domenica 8 febbraio 2026

Un modo di stare al mondo

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autrice Sheila Moscatelli sul senso di pienezza che la Poesia propone, sullo spirito del poeta che lo infonde in ogni parola e in ogni gesto…


Sheila Moscatelli è nata a Terni il 31 dicembre del 1977, si è laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Reumatologia presso l’Università degli studi di Perugia. Dal 2011 vive e lavora a Ravenna. Suoi testi appaiono su blog letterari e riviste on line come Atelier, Interno Poesia, Poeti Oggi, La Poesia e lo Spirito, Versolibero, Il Tasto Giallo, Circolare Poesia, Larosainpiu, Lucaniart, Farapoesia, L’Astero Rosso, Margutte, L'Estroverso, L’Altrove. Alcuni sono stati tradotti in spagnolo per il Centro Cultural Tina Modotti. Ha pubblicato “L’essenziale” (Firenzelibri, 2023, prefazione di Valerio Grutt) e “Una spiga” (peQuod, collana Portosepolto, 2025, prefazione di Francesca Serragnoli). Collabora come redattrice ed editor con la collana Fuori Stagione e con la rivista di poesia Bottega Portosepolto. 

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?

Ho incontrato la poesia, come molti, da bambina e me ne sono innamorata intorno ai vent’anni, ma per me è rimasta a lungo un fatto privato. L’esigenza di condivisione è nata solamente negli ultimi anni, dopo aver incontrato compagni di viaggio che sono tutt’ora punti di riferimento preziosissimi e una comunità che è diventata famiglia.

Che rapporto hai con la poesia?

Come ho detto una volta ad un caro amico “siamo in una relazione felice e corrisposta”. La scrittura arriva quando vuole, e quando accade è uno stato di grazia, per il quale cerco di farmi trovare pronta, ma la lettura è una necessità quotidiana. Per me la poesia è un modo di stare al mondo, come dice Bobin in “abitare poeticamente il mondo”. Mi ha insegnato a stare nelle domande senza aspettare risposte. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Il grande rischio che si corre con l’abuso delle parole è quello di svuotarle di senso. Accoglienza, resilienza, uguaglianza, pace sono esempi di parole largamente utilizzate e ridotte a scatole vuote, simulacri privi del significato originario. La poesia fa esattamente il contrario. Riempie di senso ogni parola. Quando in un testo poetico leggo la parola sole devo poterne sentire il calore sul viso.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Non credo che possa esserci competizione. L’AI è uno strumento e come tale né buono né cattivo. Dipende dall’utilizzo che se ne fa. La creatività invece è una caratteristica strettamente umana, da cui è impossibile prescindere se si vuole fare arte con la scrittura. La poesia non è solamente tecnica o competenza linguistica. È soprattutto lo spirito del poeta incarnato nelle parole, è come dice Ungaretti, quando le parole contengono un segreto.

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Potrei dire che mi riconosco in entrambi i libri che ho pubblicato e nello stesso tempo che non mi riconosco in nessuno dei due, senza mentirti, perché in entrambi riconosco qualcosa di me che è stato e che non è più. Quindi, la risposta più onesta che posso dare è che al momento mi riconosco in quello che sto scrivendo e che non ho ancora pubblicato. 

La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Certo. La poesia ha la capacità di attraversare i secoli e i linguaggi senza perdere niente della propria potenza. Basta pensare a quanto sono ancora attuali i tormenti di Saffo, la relazione con il trascendente di Emily Dickinson e le rappresentazioni delle passioni umane di Dante. Quando la poesia è vera risuona nel profondo di ognuno di noi al di là del tempo e dello spazio.



domenica 25 gennaio 2026

J.B. Lenoir: il Blues e l’impegno

Per la rubrica: Archeologia musicale, la storia di uno dei primi bluesman a inserire tematiche sociali nei suoi brani nei primi anni cinquanta, perché le sofferenze del suo popolo sono le sue stesse sofferenze, permettendo al blues di prendere un'ulteriore direzione…



