sabato 24 ottobre 2026

La Poesia è come il corpo

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autrice Eva di Palma, sulla capacità di osservare, di distilare linfa poetica dalle ferite dell'anima, di dare voce ai fallimenti, e tanto altro...


Eva di Palma, nata a Carpi (MO) nel 1986, ha vissuto alla Spezia, dove ha svolto per anni la professione di avvocata penalista. Attualmente tiene un laboratorio di poesia presso la casa circondariale di Livorno. Scrive da sempre, prosa, ma soprattutto poesia e dopo alcuni riconoscimenti nel 2024 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, Eterna impermanenza / eterno svanire, per la casa editrice Erasmo. I suoi versi compaiono anche in alcune raccolte, tra le quali l’antologia Versi senza voce edita da Ensemble nel 2024. Recensisce libri sulla rivista letteraria ClanDestino e pellicole cinematografiche per il sito del movimento Giustizia Insieme. Realizza opere di collage art, rappresentazioni di poesia visiva, esposte in alcune gallerie. Il 20 ottobre è uscito il suo libro di poesie Bestiale, femminile per Mondadori. Il 27 ottobre verrà presentato a Sanremo dal poeta Giuseppe Conte.  

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un’importante forma di comunicazione?

Tutto parte da una profonda passione per la parola, una vera e propria attrazione. La lettura, prima ancora della scrittura, mi accompagna da sempre, posso dire da quando ho memoria. Con gli anni (anche con gli studi giuridici) ho potuto approfondire la ricerca sulla parola e alimentare la mia fiducia nel suo potere salvifico, che trova la sua fonte primigenia nella poesia. Scrivo da sempre e con gli anni la poesia è diventata la forma privilegiata della mia scrittura. Nel verso ho potuto affinare l’attenzione per la densità della parola, per il suo peso specifico. La parola poetica è intrisa di silenzio, di fronte al silenzio, nutrito di significato, deve lasciare lo spazio bianco. E non può ripetersi: la poesia è come il corpo, non può essere due volte, non nasce due volte. Compito della poesia è strappare la parola all’indicibile, sottrarla al buio, inchiodandola alla sua essenza, vergandola – lapidaria – sullo spazio vuoto della pagina bianca, come una ferita. Penso che non esista forma più pura di comunicazione.

Che rapporto hai con la poesia?

Con la poesia ho un rapporto ininterrotto, che parte da un’attività di scavo profondo, dalla quale si apprende a risalire in superficie con alcune pepite rubate all’oscurità, ancora grezze. Da lì parte il lavoro, l’ossessione di chi tenta di scrivere in versi, l’attività dell’orafo che deve maneggiare quelle petite, levigarle, lavorando di cesello, affinarle, fino a vederle splendere, lisce, inchiodate allo spazio bianco. Non si deve pensare, però, a quest’attività come a un mero viaggio introspettivo. Nulla di tutto questo sarebbe possibile senza l’osservazione di ciò che accade nel mondo, senza la tangibilità del reale, del corpo. Talvolta poeta non è chi inventa ma chi sa osservare. La parola poetica è parola agita, che passa dal sangue al verso sulla pagina, in un costante lavoro che conosce chi è abituato ad avere i piedi sporchi di fango e la testa carezzata dagli dei. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Poesia è creazione di mondi col potere della parola, forza creatrice, potente mezzo per modificare la realtà, per definire il magma ribollente del reale. Per questo ho parlato di parola agita. E per la medesima ragione ritengo che non esista alcuna lotta tra il verso poetico e l’utilizzo telematico della parola, ai due sono destinati piani operativi distinti. Se ci si riferisce all’abuso, ancora una volta il nemico non è – solo – il mondo telematico. Della parola indefinita, della parola vana si fa sfoggio quotidiano anche nel nostro consueto dialogare (termine fuorviante, perché nel discorrere comune raramente si fa esperienza del logos), nutrito di luoghi comuni e lontano da quel peso specifico che prima ho tentato di dire. Quando, però, nell’alluvione di parole una riesce a staccarsi, l’occhio allenato ha gli strumenti per accorgersene. Di lì passa l’elettricità, la luce.  

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell’intelligenza artificiale? Sapresti riconoscere uno scritto artificiale da uno umano?

