domenica 22 marzo 2026

Joe Pass: Chitarra e libertà

Per la rubrica: Archeologia musicale, la storia di un musicista, che è anche una storia di rinascita, una rinascita in musica, che, a partire degli anni sessanta, permette a un grande chitarrista di far esplodere la sua carriera. 



Chissà a cosa pensava Joseph Passalacqua in tutte quelle ore, di tutti quei giorni passati in carcere, durante gli anni cinquanta… Forse, facendo rimbalzare il suo sguardo tra il tetto e la brandina, pensava a come arpeggiare tra le proprie vene per avere il massimo sballo dalla sua dose di sostanze. Si trovava in cella proprio per questo, per la sua dipendenza, il possesso e il conseguente spaccio. O forse pensava a come arpeggiare tra le corde della sua chitarra per raggiungere il massimo risultato tra melodia e improvvisazione. Ci si potrebbe chiedere cosa c’entri la chitarra in tutto questo. La chitarra, però, c’entra eccome, perché Joseph Passalacqua quando saliva sul palco e indossava i panni di Joe Pass, probabilmente era il più grande chitarrista jazz che in quel momento la scena musicale potesse conoscere. O forse… forse… non pensava proprio a niente, perché quando si è dipendenti dall’eroina si pensa soltanto a lei e basta. Si pensa soltanto a farsi un’altra dose e poi un’altra ancora e nient’altro. Tutto si annulla, ogni valore, ogni talento. Non rimane che guardare oltre le sbarre alla finestra e valutare dove il raggio visivo può arrivare, portandosi dietro i ricordi. La prima chitarra regalata dal padre siciliano, un operaio che non ha mai avuto a che fare con la musica, ma riconosce il talento del figlio e lo incita costantemente a migliorare la propria tecnica e a costruire un proprio repertorio. I primi concerti con le band adolescenziali, la scoperta e poi l’acquisita consapevolezza di avere già una spiccata qualità espressiva, che lo porta a girare gli States come una star. L’arrivo a New York, l’ingresso nel mondo nebuloso e sfavillante dei grandi jazzisti; dove si è ormai consolidato il filone Be Bop e le sostanze sono una possibilità di ampliare le visioni artistiche. L’incontro fatale con l’eroina. Forse, dove si ferma il raggio visivo, si può andare oltre, grazie al pensiero libero e la volontà interiore, e la sua volontà è quella di non distruggere Joe Pass. Finalmente comprende fin nelle fibre più profonde del suo essere che la chitarra è la sua libertà. Joe vuole ancora essere il migliore. Così durante il suo tempo nel centro di riabilitazione di Synanon mette su una band con tossicodipendenti talentuosi come lui (tra cui Dave Allan, Greg Dykes e Arnold Ross) e riprende il suo strumento. Prova nuova emozione a ricollegarsi al discorso interrotto. Ritrova la familiarità con i giri di accordi, mai abbandonati a se stessi, sempre accompagnati da seminote riempitive, grazie ad una velocità di arpeggio sempre maggiore nell’eseguire le scale modali ed ad inventarle. Le sue dita non sembrano neanche toccare le corde e i tasti; volano dotate di movimento proprio, danzanti, piroettanti, in totale libertà. Melodia e improvvisazione si alternano con una facilità da non fare avvertire il momento del cambio. Sono fuse tra di loro, un tutt’uno. Il risultato del loro lavoro è ripreso nell’album “Sounds Of Synanon” del 1962, che contiene brani dei vari membri della band e alcuni scritti proprio da Joe come C.E.D., mettendo in mostra anche la sua abilità compositiva. Il rientro in scena è galvanizzante. La musica, l’elemento per cui lui è nato, è lì, nella sua totalità, e adesso non serve nient’altro. Viene immediatamente scritturato dai dirigenti televisivi del periodo per suonare nelle orchestre delle varie trasmissioni e accompagnare tutte le stelle della musica. Suona, infatti, per Sarah Vaughan, o Frank Sinatra. Alternando pregevoli lavori in studio come “Catch Me!” (1963) e l’immancabile tributo al suo massimo ispiratore Django Reinhardt, raccolto nel disco “For Django” del 1964. Non si può non ricordare “Simplicity” del 1967, perché forse è l’album che più di tutti fa da ponte con l’incisione che lo consegna alla storia del Jazz e della chitarra in genere: “Virtuoso”. Pubblicato nel 1973, con la sua Blues For Alicans e interpretazioni fenomenali di brani di altri autori, è riconosciuto come uno dei passaggi fondamentali della musica mondiale. La tecnica di Joe raggiunge livelli ineguagliabili tra poesia, creata attraverso i colori delle note, e genio esecutivo. “Virtuoso” è soltanto il primo di una serie di capitoli che termina nel 1983 con “Virtuoso n. 4”. La sua esplosione incontenibile lo porta, negli anni settanta, a innumerevoli collaborazioni eccellenti tra cui quella con Herb Ellis, con cui inaugura l’etichetta Concord Jazz e che lo vede impegnato anche a livello didattico; e quella con la divina Ella Fitzgerald con cui interagisce in una sintonia quasi sentimentale per tutta la parte finale della sua carriera. Pubblicando quattro album, da “Take Love Easy” sempre del 1973 all’ultimo “Easy Living” del 1986. Scintillante e acclamata la partecipazione nel trio di Oscar Peterson del 1974. Le sue collaborazioni valgono riconoscimenti ambiti e onorificenze che allungano la sua carriera fino agli anni novanta. Il periodo in cui oltre a rileggere musicalmente il passato lo vede impegnato nella lotta ad un terribile cancro al fegato che lo porta via nel 1994 a sessantacinque anni, non prima di aver concluso un’ultima registrazione con il chitarrista Roy Clark in un disco tributo per Hank Williams. Probabilmente per Joe Pass, per la sua enorme produzione, fondamentale sia a livello quantitativo che qualitativo, valgono le parole con cui Ella Fitzgerald lo presentava al pubblico durante i concerti tenuti insieme: Joe Pass The Greatest… semplicemente… il più grande.