Lavare i piatti in un locale, nella Chicago degli anni cinquanta, non è il massimo per nessuno, figurarsi per un musicista. Eppure, J.B. Lenoir, arrivato da New Orleans nella Windy City, ha moglie e figli da mantenere e la sua passione non gli basta per sopravvivere; è costretto a sbarcare il lunario sciacquando e lustrando piatti e posate. Niente di strano che nel locale dove presta servizio, come succede negli altri locali della metropoli, ha la possibilità di ascoltare i pionieri della musica, responsabili della svolta epocale del blues. Proprio in quegli anni, il genere musicale che è sempre stato il veicolo della tradizione afroamericana degli stati del sud, incomincia a contaminarsi con altre sonorità, si consolida l’elettrificazione degli strumenti e l’amplificazione, e a ballare sono masse di gente ancora più enormi. Sono le ugole e i polpastrelli bollenti di Muddy Waters, Elmore James, Little Walter e tanti altri geniali musicisti a traghettare il blues verso il rock blues, e ancora a conquistare il mondo con il Rock and Roll come quello che propone Bo Diddley. Mentre lavora J.B., per lenire la fatica e non vedere le sue mani rovinarsi con il sapone, canta le canzoni dei suoi colleghi e canta le sue stesse canzoni. Pensa al suo nome: J.B., che non è un nome ma soltanto due iniziali di non si sa che cosa. Soltanto due lettere, un nome che non è nome. Perso insieme alle radici. Probabilmente le sue più belle composizioni sono nate davanti a un lavabo pieno di schiuma e stoviglie, e sudore sulla fronte. Ad un certo punto, però, il turno di lavoro finisce… Così J.B. Lenoir può indossare la sua giacca zebrata dalla lunga coda, imbracciare la chitarra, salire sul palco e cantare tutta la rabbia che ha dentro. Perché proprio lui, con la sua musica e i suoi testi, è uno degli artefici di questo cambiamento. Gli ha insegnato il padre a suonare la chitarra, prendendo spunto dai tradizionali arrangiamenti di Blind Lemon Jefferson, e J.B. li fa suoi, velocizzandoli e attualizzandoli. Tira fuori tutto quello che ha dentro il cuore, con la sua voce sofferente e acuta che, nell’emissione raggiunge tonalità altissime, tanto da essere scambiata spesso per quella di una donna. Sono innumerevoli le sue registrazioni in quegli anni presso varie etichette e in collaborazione con eccezionali musicisti. I suoi brani non hanno mai avuto il successo meritato. Probabilmente il pezzo che ha scalato per un po’ più di tempo le classifiche è Mama Talk To Your Daughter, uno dei brani più classici del suo repertorio. Non hanno niente di meno brani poco celebri ma che possono essere considerati come i suoi manifesti: Let’s Roll e The Mojo Boogie. J.B. Lenoir mette nei suoi testi tutto quello che sente, che vive. Il brano Eisenhower Blues nasce come una preghiera rivolta al Presidente degli Stati Uniti dell’epoca, motivata dal comprendere profondamente le difficoltà economiche della sua gente che, poi, sono le sue stesse difficoltà. Osservare la realtà di quel periodo, in cui le manovre politiche hanno portato alla paura del diverso, dello straniero, attraverso la guerra fredda, e per giustificare emorragie economiche destabilizzanti per la popolazione, ha portato alla vera e propria guerra con la Corea. Lenoir avverte tutto questo e lo riversa nel suo blues. Infatti il lato A di Eisenhower Blues è I’M In Korea, in cui si immedesima nel dolore di un soldato che deve partire per il fronte e lasciare la propria casa, abbandonare la propria moglie in un giaciglio vuoto. Sono registrazioni che risalgono a un periodo compreso tra il 1951 e il 1954. Probabilmente sono i primi blues che affrontano dichiaratamente tematiche sociali e che utilizzano l’impegno come ingrediente fondamentale della composizione. J.B. non si ferma mica qui, ribadisce il concetto in Korea Blues e affronta le tematiche razziali in Alabama Blues. Poi, però, si torna a ballare e sono indimenticabili i suoi ritmi in Voodoo Boogie e in I Feel So Good. Negli anni sessanta prosegue la sua produzione impegnata, infatti quando scoppia la guerra con il Vietnam esce la sua Vietnam Blues, con il pensiero rivolto a chi è costretto a partire per una guerra che fa vittime sempre innocenti. In quel periodo, però, il blues, a causa di sconvolgenti e attraenti novità artistiche, vive un momento di incapacità nel comunicare con le nuove generazioni. J.B. Lenoir non si dà per vinto e pur di continuare le sue sperimentazioni musicali, inserendo ritmiche africane nei suoi arrangiamenti, si impegna a trovare altre entrate, andando a lavorare nelle cucine dei locali. Bisogna aspettare, come per tanti suoi colleghi, il Revival Blues a metà degli anni sessanta, per permettergli di tornare a esibirsi con una certa continuità e per tornare ad incidere. Il suo glorioso rientro in scena purtroppo dura poco, troppo poco. Tre settimane dopo un incidente stradale, avvenuto nel 1967, le ferite interne riportate non gli lasciano scampo. Con poca vita vissuta, soli trentotto anni, e tante tantissime altre cose da raccontare. 