Non può competere ciò che è umano con ciò che non lo è, o meglio, con quello che prende linfa dall’umano, affinando al meglio ciò che l’umano offre (una massima forma di interazione, a ben vedere, anche se l’uomo rischia di esserne tagliato presto fuori, come suggeriscono alcuni aneddoti). Quindi se si vuole parlare di competizione pura e semplice, ritengo che la gara sia impari. Ma la forza dell’umano sta nel saper fallire, nelle sbavature della vita, cui solo la parola umana può dar voce, intrisa di quel sangue che prima si è tentato di dire, forte della sua stessa debolezza. Occorre, però, fare attenzione, perché di quello stesso sangue si sono nutrite anche le risorse che hanno allenato le intelligenze artificiali (non possono sentire, ma hanno studiato su Dante più e meglio di noi, questo dato deve accettarlo anche chi se ne sente spaventato o si illude di potersene allontanare). E la distinzione in sé per sé penso sia sempre più difficile – e non so fino a che punto utile. Ultimamente sono stata sfiorata spesso dal dubbio che alcuni versi scritti da giovanissimi non venissero dal palpitare dei loro polpastrelli, ma fossero sputati ad hoc da un programma digitale, ormai disponibile ai più. Devo dire, però, che, in casi come questi, ho preferito soffermarmi sulla ricerca del perché il giovane abbia così paura di fallire da affidare a una sorta di post-umano un prodotto creativo che dovrebbe essere tipicamente suo. Questo dovrebbe valere in tutti gli ambiti, anche a scuola: invece che studiare sanzioni sempre nuove occorrerebbe modificare gli strumenti di impartizione e verifica del sapere.    

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Sono stata a lungo senza un libro sottobraccio, da proporre durante i reading poetici ai quali ho partecipato spesso. Non ho sentito l’esigenza della pubblicazione per anni. Ho letto tanto, ho scritto sempre, mi sono lasciata contaminare, ho preso parte a raccolte. Solo nel 2024 ha visto la luce la mia prima silloge, Eterna impermanenza / eterno svanire, edita da Erasmo. Un libriccino ancora claudicante, dove hanno trovato voce i filoni principali della mia ricerca poetica, quelli da cui tutto è partito. Da quel momento l’impegno non si è allentato, ma ha preso col tempo una forma maggiormente definita. Fino all’odierna pubblicazione, Bestiale, femminile, il libro uscito il 20 ottobre 2026 con Mondadori. In questi versi ho cercato di cantare la poliedricità del desiderio femminile, dando voce a un eros carnale, selvaggio, talvolta oscuro, scabroso, ma per le medesime ragioni anche spirituale, mi spingerei a dire addirittura sacrale. Ho voluto cantare la femminilità come forza propulsiva di vita, spinta ferina, in costante connessione con la natura, madre e matrigna. In quel bestiale ho provato a racchiudere l’elevazione massima della donna, erotica e mistica al contempo. Nei prossimi mesi saranno molte le occasioni in cui parlerò in pubblico di questo libro, che ha ricevuto fin da subito un’attenzione inattesa.



La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?

Non solo ritengo che la poesia possa ancora comunicare, ma che debba farlo, che questo sia il suo compito. E che debba farlo soprattutto ai giovani e a chi è ai margini della società. La poesia, lungi dall’essere meramente terapeutica, può, però, essere via per una concreta liberazione. Il potere salvifico e libertario della parola poetica può essere d’aiuto ai giovani per definire ciò che ancora appare informe, per strappare a quel buio una parola, salvandola dal privo di senso nel quale galleggiano. E questo potere può esplicare tutta la propria forza anche in altri ambiti, come quello carcerario, dove attualmente sono impegnata con un laboratorio di poesia che mi sta regalando potenti soddisfazioni. 




domenica 27 settembre 2026

Jeff Beck. L'immaginario della chitarra elettrica

Per la rubrica: Archeologia musicale, l'uscita di Truth, l'album di Jeff Beck che ridefinisce la potenza della chitarra elettrica, diventando punto di riferimento per l'esplosione dell'hard rock. 



