domenica 21 giugno 2026

Jim Morrison e la sua visione poetica

Per la rubrica: Archeologia musicale, l'analisi del percorso espressivo di un artista che ha saputo portare la sua visione poetica nel mondo musicale, grazie anche alla collaborazione con musicisti straordinari che, in un contesto di totale sperimentazione artistica, come quello degli anni sessanta, hanno saputo proporre qualcosa di realmente rivoluzionario...



Il poeta che cantava La Fine è ancora vivo. 

Attenzione: non sto dicendo che sia ancora vivo fisicamente, anche se ci sono parecchie teorie che caldeggiano questa ipotesi, sto parlando della sua arte che, dalla data della sua scomparsa, ha iniziato a seminare la sua ricca eredità, ed è soltanto all'inizio al cospetto dell'Eternità.


This is the end, beautiful friend

This is the end, my only friend

The end of our elaborate plans

The end of everything that stands

The end

(The end, The Doors, 1966)


Il poeta è vivo. Il poeta, già! Voglio definirlo sin da subito così perché è la definizione che lo descrive meglio. Ha anche pubblicato una silloge di poesie, ma non è di questo che voglio parlare. La poesia era nei testi delle sue canzoni perché lui era un cantante, un musicista, è vero, ma la musica era soltanto un mezzo per comunicare la sua visione poetica. Ed è anche vero che è stato fortunato a incontrare musicisti eccezionali come Ray Manzareck, Robby Krieger e John Densmore, che hanno saputo tradurre in spartiti rock\blues, le contaminazioni culturali e cromosomiche di Jim, creando a loro volta uno stile musicale unico, diverso da tutti quelli che nascevano in quel periodo nel ricco panorama statunitense. Così come Jim anche loro hanno fatto della contaminazione il loro punto di forza. Moderni, classici, rock, blues, psichedelici, jazz, orientaleggianti, progressive, espressionisti, e alla guida la voce suadente e penetrante dell'istrionico poeta, che anche come cantante aveva il suo spessore espressivo.

Morrison incontra Ray Manzareck, tastierista geniale, in un corso universitario sulla cinematografia e sono subito in sintonia e dalla sintonia scatta la scintilla che porta alla nascita della band a cui danno il nome di The Doors, Le Porte, ed è questo il primo riferimento letterario, perché queste "Porte" sono le porte della percezione, influenzati dalla lettura del libro di Aldous Axley sugli effetti della mescalina, che esce proprio in quegli anni e dall'evocativo verso del poeta William Blake: Quando le porte della percezione saranno purificate tutte le cose appariranno all'uomo così come sono: infinite.

Jim interpreteva a suo modo i versi del poeta esortando con coraggio a sondare tutto quello che non si conosce, affrontando il fascino dell'ignoto, l'altra parte, l'oltre, dove forse tutto è buio o ancora più luminoso, sicuramente libero.


Break on through to the other side

Break on through to the other side

Break on through to the other side, yeah

We chased our pleasures here

Dug our treasures there

But can you still recall

The time we cried

(Break on through, The Doors, 1966)


End of the night

End of the night

Realms of bliss

Realms of light

Some are born to sweet delight

Some are born to sweet delight

Some are born to the endless night

(End of the night, The Doors, 1966)


Siamo a metà degli anni Sessanta e in quel periodo la psichedelia è in voga, come l'invito all'uso consapevole e inconsapevole delle sostanze, per dilatare la capacità percettiva, permettendo al proprio io interiore di espandersi, viaggiare, e questo è forse l'unico elemento che lo avvicina al suo periodo, lui però aveva un obiettivo in più, quello di raggiungere la trance sciamanica e curare. Credeva infatti in una forma di poesia taumaturgica, tesa alla liberazione dei sensi e delle barriere psicologiche.

Introducendo così, attraverso lo stato ipnotico della danza rituale, la cultura indigena americana nel linguaggio rock.


My wild love went ridin’

She rode all the day

She wrote to the devil

And asked him to pay

The devil was wiser

It’s time to repent

He asked her to give back

The money she spent

(My wild love, Waiting for the sun, 1968)


The whole world’s a savior

Who could ever, ever, ever

Ever, ever, ever

Ask for more?

Do you remember?

Will you stop?

Will you stop?

The pain

(Shamhan"s blues, The soft parade, 1969)


Raccontava spesso di aver assistito da bambino ad un incidente stradale in cui persero la vita diversi indiani d'America e di aver assorbito, come una spugna, le loro anime durante la dipartita, attraverso la pura sensibilità di bambino, fragile come quella di un guscio d'uovo.