Little Walter: 

Elmore James:



sabato 10 gennaio 2026

Il rimedio del marinaio

Per la rubrica: PHARMASONG, la storia di un vecchio marinaio che è venuto a trovarmi in farmacia, raccontandomi che non vedeva la donna che amava da tempo infinito. Non mi chiedeva un rimedio, anche perché non avrei saputo cosa consigliare, non esisteva rimedio migliore della sua esperienza. Chiedeva soltanto ascolto. Il mio lavoro è anche questo: ascoltare, e ascoltando non potevo che farci una canzone. 




Il rimedio del marinaio 


Ho una cicatrice sul cuore a forma di farfalla. 

La accarezzo sfiorando ogni più lieve solco, 

fino a intrattenermi in quelli più profondi.

La ringrazio soffermandomi sui suoi contorni, 

perché mi suggerisce la destinazione da prendere. 

Riempiendo d'oro le crepe brilleranno come stelle. 

Come stelle nella notte. 


Affido le mie parole al canto deĺle sirene 

che tra follia e ragione troveranno rimedi 

e approdi, che non abbiano il tuo nome. 

solo il battito delle tue ali.


Sono un'isola nell'isola che viaggia nel silenzio 

dei battiti seguendo rotte cardiache.

Ogni battito è un colpo di remi, un’eco che rimbalza 

tra le pareti del petto, tra i vortici del respiro,  

impegnato a mutare il vento. Il vento che m'invento,

che inverte la bussola, ricuce la mappa, la ricama di luce.

La luce nata dallo strappo. 


Affido le mie parole al canto deĺle sirene 

che tra follia e ragione troveranno rimedi 

e approdi, che non abbiano il tuo nome. 

solo il battito delle tue ali.


giovedì 8 gennaio 2026

Emozionante duetto

Il mio duetto con l'Orchestra Filarmonica Europea di Ernesto Celani, durante la messa in scena dell'opera Lo Scompiglio, di cui sono autore dei testi, con musica del Maestro Marco Pofi, il 25 ottobre 2025, presso l’Auditorium del Divino Amore, con la direzione di Claudia Martini. 

Per l'occasione ho vestito i panni anche del narratore provando l'indescrivibile emozione di duettare con l'orchestra. 


domenica 4 gennaio 2026

Cenni biografici

Gabriele Peritore 

Poeta, farmacista, blogger, videomaker 



Nato ad Agrigento. Ha conseguito la laurea in Farmacia presso l’università degli Studi di Palermo. Vive e lavora a Roma come: 

farmacista preparatore galenico;

poeta, scrittore, operatore culturale attivo in svariate manifestazioni di carattere nazionale e internazionale; 

blogger, gestisce l'omonimo blog in cui si occupa di Cultura e Controcultura, Poesia e Pirateria. Precedentemente (2016/2019) è stato caporedattore centrale della testata giornalistica online Magazzini Inesistenti;

videomaker, ha realizzato la videopoesia Benvenuti nel primo mondo (2023), vincitrice del 7° Concorso nazionale SINESTETICA per poesia inedita e videopoesia. E Opera DeLirica (2024) 

Pubblicazioni:

“Lo Scompiglio” (libretto per opera, con musica composta da Marco Pofi, 2025)

“L’isola confine” (romanzo, 2014, Edizione Libreria Croce)

“Vino e Venere” (romanzo, 2012, Edizioni Libreria Croce).