sabato 7 marzo 2026

Il rimedio del ballerino

Per la rubrica PHARMASONG, la canzone ispirata dagli incontri con Cesare, un uomo malconcio, con una certa età sulla spalle, che facevo casualmente sul 105, l'autobus che percorreva tutta la Casilina, e che mi portava al lavoro. Ci incontravamo spesso, la mattina presto, senza mai programmare; evidentemente avevamo gli stessi orari. A Cesare piaceva raccontare del suo passato di ballerino e a me piaceva ascoltare. Mi sembrava di ballare con lui. Mi dispiacque non vederlo più quando il 105 cambiò tragitto e io fui costretto a cambiare mezzo. 



Il rimedio del ballerino 


La barba bianca rasata a chiazze 

tradisce una zoppicante saggezza 

che si muove con l'eleganza di una mazurca. 

Le gambe incerte e tremanti non la reggono più,

ma quel bastone primordiale ti fa scivolare

leggero, tra strisce pedonali e marciapiedi.

Il dito indice della mano sinistra

è rimasto attaccato ai polpastrelli 

della tua più fida compagna, la follia.

Eppure le tue parole sono quelle di un saggio.

La saggezza ottenuta ballando.

La follia ottenuta ballando.


Erano tante le sale da ballo, Cesare, 

erano tante, come le fermate del 105.

Erano tante le sale da ballo, 

erano tante, come le fermate del 105.


La vita è un ballo che hai dentro

e che non puoi imparare.

O sai ballare o niente.

Ma non esistono più le sale da ballo.

Resta solo un segreto sotto la pelle.

Una verità che vale niente e vale tutto, 

Trovare il centro girando, 

stare fermi, volteggiando,

l'unico equilibrio è l'ebbrezza, 

perché sai che chi cammina arriva, 

ma solo chi danza conosce ogni riva.


Ogni tuo ricordo è legato a un quartiere.