Jeff Beck non imbracciava semplicemente una chitarra: la interrogava, la sfidava, la piegava alla violenza e alla tenerezza di un'anima che non ha mai accettato confini. Nato a Wallington nel 1944, Beck è stato molto più di un virtuoso del rock: è stato il vero visionario della distorsione e del feedback, colui che ha rifiutato la comfort zone delle classifiche e la ripetizione seriale per inseguire ossessivamente il suono esatto che custodiva nella mente. A differenza dei suoi contemporanei, non cercava il rifugio comodo del purismo; era l'indiscusso esploratore di frontiere, colui che ha spinto l'immaginario della chitarra elettrica là dove nessun altro aveva osato guardare. La sua vera cifra stilistica risiedeva nei polpastrelli. Ha progressivamente abbandonato il plettro per cercare un contatto epidermico, diretto, carnale con l'acciaio. Faceva piangere, ruggire e cantare la sua Fender Stratocaster usando la leva del vibrato e il controllo del volume come bisturi invisibili, trasformando ogni fraseggio in un lamento fluido, vocale, spaventosamente umano. Dai giorni incandescenti con gli Yardbirds alla deflagrazione viscerale di Truth, passando per le vette inarrivabili del jazz-fusion strumentale di Blow by Blow, Beck ha camminato su una linea di confine sottilissima tra il caos primordiale e la geometria della perfezione. Era un artigiano inquieto, consumato da un'inesausta urgenza espressiva, convinto che la musica non fosse un prodotto da replicare, ma materia viva da forgiare. Forse la traccia migliore della sua visione musicale la troviamo nell'album d'esordio da solista Truth.  Uscito dai Yardbirds, decise di formare un suo gruppo solista, arruolando un allora sconosciuto Rod Stewart alla voce e un giovanissimo Ronnie Wood al basso. Il disco prende i classici del blues di Chicago (firmati da Willie Dixon o B.B. King) e li fonde con un'energia tellurica, chitarre abrasive, riff pesanti e la voce roca, graffiante e teatrale di Stewart. È considerato all'unanimità una delle pietre miliari che hanno gettato le basi dell'Hard Rock e del proto-heavy metal, anticipando di un soffio l'esplosione dei Led Zeppelin. L'amplificatore ronza nella penombra dello studio, un respiro basso di valvole incandescenti e rame. Fuori, Londra è un mantello di pioggia e fumo; dentro, nell'aria densa di tabacco e sudore, c'è l'odore acre della materia che si ribella. È il luglio del 1968. Non è ancora hard rock, non è più solo blues: è un terremoto che si raccoglie nel cavo di una mano. ​Jeff Beck china la testa sul suo strumento, le dita callose che premono l'acciaio con la furia di un fabbro e la grazia di un cardiochirurgo. Quella non è esecuzione; è distruzione e rinascita. Prende il lamento antico del Delta, il fango di Chicago, le dodici battute che sanno di cotone e catene, e le scaglia contro il muro del presente. Le spoglia della polvere per rivestirle di un metallo nuovo, tagliente, implacabile. Poi entra la voce. Rod Stewart non canta: graffia il silenzio, lo sbrana, lo trascina per i capelli. È una voce che sa di asfalto e bicchieri rotti, un grido rauco e disperato che sa farsi carezza e subito dopo tempesta. Si guardano appena, nel ristretto cerchio della sala di registrazione: il basso di Ronnie Wood che pulsa come un battito cardiaco sotterraneo, la batteria secca e scarna di Mickey Waller che sostiene l'ossatura del mondo. Truth si compie così, nell'attrito tra la precisione e il caos. Non c'è grazia accademica in brani come Beck's Bolero o nella rilettura spietata di You Shook Me; c'è un'urgenza fisica, sismica. È la distorsione che diventa timbro, il tormento che si fa canto. Quando l'ultima nota si spegne, non rimane che il riverbero nell'aria immobile. Un riverbero lungo, sordo, che continua a vibrare sottotraccia, destinato a cambiare per sempre il destino di ogni chitarra a venire.



sabato 5 settembre 2026

Il rimedio per Narciso

Per la rubrica PHARMASONGS, la Melopea in versi liberi, nata dall'osservazione del comportamento di alcuni miei clienti che manifestano tendenze narcisiste. Benché abbia delle connotazioni umoristiche, non sempre riesco ad avere la pazienza di tollerare un atteggiamento per cui, le regole comuni sono per le persone comuni, non per lui. Perché il narcisista cerca sempre di aggirare la fila, magari avvicinandosi lateralmente al bancone con una scusa. Se costretto ad aspettare, mostra un'impazienza teatrale, il suo tempo è visibilmente più prezioso di quello degli altri. Deve posizionarsi un gradino sopra di te, difficilmente accetta un consiglio standard, perché grazie ai suoi agganci importanti lui sa già la risposta, e non può perdere l'occasione di sminuire il tuo ruolo e farsi notare dagli altri clienti. Per il narcisista, l'immagine è tutto, e questo include l'idea di essere invulnerabile. Poiché non sanno gestire la vulnerabilità, un piccolo sintomo si trasforma immediatamente in un dramma. Hanno bisogno di una soluzione immediata, perché il loro disagio ha la priorità assoluta sul resto del mondo. È In questo momento che penso che la mia pazienza abbia svolto proficuamente la sua funzione, perché, nel momento in cui la corazza narcisistica mostra tutta la sua fragilità, riesco ad avvicinarmi effettivamente a loro, e mi illudo di avere davvero un rimedio definitivo. Quel rimedio che sappia scavare all'origine del problema. Forse perché c'è un Narciso in ognuno di noi. 



Il rimedio per Narciso 


Tendi la mano, Narciso, 

tendi la mano al tuo riflesso,

a quell'immagine bellissima, perfetta,

che non conosce le unghie del tempo. 

Ti sei specchiato alla superficie pulita,

ti sei innamorato della facciata che offri al mondo. 

Finché la luna non si è messa di traverso, 

il suo lato oscuro si è impadronito dello specchio, 

la sua ombra si è impadronita del riflesso. 


Adesso, adesso, tendi la mano, Narciso, 

tendi la mano al triste abisso. 