”A respiro trafitto” (poesie, 2004, produzione clandestina).

“Io sono la vera vite”, simbologia e fitoterapia delle piante dei Vangeli (saggio, 2007, Edizioni Libreria Croce).

“Luigi Filippo Peritore, intellettuale agrigentino” (saggio monografico, 2008, Ca. Gi. Editore).

Presente in numerose antologie. 

È uno dei poeti protagonisti del documentario “Poeti” del regista Toni D’Angelo in concorso alla 66ima edizione del Festival del Cinema di Venezia 2009.Nel 2010 una poesia tratta dalla silloge “A respiro trafitto” diretta dal video artista Quinto Ficari ha partecipato allo ZebraPoetry FilmFestival di Berlino, il più importante festival di videopoesia in Europa. A ottobre del 2020 è stato insignito di una menzione speciale per la poesia “Cadenza” all’interno del Premio Internazionale I Colori dell’anima e il Gran Premio della Giuria per la poesia “Il segreto del profeta” al Premio Nazionale Ossi di Seppia nel febbraio del 2021. Sempre nel 2021, in primavera, una menzione d'onore per il racconto "Il canto dell'africano" al Premio Nazionale Lorenzo Montano. La silloge inedita "Canti galenici" si aggiudica il terzo premio al Premio Nazionale AlberoAndronico nella primavera del 2022. Finalista al Premio Bologna in Lettera 2025, per la Poesia Orale, con il progetto MareCromia.



domenica 28 dicembre 2025

Quell'anima speciale

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Annalisa Lucini, sugli amori che non si concretizzano e su quelli che nascono, sulle intenzioni e sulle scelte che determinano l'esistenza e sulla dualità che la Poesia può creare ma anche sciogliere e tanto altro… 


Annalisa Lucini, avvocato e poetessa. Ha pubblicato per la poesia: Dannazione di donna perbene (Eretica edizioni). Ha curato per la collana universitaria eCampus «Bridging» il volume Enzo Siviero Human Bridges Ponti Umani. È stata nella giuria nel Concorso Nazionale Zeno. Membro di redazione del quaderno elettronico di critica letteraria «Retroguardia» e del Lit-blog «Finestre». Suoi inediti sono presenti nel Lit-Blog «Gruppo Scrittori Firenze». Scrive saltuariamente sulla rivista «Galileo». Suoi versi, tradotti in cinese, fanno parte di alcuni progetti della Scuola di Poesia Enciclopedica. Dal 2025 scrive con Ginevra Sanfelice Lilli sulla rivista nazionale Your Time by L’Orologio.

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?

Avevo quattordici anni ed ero innamorata di un ragazzino della scuola. Lui, più grande, proprio non mi notava. Poi un amico di famiglia -giornalista- mi ha regalato un libro di poesie di Jacques Prévert con testo francese a fronte. Ho cominciato a fare come Pollicino: seminavo ogni tanto versi su diari, quaderni, lavagne e scriverli, in francese, mi imbarazzava di meno che scriverli in italiano. A quell'età non hai percezione di te stesso e pensi che se il contesto si accorge dei tuoi sentimenti potresti essere deriso. L'insegnante di francese notò quei versi sparsi e ricordo una lezione dedicata ad alcune poesie di Prévert. Quell'amore non si è mai concretizzato ma credo di essermi accorta allora della potenza comunicativa della poesia.

Che rapporto hai con la poesia?