I premi che hai vinto hanno i nomi delle vie

dove hai contratto nervi e muscoli allo spasimo, 

per conoscere la rilassatezza del volo, sulla pista.

Ogni gesto eseguito con coordinazione 

riflette la sincronia di un incrocio. 

Eppure, quando il semaforo si fa rosso, 

e il traffico più intenso e rumoroso 

tu vedi una dama di corto circuiti che freme

silenziosamente aspettando il tuo cenno. 

Ti viene spontaneo inchinarti per invitarla 

 nell'unico modo che sai per non cadere nel vuoto.


Erano tante le sale da ballo, Cesare, 

erano tante, come le fermate del 105.

Erano tante le sale da ballo, 

erano tante, come le fermate del 105.


La vita è un ballo che hai dentro

e che non puoi imparare.

O sai ballare o niente.

Ma non esistono più le sale da ballo.

Resta solo questa tua danza di ossa e d'incanto, 

sul pavimento curvilineo del mondo, 

che ha scambiato la fretta per movimento 

anche se questo bitume non ha il graffio del Tango.

Perché il ballo è l'unica sequenza proibita

per rispondere al rumore stridente della Vita.




domenica 22 febbraio 2026

Nina Simone: Bozza di ritratto in chiaroscuro

Per la rubrica Archeologia musicale, il ritratto di un'artista che con le sue capacità espressive, vivendo pienamente le tensioni e i successi del suo periodo storico, si eleva prepotentemente al ruolo di traghettatrice musicale e politica dagli anni cinquanta agli anni sessanta. 