Solo per spaccare lo specchio,

perché non riconosci più te stesso. 

Perché non sei tu. 

Eppure sei tu. Sei tu.


Tendere la mano, adesso, 

tendere la mano al tuo riflesso, 

è un atto di ferocia sacra,

che rimette insieme i cocci di vetro.

Ricostruisce quell'immagine di cui non puoi fare a meno,

la tua ombra che si allunga all'estremo, 

camminando tra i crateri della personale luna,

il tuo bambino impaurito e lì che trema.


Adesso, adesso, devi tendere la mano, Narciso, 

tendi la mano al tuo riflesso. 

Lo specchio è il vero ingresso. 

Per abbracciare ancora quel bambino impaurito.

Anche senza capire l'origine della paura.

Solo per riflettere sulle tue viscere tremanti.


Narciso, tendi la mano, adesso.

Tendi la mano al tuo riflesso. 

Adesso che la tua luce è completa del buio interiore.

Adesso che il tuo sguardo riflette 

quello di un bambino ferito, impaurito,

l'intelligenza liquida che abita le tue ferite, 

accoglie la mano e ne fa carezza,

disinfettando le crepe tra i frantumi.

Tendi la mano al tuo riflesso.

Adesso.


sabato 29 agosto 2026

Antonella Caggiano: Diecimila anni (Moretti & Vitali, 2026)




Come in una danza di elettroni nel vuoto, di particelle spaiate che ancora non hanno preso forma, in cui tutte le forme sono oltremodo possibili, in un luogo sottratto alla linearità cronologica, Antonella Caggiano si immerge con eleganza demiurga facendosi danza essa stessa. Attinge a questo brodo embrionale danzante estraendo particelle e condensandole per dare loro forma di sillabe e poi di parole. Le parole si legano tra di loro attraverso invisibili legami chimici creati da una forza d'attrazione lirica, che non necessita di punteggiature, solo di accenti subatomici. La sensibilità dell'autrice si fa filtro e trasparenza, permettendo al caos informe della gravità emotiva di cristallizzarsi nella leggerezza della frase/ frammento. Uno spazio di passaggio in cui il caos elementale delle emozioni si raccoglie, si orienta e si coagula spontaneamente nelle parole e poi nei versi. Leggere un testo come "dalla disperazione imparammo / a ridere insieme ai sali del cielo/ stipati nel sottovuoto del tempo" significa assistere a un processo che richiama una dinamica alchemica generativa di un nucleo, che ci restituisce l'esatto punto d'incontro tra l'abisso del vissuto e la grazia della forma, e attorno a cui ruota simmetricamente l’intera struttura delle strofe che compongono l'opera “Diecimila anni”.  Questo nucleo generativo trova la sua compiutezza in una struttura circolare di profonda potenza architettonica: un’invocazione alla madre e una preghiera a Maria, la Grande Madre di tutti noi, aprono e sigillano l'opera, trasformandosi da supplica intima a intonazione universale. L'incipit della raccolta non è solo un avvio lirico, ma un vero e proprio spazio archetipico e sacrificale. Ciò che imprime una spinta vitale e fisica all'opera è la continuità di una linearità al femminile che concepisce la vita e tesse il mondo. L'autrice non scrive solo dalla prospettiva di una figlia che interroga le origini, ma parla con la responsabilità e la gioia di chi è madre a sua volta. Questa triplice identità – figlia, madre, connessione alla Grande Madre – crea un asse vibrante che attraversa tutta la silloge. Mentre la storia dei diecimila anni e la tragedia di Gaza sono segnate dalla furia della guerra e dalla disumanità, la linea materna agisce come un contrappunto di cura radicale. La poesia concepisce l'esistenza non come una sequenza cronologica di conflitti, ma come un filo ininterrotto di protezione. Tuttavia, questa fisionomia del sacro si scontra continuamente con il limite della realtà: il mondo disonora e distrugge, e il corpo della madre (biologica e archetipica) deve farsi carico di una ferita sanguinante, offrendosi come mantelloalba per coprire la nudità colpevole dell'umanità. In uno scenario segnato dall'assenza di un Dio provvidenziale e il cielo “inveisce solitario” di fronte alle bombe e alle rovine, la chiamata alla Madonna non è un gesto devozionale di superficie, ma l'appello all'unica figura capace di ricomporre il sudario delle creature. Abbandonati a se stessi, ridotti a "criminali" in un mondo in fiamme, gli esseri umani trovano nel grembo materno l'unico rifugio possibile di fronte al silenzio del mondo: portali al tuo seno – noi non siamo capaci – Attraverso questo percorso, la poesia di Antonella Caggiano sperimenta la disperazione del tempo e la crudeltà della storia per depositarsi, infine, nelle mani di una Madre di carne e sangue. È l'atto estremo di una voce che, nata da quel vuoto atomico e da quella forza d'attrazione primordiale, sceglie di stringere l'umanità intera – adesso, nell'ora della nostra vita – restituendola alla grazia fragile e ostinata di una nuova genesi.  È proprio nel testo che dà il titolo all'intera raccolta – Diecimila anni – che si svela il senso ultimo di questa geografia poetica, 