Un rapporto di "sorellanza". Nel senso che Annalisa (A) sta alla poesia (P) come una sorella/fratello (S) sta alla sua famiglia (F). A:P= S:F. Questo comporta una relazione stretta, viscerale e anche complessa. Se sono distratta dagli stimoli esterni dimentico le ricorrenze, mi presento tardi agli appuntamenti, mi astengo da lettura e scrittura. Se ho necessità di casa per ritornare nel nucleo fondamentale, sparisco agli occhi del mondo e dedico alla poesia ogni momento.

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La parola è tutto. La utilizziamo per diversi scopi e il poeta -più di altri- ne comprende la forza evocativa, declinandola in base a ciò che vuole comunicare. Mondo, sii, e buono;/ esisti buonamente… Inizia così una poesia di Andrea Zanzotto intitolata Al mondo e contenuta nella raccolta "La beltà" del 1968. Venire al mondo, essere buono e esistere buonamente sono caratteristiche ben distinte. C'è un inizio, un'intenzione e poi ci sono scelte ben precise di vita, per esistere buonamente. Tutti elementi che -come la parola- sono espressioni della vita quotidiana che è immersa anche nel virtuale. Per questo bisogna sempre saper scegliere la parola giusta e individuare quel confine che è la nostra salvezza dall'abuso telematico. Alla parola, talvolta bisogna frapporre silenzio, pausa, interruzione, introspezione. Solo così -forse- continueremo ad esistere buonamente.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Credo sia una questione di intelligenza. Umana non artificiale. La parola è sempre al centro e interagisce con l'intelligenza artificiale in una relazione strumentale. Qualche tempo fa un'amica mi raccontava che nella fase preparatoria di un progetto di gruppo, è venuto fuori che la bozza era stata palesemente realizzata con l'intelligenza artificiale. Individuati gli elementi inconfutabili di questa "scorciatoia", i lavori sono ricominciati con l'ammonimento a tutti i presenti di non fare più una cosa del genere. Anche a scuola, se qualcuno copiava di sana pianta da un testo scolastico veniva smascherato. Cosa è cambiato rispetto a ieri? La tecnologia. E bisogna utilizzarla con buon senso. Si può scrivere una poesia con Chat GPT, è vero, ma non si potrà mai donare alle parole quell'anima speciale che soltanto l'ispirazione umana sa. E un'ispirazione fasulla, prima o poi si palesa da sola. Sempre.

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Mi riconosco in ogni cosa che ho scritto e non rinnego nulla. Ho lesionato la mia coscienza di laceranti giorni./Strappi violenti, progenie di procurati danni, questo uno dei versi di Cocci rotti che apre Dannazione di donna perbene, mia opera prima edita, nella quale ho espresso le contraddizioni del demone angelo che si cela nella percezione del sé nel mondo interiore e nella spazialità. Uno spazio che è contemporaneamente tópos e non-luogo. Nella dualità alla quale, ormai, appartengo c’è sempre l'invettiva della poetessa alla donna e, in questo sdoppiamento esistenziale, sono le parole a svelare: Dannata me, Macerata anima solitaria./ Butto via ogni cosa persa e ritrovata/prima del suo innato deteriorarsi. Sul concetto di "riconoscersi" potrei dire moltissimo. E-Noi-Cosa-Siamo? Scrivevo qualche anno fa nella raccolta inedita Lilac Wine che, dopo un importante riconoscimento nazionale, non ho avuto il coraggio di pubblicare. Ma questa è un'altra storia… Italo Calvino nelle sue Lezioni americane ha scritto che siamo “un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Dunque oggi Annalisa è questo: il verso iniziale di un suo fraseggio, in viaggio per vedere luce: Mi cullò,/ sconosciuto utero retroverso/ in dondolii lievi a precedere/ l’affiorare lieve.


La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?

La Poesia “deve” comunicare alle nuove generazioni. Questo per effetto di un processo generativo che non può arrestarsi. Conosco alcuni giovani poeti dei quali apprezzo carisma e ispirazione e comprendo molto bene lo scollamento esistente tra le diverse generazioni poetiche. Si dovrebbe trovare sempre il modo per creare varchi tra vecchie e nuove generazioni, progetti comuni, momenti aggregativi… In primis è una questione di volontà, poi può entrare in gioco anche la caparbietà nel tentare di rompere schemi e arroccamenti. Solo così non rischieremo mai di perdere il filo di Arianna.



domenica 14 dicembre 2025

Duane Eddy: Una firma inconfondibile

Per la rubrica: Archeologia musicale, il momento in cui il rock’n’roll inizia a prendere nuove forme grazie ad artisti che amano sperimentare con gli strumenti. 