Per fare un ritratto di una personalità complessa come quella di Nina Simone, riuscire a cogliere tutti gli aspetti di un'essenza così mutevole, utilizzerò come luce la sua stessa accecante luce e per ombre le sue stesse ingombranti ombre. Nella numerosa famiglia Waymon, in cui la madre è un ministro metodista, il talento musicale è distribuito a dismisura. La piccola (Nina) Eunice Kathleen lo cavalca fin dalla più tenera età, suonando il pianoforte per accompagnare le sorelle più grandi in esibizioni dal vivo per la sua comunità. La gente del posto orgogliosa di un tale prodigio organizza una fondazione per garantirle il sostegno economico necessario a permetterle di suonare al conservatorio di New York. La passione di Eunice è la musica classica ed è nell'ambiente giusto per poterla coltivare, ma proprio nel momento di fare il salto di qualità, alla conclusione del corso di New York, subisce uno degli episodi di razzismo che segneranno profondamente la sua esistenza. La commissione di Filadelfia, che deve esaminarla, annulla l'audizione per non ammettere una musicista di colore nella loro prestigiosa scuola. Questo rifiuto segna il termine dei suoi studi e per mantenersi suona il pianoforte nei locali notturni di Atlantic City, ma non ama cantare. Il gestore del locale in questione minaccia di licenziarla se non tira fuori la voce e intrattiene i suoi clienti. Nel repertorio di Nina non c'è nessun brano di intrattenimento, quindi adatta alle sue esigenze un estratto dell'opera "Porgy And Bess" di Gershwin. Questa intuizione esalta la sua vocalità da contralto, profonda, scura, sensuale che conosce le tonalità forti del dolore e le aperture radiose della gioia. Il suo talento non passa inosservato; notte dopo notte conquista pubblico e managers discografici. Il suo modo di fare musica con un sound costituito da blues, gospel, jazz, pop, ma anche dal modo di suonare il pianoforte -è la prima ad utilizzare il contrappunto tipico della composizione classica in partiture leggere e il silenzio come tempo musicale-, approderà nel primo disco "Little Girl Blue" (1959), che contiene I loves You Porgy e la celebre My Baby Just Cares With Me, due brani fondamentali per la sua carriera. Il salto nella notorietà la trasporta direttamente negli anni sessanta, anni di fermento assoluto sia in campo artistico che in quello socio-politico, anni in cui la protesta per i diritti civili dei neri afroamericani diventa più corposa, solida, grazie a attivisti come Malcolm X e Martin Luther King. Il movimento delle Black Panthers, istituisce aiuti culturali, lavorativi, concreti, per i soggetti più bisognosi della propria gente. Nina aderisce agli ideali del Black Power e se ne fa portavoce attraverso la musica. Alcuni dei suoi brani di quegli anni come Four Women, Mississippi Goddam o To Be Young, Gifted And Black saranno usati come inni dai Movimenti per i diritti. Mississippi Goddam la compone proprio per protesta contro una strage di matrice razzista in cui trovano la morte quattro giovani donne nere. Il brano troppo violento e aggressivo per le radio tradizionaliste viene bandito e il disco rimandato indietro spezzato in segno di disapprovazione. Pur lottando strenuamente per i diritti della sua razza, la piccola Eunice, Nina, all'inizio della sua carriera artistica, sceglie come nome d'arte Simone, in onore a Simone Signoret, attrice francese, impegnata, alternativa, bianca, e non disdegna di utilizzare i testi di autori bianchi che emergono in quegli anni, come Bob Dylan, Leonard Cohen, George Harrison, Randy Newmann. Anche se stima Martin Luther King aderisce empaticamente all'ideologia proposta da Malcolm X e si dichiara favorevole all'uso della violenza e pronta alla lotta. La violenza è un altro elemento che contribuisce a creare ferite incurabili nella sua anima. Per anni la subisce quotidianamente tra le pareti domestiche. Andrew Stroud, l'uomo che fa da marito e manager spesso ricorre alle percosse e agli abusi fisici e psicologici per mantenere il controllo su di lei e la sua personalità vulcanica. La violenza è dentro, è fuori e tutt'intorno, sembra inarrestabile. La vita dei leaders dei movimenti per i diritti, suoi intimi amici, finisce nel sangue. Malcolm X muore in un cruento attentato, mentre il predicatore della non-violenza Martin Luther King viene colpito da un proiettile alla testa. Nina lascia l'America per protesta contro i governanti del periodo e i vertici dell'FBI colpevoli di non impegnarsi al massimo per difendere i diritti degli afroamericani. Non prima di pubblicare un altro inno alla ribellione e alla vita, Ain't Got No, I Got Life (1969) adattamento riarrangiato di spezzoni del musical Hair. Per tutti gli anni sessanta, con il suo modo di suonare e cantare, di esprimersi artisticamente, ha conquistato il pubblico e la critica, ha guadagnato la stima di artisti suoi contemporanei e scalato le classifiche, ha conosciuto il successo in senso assoluto, ma lontano dal suo paese, come in un esilio volontario, lontana dal marito e dalla figlia Lisa, trova difficoltà a pubblicare altri dischi. Il suo vagare, associato all'impegno politico, la porta alle Barbados, in Liberia, in Olanda e Svizzera. Cecil Dennis, importante politico della Liberia, l'uomo che probabilmente le fa vivere l'ultimo vero sentimento, muore in un attentato mentre lei è impegnata in un concerto. Quando, dopo anni di lontananza, ha la possibilità di riavvicinarsi alla figlia, non riesce a gestire le emozioni e usa su Lisa la violenza che ha subito lei stessa nella vita. Pur suonando la musica del diavolo ha sempre manifestato, per retaggio familiare, una certa propensione alla spiritualità, testimoniata da tanti brani tra cui il più riuscito Sinnerman la vorrebbe tesa verso un'altra dimensione, ma è costretta a rimanere in questa dimensione ed accettare ingaggi in locali sconosciuti soltanto per soldi per i debiti accumulati, anche con il fisco, fino a quando uno dei suoi primi brani, venduto per fare da colonna sonora di un spot, per una casa di moda parigina, le restituisce il successo mondiale. Per lei è il ritorno alla celebrità. Si trasferisce in Francia dove finalmente può dedicarsi a lei stessa nella maniera giusta. Le viene diagnosticata la sindrome bipolare e prescritte le cure adeguate. Sulle due sponde della polarità si è sempre suddivisa la sua vita e la sua arte. Il suo modo di cogliere gli elementi agrodolci nelle vibrazioni che viaggiavano nell'aria in maniera elettrica tra lei e il suo pubblico ne fa una delle interpreti più geniali e innovative di tutti i tempi. Nonostante una vita estremamente burrascosa e i postumi di un tumore al seno, muore nel 2003, a settant'anni, serenamente nel sonno e le ceneri restituite alla Madre Africa. 