diecimila anni

che non vedo l'orma

dei tuoi occhi

eppure l'anima

non si scarnifica

da questo terrore bianco

di mute montagne malate

Il baratro temporale evocato dal titolo non è soltanto la misura astratta della storia umana, ma si incarna tragicamente nella ferita del nostro presente, nella devastazione e nel massacro consumati sotto il cielo di Gaza. Di fronte a questo orizzonte di gelo e macerie si compie il miracolo della resistenza. La poesia non cerca l'artificio, ma affonda le radici in una danza di elettroni nel vuoto, in una materia primordiale e informe da cui si origina il cosmo.



domenica 9 agosto 2026

Leonard Cohen: Hallelujah

Per la rubrica: Archeologia musicale, il tributo all'artista che più di tutti, nel contesto sperimentale degli anni sessanta, ha saputo portare la Poesia in musica. 



Quasi se lo sentiva Leonard, ci ha lasciato poco dopo avere dato alle stampe il suo ultimo album "You Want It Darker", che può essere interpretato come una confessione sulle meditazioni di uomo maturo che si avvicina all'estrema dipartita, e ne sente il fascino. Si dichiara pronto come in una preghiera a intraprendere l'ultimo viaggio, ma poi avverte la nostalgia per le cose terrene, la materia e la sua seduzione, passa attraverso la rabbia e il dolore, per poi rimanere sgomento difronte l'enormità del mistero. 

In ogni brano dell'ultimo lavoro si avverte l'intensità della poesia che lo ha sempre contraddistinto.

Già poesia, si tende spesso ad abusare della parola poesia, ma nel caso di Cohen sembra la parola più azzeccata in assoluto, perché al contrario di molti suoi colleghi songwriters che dopo aver riscosso successo con le loro canzoni si sono dedicati all'arte letteraria, Leonard invece iniziò la sua carriera artistica proprio come poeta e scrittore.

Sin dall'adolescenza la sua passione principale è la comunicazione in ogni sua forma. Si dedica al teatro, all'oratoria e soprattutto alla scrittura. All'Università di Montreal partecipa a un premio letterario, il talento innato lo porta alla vittoria ottenendo la pubblicazione della prima silloge di poesie "Let Us Compare Mythologies". Si guadagna elogi da parte della stampa locale che lo ritiene una delle migliori promesse letterarie canadesi. Dopo la laurea sfrutta un premio in denaro ricevuto dal Council of Canada, rifugiandosi sull'isola di Idra, sul mare Egeo, per scrivere. Durante il buen retiro, in cui digiuna a lungo e sperimenta l'effetto delle anfetamine, produce una nuova silloge di poesie "Flowers For Hitler" e un lavoro di narrativa dal titolo "The favourite game" (Il gioco favorito in italiano) che indaga la potenza costruttiva o distruttiva della Parola. Il linguaggio è ricco e potente, il protagonista è un giovane adolescente con tratti ampiamente autobiografici. Vive in prima persona la confusione dei ricordi che riemergono dal passato e la scoperta di vari elementi formativi che lo porteranno a diventare un uomo, la lealtà e l'ipocrisia, le sconfitte, il successo, il sesso, l'amore. Contiene troppe immagini erotiche e trova grandissime difficoltà ad essere edito anche se nel 1963 finalmente trova la via della pubblicazione. Dopo qualche anno, nel 1966, esce un'altra silloge di poesie "Parisites of Haeven" e anche il romanzo "Beautiful Losers" (Belli e perdenti), visionario, onirico, escatologico, scherzoso, mai apprezzato totalmente dalla critica, ma che con gli anni diventa un caposaldo della letteratura canadese.

C'è una donna che conosce l'amore di Leonard per la musica, è Judi Collins, sua amica intima e sostenitrice, che ha avuto la possibilità di interpretarne le prime composizioni e lo esorta a mettersi alla prova anche come cantante. Grazie a una donna, quindi, irrompe nel 1967 nell'universo cantautorale con il disco Songs of Leonard Cohen e ad una donna è dedicato il primo brano della tracklist: Suzanne (bellissima ballerina che ha conosciuto realmente), mormorato come a voler dare soltanto un tappeto musicale emotivo alle parole. Per Leonard è il ponte perfetto tra la letteratura e la musica, perché proprio Suzanne prima di essere una canzone era una poesia pubblicata in "Parisites of Haeven". Anche se la critica non gli riserva una buona accoglienza, per i testi troppo tristi e per i toni malinconici, l'impatto con l'universo musicale è devastante, perché porta dentro le canzoni tutto il suo mondo poetico. 