C’è un suono, legato ad un modo particolare di suonare la chitarra elettrica, che fa parte della storia del Rock and Roll e che quando arriva alle orecchie, con il suo ritmo dondolante e avvolgente, sembra che esista da sempre, o per lo meno da quando è nato questo genere musicale. Una tecnica stilistica chiamata Twangy, caratterizzata da un arpeggio che esalta l’ampiezza vibrante delle corde basse della chitarra, attraverso un ricercato modo di usare l’elettrificazione che aumenta il riverbero e l’eco. Il creatore di tale tecnica è Duane Eddy, talentuoso musicista proveniente da Tucson e accasatosi in Arizona, che affida le sue qualità artistiche al produttore Lee Hazelwood, grande esperto delle tecniche acustiche che, per rafforzare l’effetto eco, porta il chitarrista a registrare all’interno di giganteschi contenitori metallici per liquidi. Così nasce Movin’ n’ Groovin’ nel 1958, brano intenso, trascinante e che grazie al suo sinuoso sound mette una gran voglia di ballare, conquistando in breve tempo le vette delle classifiche. Duane ha soltanto vent’anni quando è già famoso come Elvis, ma la sua voglia di fare Rock ‘n’ Roll risale a molto tempo prima, e la sua passione per la chitarra a quando aveva soli cinque anni e si divertiva ad emulare i suoi idoli musicali. Sempre dello stesso anno è Rebel Rouser, altro fondamentale brano che mette in contatto il musicista con le sue radici Country; l’impatto di questi brani sul mondo musicale è devastante, influenzando a livello espressivo tutta la generazione della Surf Music, o chitarristi di importanza storica come George Harrison o Jeff Beck. Sull’onda del successo, della sua musica e del suo stile, la produzione prende una velocità vertiginosa, con le registrazioni nel giro di pochi mesi di brani come Ramrod, Cannonball o Forty Miles Of Bad Road. Nel 1959, inoltre, viene incaricato di eseguire la colonna sonora del film “Because They’re Young”, che si rivela un’altra tappa fondamentale della sua carriera artistica, immortalando l’iconografia che appartiene all’immaginario degli anni cinquanta negli States- Cadillac, brillantina sui capelli, gioventù turbolenta- in un ritmo Rockabilly. Il suo periodo d’oro sembra inarrestabile e a confermare il gradimento arrivano pezzi in rapida successione come Yep, Shazam!, o la sua interpretazione di Peter Gunn, e nel 1962 (Dance With The) Guitar Man. Quando nulla sembra poter fermare la sua ascesa, con la minaccia della British Invasion che incombe sul mercato musicale americano, è lui stesso a cambiare le carte in tavola rivoluzionando la sua proposta artistica. Gli album della metà degli anni sessanta infatti lo vedono impegnato a sperimentare altri linguaggi, prediligendo la forma acustica o reinterpretando brani di autori che apprezza, come nel caso di Bob Dylan, cercando di coglierne la poesia compositiva strumentale al di là dei versi. Negli intervalli di tempo si concede delle parentesi dedicate al cinema con interpretazioni anche di rilievo. La sua carriera prosegue così per tutti gli anni a seguire, con produzioni e collaborazioni musicali sempre di altissimo livello e tributi e riconoscimenti che piovono copiosi. Quando qualsiasi chitarrista sale sul palco ancora oggi e imbraccia la chitarra, basta soltanto che le sue dita sfiorino soltanto una corda a far vibrare la prima nota alla maniera di Duane Eddy, per far scattare la magia; il suo sound si materializza all’istante attraverso la firma inconfondibile per dare forma al Rock ‘n’ Roll e per ricordarcelo nei secoli dei secoli.