 


domenica 8 febbraio 2026

Un modo di stare al mondo

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autrice Sheila Moscatelli sul senso di pienezza che la Poesia propone, sullo spirito del poeta che lo infonde in ogni parola e in ogni gesto…


Sheila Moscatelli è nata a Terni il 31 dicembre del 1977, si è laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Reumatologia presso l’Università degli studi di Perugia. Dal 2011 vive e lavora a Ravenna. Suoi testi appaiono su blog letterari e riviste on line come Atelier, Interno Poesia, Poeti Oggi, La Poesia e lo Spirito, Versolibero, Il Tasto Giallo, Circolare Poesia, Larosainpiu, Lucaniart, Farapoesia, L’Astero Rosso, Margutte, L'Estroverso, L’Altrove. Alcuni sono stati tradotti in spagnolo per il Centro Cultural Tina Modotti. Ha pubblicato “L’essenziale” (Firenzelibri, 2023, prefazione di Valerio Grutt) e “Una spiga” (peQuod, collana Portosepolto, 2025, prefazione di Francesca Serragnoli). Collabora come redattrice ed editor con la collana Fuori Stagione e con la rivista di poesia Bottega Portosepolto. 

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?

Ho incontrato la poesia, come molti, da bambina e me ne sono innamorata intorno ai vent’anni, ma per me è rimasta a lungo un fatto privato. L’esigenza di condivisione è nata solamente negli ultimi anni, dopo aver incontrato compagni di viaggio che sono tutt’ora punti di riferimento preziosissimi e una comunità che è diventata famiglia.

Che rapporto hai con la poesia?

Come ho detto una volta ad un caro amico “siamo in una relazione felice e corrisposta”. La scrittura arriva quando vuole, e quando accade è uno stato di grazia, per il quale cerco di farmi trovare pronta, ma la lettura è una necessità quotidiana. Per me la poesia è un modo di stare al mondo, come dice Bobin in “abitare poeticamente il mondo”. Mi ha insegnato a stare nelle domande senza aspettare risposte. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Il grande rischio che si corre con l’abuso delle parole è quello di svuotarle di senso. Accoglienza, resilienza, uguaglianza, pace sono esempi di parole largamente utilizzate e ridotte a scatole vuote, simulacri privi del significato originario. La poesia fa esattamente il contrario. Riempie di senso ogni parola. Quando in un testo poetico leggo la parola sole devo poterne sentire il calore sul viso.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Non credo che possa esserci competizione. L’AI è uno strumento e come tale né buono né cattivo. Dipende dall’utilizzo che se ne fa. La creatività invece è una caratteristica strettamente umana, da cui è impossibile prescindere se si vuole fare arte con la scrittura. La poesia non è solamente tecnica o competenza linguistica. È soprattutto lo spirito del poeta incarnato nelle parole, è come dice Ungaretti, quando le parole contengono un segreto.

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Potrei dire che mi riconosco in entrambi i libri che ho pubblicato e nello stesso tempo che non mi riconosco in nessuno dei due, senza mentirti, perché in entrambi riconosco qualcosa di me che è stato e che non è più. Quindi, la risposta più onesta che posso dare è che al momento mi riconosco in quello che sto scrivendo e che non ho ancora pubblicato. 