La sua fermentante interiorità è frutto di una commistione, prima implosiva poi esplosiva, di fattori. C'è una buona dose di tormento esistenziale, che sfiora la depressione; non ha paura di spiattellare l'argomento del suicidio senza filtri. Probabilmente la sua vita è segnata dal dolore per la perdita, ha perso il padre a soli nove anni. L'insegnante di chitarra che gli faceva lezioni di tecnica flamenco si suicida prima che Leonard arrivi alla fine del primo ciclo, lasciandogli, però, le basi per quel suo tipico arpeggio veloce che lo ha contraddistinto nelle sue esecuzioni. C'è l'irrequietezza spirituale, perché lui è ebreo osservante, di famiglia e retaggio, molti dei suoi testi ricalcano alla lettera passi dei libri dell'Antico Testamento e hanno la trascendenza vocale del salmo o della preghiera. Non rinnegherà mai il suo profondo legame con l'ebraismo, anche se per un lungo periodo della sua vita abbraccia il buddismo, fino ad esserne nominato monaco silenzioso, per lui, però, il buddismo è soltanto una filosofia di vita. Si lascia affascinare dalla figura di Gesù, che vede più come uomo che come figlio di Dio, e ne apprezza la sua vicinanza verso i peccatori e verso gli ultimi. Per contrasto esprime un tipo di umorismo pieno di interrogativi che si porta dietro dalla tradizione ebrea, mai evidente, anzi da scoprire sornionamente tra le righe, che spesso lo pone su posizioni contraddittorie. C'è lo sguardo attento, anche se caratterialmente si tiene in disparte per una naturale introversione lui è dentro il mondo, il mondo è dentro di lui, riuscendo ad analizzare in maniera critica i fenomeni sociali e le dinamiche politiche, sempre al fianco degli oppressi. C'è la ricchezza e l'eleganza del linguaggio, che proviene dalle sue passioni letterarie e dall'amore per poeti come Federico Garcia Lorca, Robert Frost, Thomas Stearn Eliot, alternata a crude stilettate senza peli sulla lingua, espressi attraverso l'intensità della sua voce roca e baritonale allo stesso tempo. Soprattutto c'è l'attenzione verso la sensibilità e la fragilità femminili, in qualsiasi loro manifestazione, che siano prostitute o sante, o semplicemente donne e basta. Tantissimi sono i brani dedicati alle donne appunto, come la già citata Suzanne, Marianne, Nancy, Giovanna D'Arco. 

L'importanza dell'universo femminile nella sua vita e nella sua carriera è innegabile e lui lo racconta attraverso il sentimento idealizzito, il sentimento infranto, il tradimento, i triangoli relazionali e l'erotismo esuberante. Sono tanti gli esempi toccanti, uno di quelli che ci piace ricordare di più è Chelsea Hotel, il brano dedicato alla sua relazione con Janis Joplin, scritto subito dopo la scomparsa della mitica cantante.

Un modo di indagare la debolezza dell'essenza umana e di interpretare la forma canzone che è lontano dalle tendenze stilistiche del periodo storico a cui appartiene, ma che influenzerà la maggior parte di songwriters e cantautori in tutto il mondo.

"Songs Of Leonard Cohen" contiene pietre miliari della musica come Suzanne, Sister Of Mercy, So long, Marianne, Hey, That's No Way to Say Goodbye, anche se la definitiva consacrazione avviene con gli album seguenti "Songs From A Room" e "Songs of Love And Hate".

Il successo finalmente acquisito non può essere appagante per uno spirito inquieto come quello di Cohen. Negli a seguire la sua voglia di mettersi in discussione lo porta a sperimentare altri tipi di arrangiamenti. Abbandona la chitarra, per cercare suoni più pieni. Prova il pianoforte, e poi l'elettronica, con risultati non sempre convincenti.

Da uno dei maggiori insuccessi commerciali nasce, però, Hallelujah. Il brano che forse contiene la summa della poetica coheniana. L'amore per il divino e l'amore per il terreno.

La debolezza umana che è la propria debolezza. La ricerca della perfezione che si scontra contro la limitatezza. L'amore per una donna che si può scambiare per l'amore assoluto, o per l'amore verso Dio. Per intonare la propria lotta interiore sceglie i temi biblici di Re David e di Sansone, il primo tentato da Betsabea, il secondo tradito da Dalila. L'amore per la materia e il potere di decidere sulla vita di un altro uomo che ti fa sentire come un dio. Così Leonard/David/Sansone ama Betsabea/Dalila, la musica, la vita e conosce la vittoria e la sconfitta e urla Hallelujah. Hallelujah per superare la bellezza e la bruttezza, Hallelujah per unire lo spirito e la materia, Hallelujah per vedere oltre la luce e il buio, Hallelujah sommessamente urlato verso il cielo come in un orgasmo.

