't Got No, I Got Life (1969) adattamento riarrangiato di spezzoni del musical Hair. Per tutti gli anni sessanta, con il suo modo di suonare e cantare, di esprimersi artisticamente, ha conquistato il pubblico e la critica, ha guadagnato la stima di artisti suoi contemporanei e scalato le classifiche, ha conosciuto il successo in senso assoluto, ma lontano dal suo paese, come in un esilio volontario, lontana dal marito e dalla figlia Lisa, trova difficoltà a pubblicare altri dischi. Il suo vagare, associato all'impegno politico, la porta alle Barbados, in Liberia, in Olanda e Svizzera. Cecil Dennis, importante politico della Liberia, l'uomo che probabilmente le fa vivere l'ultimo vero sentimento, muore in un attentato mentre lei è impegnata in un concerto. Quando, dopo anni di lontananza, ha la possibilità di riavvicinarsi alla figlia, non riesce a gestire le emozioni e usa su Lisa la violenza che ha subito lei stessa nella vita. Pur suonando la musica del diavolo ha sempre manifestato, per retaggio familiare, una certa propensione alla spiritualità, testimoniata da tanti brani tra cui il più riuscito Sinnerman la vorrebbe tesa verso un'altra dimensione, ma è costretta a rimanere in questa dimensione ed accettare ingaggi in locali sconosciuti soltanto per soldi per i debiti accumulati, anche con il fisco, fino a quando uno dei suoi primi brani, venduto per fare da colonna sonora di un spot, per una casa di moda parigina, le restituisce il successo mondiale. Per lei è il ritorno alla celebrità. Si trasferisce in Francia dove finalmente può dedicarsi a lei stessa nella maniera giusta. Le viene diagnosticata la sindrome bipolare e prescritte le cure adeguate. Sulle due sponde della polarità si è sempre suddivisa la sua vita e la sua arte. Il suo modo di cogliere gli elementi agrodolci nelle vibrazioni che viaggiavano nell'aria in maniera elettrica tra lei e il suo pubblico ne fa una delle interpreti più geniali e innovative di tutti i tempi. Nonostante una vita estremamente burrascosa e i postumi di un tumore al seno, muore nel 2003, a settant'anni, serenamente nel sonno e le ceneri restituite alla Madre Africa. 






 


domenica 8 febbraio 2026

Un modo di stare al mondo

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autrice Sheila Moscatelli sul senso di pienezza che la Poesia propone, sullo spirito del poeta che lo infonde in ogni parola e in ogni gesto…


Sheila Moscatelli è nata a Terni il 31 dicembre del 1977, si è laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Reumatologia presso l’Università degli studi di Perugia. Dal 2011 vive e lavora a Ravenna. Suoi testi appaiono su blog letterari e riviste on line come Atelier, Interno Poesia, Poeti Oggi, La Poesia e lo Spirito, Versolibero, Il Tasto Giallo, Circolare Poesia, Larosainpiu, Lucaniart, Farapoesia, L’Astero Rosso, Margutte, L'Estroverso, L’Altrove. Alcuni sono stati tradotti in spagnolo per il Centro Cultural Tina Modotti. Ha pubblicato “L’essenziale” (Firenzelibri, 2023, prefazione di Valerio Grutt) e “Una spiga” (peQuod, collana Portosepolto, 2025, prefazione di Francesca Serragnoli). Collabora come redattrice ed editor con la collana Fuori Stagione e con la rivista di poesia Bottega Portosepolto. 

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?

Ho incontrato la poesia, come molti, da bambina e me ne sono innamorata intorno ai vent’anni, ma per me è rimasta a lungo un fatto privato. L’esigenza di condivisione è nata solamente negli ultimi anni, dopo aver incontrato compagni di viaggio che sono tutt’ora punti di riferimento preziosissimi e una comunità che è diventata famiglia.

Che rapporto hai con la poesia?

Come ho detto una volta ad un caro amico “siamo in una relazione felice e corrisposta”. La scrittura arriva quando vuole, e quando accade è uno stato di grazia, per il quale cerco di farmi trovare pronta, ma la lettura è una necessità quotidiana. Per me la poesia è un modo di stare al mondo, come dice Bobin in “abitare poeticamente il mondo”. Mi ha insegnato a stare nelle domande senza aspettare risposte. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Il grande rischio che si corre con l’abuso delle parole è quello di svuotarle di senso. Accoglienza, resilienza, uguaglianza, pace sono esempi di parole largamente utilizzate e ridotte a scatole vuote, simulacri privi del significato originario. La poesia fa esattamente il contrario. Riempie di senso ogni parola. Quando in un testo poetico leggo la parola sole devo poterne sentire il calore sul viso.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Non credo che possa esserci competizione. L’AI è uno strumento e come tale né buono né cattivo. Dipende dall’utilizzo che se ne fa. La creatività invece è una caratteristica strettamente umana, da cui è impossibile prescindere se si vuole fare arte con la scrittura. La poesia non è solamente tecnica o competenza linguistica. È soprattutto lo spirito del poeta incarnato nelle parole, è come dice Ungaretti, quando le parole contengono un segreto.

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Potrei dire che mi riconosco in entrambi i libri che ho pubblicato e nello stesso tempo che non mi riconosco in nessuno dei due, senza mentirti, perché in entrambi riconosco qualcosa di me che è stato e che non è più. Quindi, la risposta più onesta che posso dare è che al momento mi riconosco in quello che sto scrivendo e che non ho ancora pubblicato. 

La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Certo. La poesia ha la capacità di attraversare i secoli e i linguaggi senza perdere niente della propria potenza. Basta pensare a quanto sono ancora attuali i tormenti di Saffo, la relazione con il trascendente di Emily Dickinson e le rappresentazioni delle passioni umane di Dante. Quando la poesia è vera risuona nel profondo di ognuno di noi al di là del tempo e dello spazio.