La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Certo. La poesia ha la capacità di attraversare i secoli e i linguaggi senza perdere niente della propria potenza. Basta pensare a quanto sono ancora attuali i tormenti di Saffo, la relazione con il trascendente di Emily Dickinson e le rappresentazioni delle passioni umane di Dante. Quando la poesia è vera risuona nel profondo di ognuno di noi al di là del tempo e dello spazio.



domenica 25 gennaio 2026

J.B. Lenoir: il Blues e l’impegno

Per la rubrica: Archeologia musicale, la storia di uno dei primi bluesman a inserire tematiche sociali nei suoi brani nei primi anni cinquanta, perché le sofferenze del suo popolo sono le sue stesse sofferenze, permettendo al blues di prendere un'ulteriore direzione…



Lavare i piatti in un locale, nella Chicago degli anni cinquanta, non è il massimo per nessuno, figurarsi per un musicista. Eppure, J.B. Lenoir, arrivato da New Orleans nella Windy City, ha moglie e figli da mantenere e la sua passione non gli basta per sopravvivere; è costretto a sbarcare il lunario sciacquando e lustrando piatti e posate. Niente di strano che nel locale dove presta servizio, come succede negli altri locali della metropoli, ha la possibilità di ascoltare i pionieri della musica, responsabili della svolta epocale del blues. Proprio in quegli anni, il genere musicale che è sempre stato il veicolo della tradizione afroamericana degli stati del sud, incomincia a contaminarsi con altre sonorità, si consolida l’elettrificazione degli strumenti e l’amplificazione, e a ballare sono masse di gente ancora più enormi. Sono le ugole e i polpastrelli bollenti di Muddy Waters, Elmore James, Little Walter e tanti altri geniali musicisti a traghettare il blues verso il rock blues, e ancora a conquistare il mondo con il Rock and Roll come quello che propone Bo Diddley. Mentre lavora J.B., per lenire la fatica e non vedere le sue mani rovinarsi con il sapone, canta le canzoni dei suoi colleghi e canta le sue stesse canzoni. Pensa al suo nome: J.B., che non è un nome ma soltanto due iniziali di non si sa che cosa. Soltanto due lettere, un nome che non è nome. Perso insieme alle radici. Probabilmente le sue più belle composizioni sono nate davanti a un lavabo pieno di schiuma e stoviglie, e sudore sulla fronte. Ad un certo punto, però, il turno di lavoro finisce… Così J.B. Lenoir può indossare la sua giacca zebrata dalla lunga coda, imbracciare la chitarra, salire sul palco e cantare tutta la rabbia che ha dentro. Perché proprio lui, con la sua musica e i suoi testi, è uno degli artefici di questo cambiamento. Gli ha insegnato il padre a suonare la chitarra, prendendo spunto dai tradizionali arrangiamenti di Blind Lemon Jefferson, e J.B. li fa suoi, velocizzandoli e attualizzandoli. Tira fuori tutto quello che ha dentro il cuore, con la sua voce sofferente e acuta che, nell’emissione raggiunge tonalità altissime, tanto da essere scambiata spesso per quella di una donna. Sono innumerevoli le sue registrazioni in quegli anni presso varie etichette e in collaborazione con eccezionali musicisti. I suoi brani non hanno mai avuto il successo meritato. Probabilmente il pezzo che ha scalato per un po’ più di tempo le classifiche è Mama Talk To Your Daughter, uno dei brani più classici del suo repertorio. Non hanno niente di meno brani poco celebri ma che possono essere considerati come i suoi manifesti: Let’s Roll e The Mojo Boogie. J.B. Lenoir mette nei suoi testi tutto quello che sente, che vive. Il brano Eisenhower Blues nasce come una preghiera rivolta al Presidente degli Stati Uniti dell’epoca, motivata dal comprendere profondamente le difficoltà economiche della sua gente che, poi, sono le sue stesse difficoltà. Osservare la realtà di quel periodo, in cui le manovre politiche hanno portato alla paura del diverso, dello straniero, attraverso la guerra fredda, e per giustificare emorragie economiche destabilizzanti per la popolazione, ha portato alla vera e propria guerra con la Corea. Lenoir avverte tutto questo e lo riversa nel suo blues. Infatti il lato A di Eisenhower Blues è I’M In Korea, in cui si immedesima nel dolore di un soldato che deve partire per il fronte e lasciare la propria casa, abbandonare la propria moglie in un giaciglio vuoto. Sono registrazioni che risalgono a un periodo compreso tra il 1951 e il 1954. Probabilmente sono i primi blues che affrontano dichiaratamente tematiche sociali e che utilizzano l’impegno come ingrediente fondamentale della composizione. J.B. non si ferma mica qui, ribadisce il concetto in Korea Blues e affronta le tematiche razziali in Alabama Blues. Poi, però, si torna a ballare e sono indimenticabili i suoi ritmi in Voodoo Boogie e in I Feel So Good. Negli anni sessanta prosegue la sua produzione impegnata, infatti quando scoppia la guerra con il Vietnam esce la sua Vietnam Blues, con il pensiero rivolto a chi è costretto a partire per una guerra che fa vittime sempre innocenti. In quel periodo, però, il blues, a causa di sconvolgenti e attraenti novità artistiche, vive un momento di incapacità nel comunicare con le nuove generazioni. J.B. Lenoir non si dà per vinto e pur di continuare le sue sperimentazioni musicali, inserendo ritmiche africane nei suoi arrangiamenti, si impegna a trovare altre entrate, andando a lavorare nelle cucine dei locali. Bisogna aspettare, come per tanti suoi colleghi, il Revival Blues a metà degli anni sessanta, per permettergli di tornare a esibirsi con una certa continuità e per tornare ad incidere. Il suo glorioso rientro in scena purtroppo dura poco, troppo poco. Tre settimane dopo un incidente stradale, avvenuto nel 1967, le ferite interne riportate non gli lasciano scampo. Con poca vita vissuta, soli trentotto anni, e tante tantissime altre cose da raccontare. 