Hallelujah avrà sospirato Leonard per salutare il suo amato mondo.








domenica 26 luglio 2026

Jack Bruce e l'esperienza dei Cream

Per la rubrica: Archeologia musicale, l'impatto devastante, di un virtuoso del basso elettrico, nel mondo del blues rock, che rivoluzionerà per sempre il modo di intendere quel genere musicale.



Se non fosse già stato inventato il termine Riff lo conierei all'istante per descrivere le frasi ritmiche gravi che Jack Bruce ricamava con il suo basso, per poi improvvisare come un provetto jazzista sulle corde robuste di uno strumento non adatto agli aerei virtuosismi, ma che tra le sue dita si plasmava, e non contento, in un impeto di ispirata energia, dava vita ad una di quelle cavalcate solitarie neanche fosse una fuga pensata da Bach a cavallo del suo organo. Il sound dello scozzese Jack Bruce sintetizzava tutti questi elementi, il giro ritmico interiorizzato da anni di apprendistato nelle migliori band rock blues d'oltremanica, la capacità di improvvisare dovuta alla sua abilità di polistrumentista, e l'elaborazione melodica ricavata dai suoi studi classici, fatti alla Royal Scottish Academy of Music, fin dall'età di diciassette anni. Riesce a maturare nella sua forma migliore gli anni di sperimentazioni quando, insieme ad Eric Clapton e Ginger Baker, creano l'alchimia dei Cream, nell'anno magico del 1966. Conosce Eric Clapton durante la frequentazione della blues band più famosa e importante di quel periodo, quella di John Mayall. Eric era l'unico che poteva suonare accanto all'immenso Mayall. Alla batteria i due decidono di ingaggiare una vecchia conoscenza di Jack, un altro eccezionale e polivalente musicista come Ginger Baker. Che quella dei Cream sia un'alchimia lo dimostra anche il fatto che Bruce e Baker riescano a seppellire le vecchie ruggini accumulate ai tempi in cui suonavano insieme nella loro band d'esordio, la Graham Bond Organization. I due si odiavano letteralmente, per danneggiarsi l'un l'altro si sabotavano gli strumenti e al culmine dell'adrenalina arrivavano anche allo scontro fisico, fin quando il batterista non ottenne la leadership della band estromettendo Jack, costringendolo a fare esperienza in altre band. Col senno di poi il suo girovagare si rivelò una fortuna che condusse all'incontro con Clapton. La nascita dei Cream appiana tutto, anche perché dall'eclettica sinergia dei tre artisti scaturirà il sound che rivoluzionerà tutta la storia del rock blues. Dischi capolavoro come "Fresh Cream", "Disrlaeli Gears", "Wheels of Fire", "Goobay", li renderanno popolari e influenti a livello mondiale. Il trucco del loro stile è quello di non avere laeder, ognuno di loro contribuisce mettendo a servizio della band tutto il geniale talento di cui dispone in un mix che dal vivo risulterà letteralmente esplosivo.  Il contributo di Jack è fondamentale, grazie alla tecnica che proprio in quel momento raggiunge il massimo livello espressivo, nascono brani come Sunshine Of Your Love, il pezzo più famoso dei Cream ma anche, White Room, Politician, I Feel Free, N.S.U. (tra i più conosciuti ma ce ne sono tanti altri ancora), in cui il bassista si esibisce anche alla voce sui testi del poeta Pete Brown.  I Cream dopo aver influenzato tutti gli esponenti del genere Rock, Hardrock, Metal, a livello planetario con soli tre album, si separano nel novembre del 1968, per naturale esaurimento delle tematiche e per la voglia condivisa di tutti gli elementi di sondare altri territori musicali. Jack Bruce si apre infatti alle più svariate collaborazioni per colmare tutte le sue inclinazioni. Suona insieme a Lou Reed nell'album "Berlin". Con Frank Zappa nel disco "Aposthrophe", affiancando il geniale chitarrista, proprio nella title track, con il suo tipico giro di basso. Si esibisce con tutti i più grandi jazzisti del momento per poi approdare nell'hardrock. Nel frattempo si confronta anche, con la composizione al pianoforte e con l'esperienza da solista firmando vari album totalmente di suo pugno. Tra materiale non utilizzato nei lavori con i Cream e nuove idee che confluiranno in due dei migliori album della sua produzione da solista, "Song for a Tailor" e "Harmony Row", dischi che contengono gemme immortali come Theme From An Imaginary Western, You Burned the Tables On Me, Folk Song, Never Tell You Mother She’S Out of Tune, Ticket To Waterfall. Un incidente di percorso, legato ad un tumore al fegato nel 2003, mette a rischio la sua carriera. Subisce un trapianto che sembra non andare a buon fine, ma tutto sì risolve, ritrovando le forze per tornare a esibirsi dal vivo. Riproporre altri due storici, stoici e gloriosi concerti con i Cream, fino alla fine. La musica era la sua vita e si è dato a lei fino all'ultima esibizione tenuta in Italia, a Catanzaro nel 2013 all'età di settant'anni. Ci lascerà un anno dopo ma il suo basso non ci lascerà mai. 