Little Walter: 

Elmore James:



sabato 10 gennaio 2026

Il rimedio del marinaio

Per la rubrica: PHARMASONG, la storia di un vecchio marinaio che è venuto a trovarmi in farmacia, raccontandomi che non vedeva la donna che amava da tempo infinito. Non mi chiedeva un rimedio, anche perché non avrei saputo cosa consigliare, non esisteva rimedio migliore della sua esperienza. Chiedeva soltanto ascolto. Il mio lavoro è anche questo: ascoltare, e ascoltando non potevo che farci una canzone. 




Il rimedio del marinaio 


Ho una cicatrice sul cuore a forma di farfalla. 

La accarezzo sfiorando ogni più lieve solco, 

fino a intrattenermi in quelli più profondi.

La ringrazio soffermandomi sui suoi contorni, 

perché mi suggerisce la destinazione da prendere. 

Riempiendo d'oro le crepe brilleranno come stelle. 

Come stelle nella notte. 


Affido le mie parole al canto deĺle sirene 

che tra follia e ragione troveranno rimedi 

e approdi, che non abbiano il tuo nome. 

solo il battito delle tue ali.


Sono un'isola nell'isola che viaggia nel silenzio 

dei battiti seguendo rotte cardiache.

Ogni battito è un colpo di remi, un’eco che rimbalza 

tra le pareti del petto, tra i vortici del respiro,  

impegnato a mutare il vento. Il vento che m'invento,

che inverte la bussola, ricuce la mappa, la ricama di luce.

La luce nata dallo strappo. 


Affido le mie parole al canto deĺle sirene 

che tra follia e ragione troveranno rimedi 

e approdi, che non abbiano il tuo nome. 

solo il battito delle tue ali.


giovedì 8 gennaio 2026

Emozionante duetto

Il mio duetto con l'Orchestra Filarmonica Europea di Ernesto Celani, durante la messa in scena dell'opera Lo Scompiglio, di cui sono autore dei testi, con musica del Maestro Marco Pofi, il 25 ottobre 2025, presso l’Auditorium del Divino Amore, con la direzione di Claudia Martini. 

Per l'occasione ho vestito i panni anche del narratore provando l'indescrivibile emozione di duettare con l'orchestra.