sabato 4 luglio 2026

Il rimedio della sopravvivenza

Per la rubrica: PHARMASONGS, la ballata ispirata agli incontri, quasi quotidiani, con una giovane madre rom. ​Lungo il tragitto sulla via Casilina che mi portava da casa alla farmacia, mi capitava spesso di fermarmi a un semaforo particolarmente lungo — uno di quelli solitamente prediletti da lavavetri e giocolieri. Per un lungo periodo, a quell'incrocio si è legata la figura di una donna che chiedeva l'elemosina con una bambina in braccio. Vedere quella neonata esposta al traffico e in mezzo alle auto mi stringeva il cuore, ma cercavo di fare il possibile per aiutarle. ​Con il passare dei giorni entrammo in confidenza. Si chiamava Arghela: era giovane e bella, per quanto profondamente triste. Grazie al legame che si era creato, un giorno trovai il coraggio di farle notare quanto fosse nocivo per la piccola respirare i gas di scarico delle automobili. Glielo ripetevo ogni giorno e lei, ormai riconoscendomi, mi accoglieva sempre con un sorriso. ​Dopo qualche settimana, però, quei sorrisi si trasformarono in lacrime. In un momento di vulnerabilità, Arghela mi confessò di non avere alternative: se non avesse portato a casa i soldi, il marito l’avrebbe picchiata a morte. Inoltre, non poteva lasciare la bambina a casa poiché la allattava ancora al seno; era costretta a portarla con sé. ​Di fronte a quella rivelazione, mi sentii impotente. Continuammo a scambiarci sorrisi e piccoli aiuti per qualche altra settimana, finché, un giorno, non la rividi più. Ho sempre sperato che fosse riuscita a fuggire con la sua bambina, per andare il più lontano possibile da quel marito sfruttatore. 




Il rimedio della sopravvivenza 


Sei leggera, madre zingara, 

Sei leggera Arghela, 

come una lacrima che non scende, 

che evapora, e all’afa sa solo sfumare.

Leggera come una goccia di pioggia, 

che scorre sulle guance, 

se scende giù dal cielo.


Madre sfruttata, madre venduta. 

Madre zingara, madre rumena. 

A piedi nudi, a faccia scalza sull’asfalto, 

la tua danza ha il ritmo dell'emergenza. 


Leggera, ti muovi tra le auto in fila.

Leggere, le gambe a schivare i paraurti.

Leggere, le mani a mostrarsi ai finestrini.


Leggera, la bambina che porti in braccio.

Leggera come il cibo che non la sfama.

S’allatta di smog, si nutre di gas, 

e non basta un sorriso di compassione

a curarla dalla vita, a curarla dalla vita. 


Leggera, la mostri, leggera, la sporgi

per intenerire il cuore che pulsa al sicuro, 

dentro quelle scatole di solitudine e lamiera, 

protetto dai vetri come inossidabile armatura.


Pesante, il rifiuto, pesante, il diniego, 

di quel po’ d’elemosina che non ti fa rubare, 

che non ti fa rubare e che ti fa mangiare, 

che soddisfa il marito protettore o sfruttatore.


Pesante, l’illusione di libertà che rimbalza 

negli occhi indifferenti alla tua danza. 


Sei pesante, madre zingara. 

Sei pesante, Arghela. 

Come i colori della tua gonna 

appassiti da quelli del semaforo, 

come i rumori delle catene 

imposte al tuo nomade vagare.


Se bastasse quel po’ d’elemosina per campare,

se bastasse quel po' di pane per non rubare.

Se bastasse cercare il soldo dentro il dolore,

per soddisfare Il marito padrone o sfruttatore.


Pesante, l’illusione di libertà che rimbalza 

negli occhi indifferenti alla tua danza

sotto la pioggia o nel caldo spossante.


Sei un fastidio che bussa, un colpa che passa,

un’ombra che sporca la loro corazza.

E nel vetro ti guardi, nel buio del vetro,

col volto alterato, un vuoto che non riconosci.

Una dignità estorta che non torna più indietro.

Ma il semaforo chiama, il dovere ti sprona,

la tua disperazione è l'unica corona.

Sei la regina, la sola regina 

di questo tuo amaro andamento. 


Sei leggera, madre zingara. 

Sei leggera Arghela 

Leggera, la bambina che porti in braccio.

Leggera come il cibo che non la sfama.

Leggera come una lacrima che non scende, 

e che può solo evaporare.