Indians scattered on dawn’s highway, bleeding

Ghosts crowd the young child’s fragile eggshell mind

(Peace frog, Morrison hotel, 1970)


Nei suoi versi spesso viene citato il serpente, proprio di derivazione sciamanica, elemento visionario dovuto alla trance e allo stato allucinatorio. Ma il serpente oltre il simbolo della mutazione, per via del suo cambiare pelle, ricopre anche tantissimi altri significati, in tantissime altre culture in tutto il mondo. È il simbolo dell'energia vitale, ma anche del male, è il simbolo della spirale evolutiva, o del cerchio dell'infinito e in alcune interpretazioni dei Vangeli anche Gesù Cristo venne accostato alla figura del serpente. 


The ancient lake, baby

The snake is long

Seven miles

Ride the snake

(The end, The Doors, 1966)


Some outlaws live by the side of a lake

The minister’s daughter’s in love with the snake

Who lives in a well by the side of the road

Wake up, girl, we’re almost home

Yeah, c’mon!

(No to touch the earth, Waiting for the sun, 1968)


Crawlin’ king snake

And I rule my den

You better give me what I want

Gonna crawl no more

(Crawlin' king snake, L.A. Woman, 1971)


Jim amava l'essenza rettilea tant'è che ad un certo punto della sua carriera non disdegnava di presentarsi come King Lizard, il Re Lucertola.

A cui è possibile ogni cosa, ogni cosa, ogni trasformazione. La stessa aria che si respira, o il sentimento di amicizia verso una persona, e la voglia di peccare, tutto.


I am the Lizard King

I can do anything

(No to touch the earth, Waiting for the sun, 1968)


Come in una sorta di rituale esorcistico incarnava il male per liberare dal male. 

La sua concezione di incarnazione del male è volontariamente assimilabile al concetto dì capro espiatorio.

Concetto che lo avvicina ad un'altra figura letteraria e mitologica, quella di Dioniso, derivante direttamente dalla lettura del saggio sulla tragedia greca di Nietzsche.

Nella tragedia greca c'è qualcosa di più che la semplice ricerca del senso tragico e doloroso dell'umano sentire: c'è la possibilità di trascendere dopo aver attraversato il dolore per accedere a stadi percettivi più elevati. Non dimentichiamo che la tragedia greca era cantata in ditirambi dai seguaci del caprone, tragos (da cui il termine "tragedia"), cioè Dioniso, e attraverso il timore panico, l'ebbrezza, l'estasi si comunicava con il dio dell'energia, della natura, della vita e della morte.


The human race was dying out,

No-one left to scream and shout.

People walking on the moon,

Smog will get you pretty soon

(Ship of fools, Morrison hotel, 1970)


È quello che faceva Jim, in ogni sua performance, cercava l'ebbrezza, l'estasi, la trance.


Follow me across the sea

Where milky babies seem to be

Molded, flowing revelry

With the one that set them free

Tell all the people that you see

It’s just me

Follow me down

Tell all the people that you see

Follow me

Follow me down

Tell all the people that you see

We’ll be free

Follow me down

(Tell all the people, The soft parade, 1969)


È dal riferimento all'opera di Sofocle, Edipo re, arricchito da sfumature psicologiche derivanti dalle teorie freudiane, che nasce una delle canzoni più scandalose della storia della musica, The End.


The killer awoke before dawn

He put his boots on

He took a face from the ancient gallery

And he walked on down the hall

He went into the room where his sister lived

And then he paid a visit to his brother

And then he walked on down the hall

And he came to a door

And he looked inside

Father?

Yes, son?

I want to kill you

Mother, I want to…

(The end, The Doors, 1966)


La teatralità del suo modo di stare sul palco era dovuta al suo amore per la tragedia classica, ma è indubbio che grande influenza su di lui debbano averla avuta le correnti artistiche dei primi del Novecento.

Ha assorbito alla perfezione la lezione del Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud e nell'atteggiamento provocatorio c'è sicuramente l'adesione alle teorie sovversive degli artisti DADA, come Hugo Ball o Tristan Tzara che cercavano sempre una reazione da parte del pubblico, anche soltanto per manifestare il dissenso.

Jim esortava spesso il pubblico a svegliarsi, voleva una partecipazione attiva non un semplice trasporto emotivo subito passivamente.


And it’s all over

For the unknown soldier

It’s all over

For the unknown soldier

Hup, hup, hup ho he hup

Hup, hup, hup ho he hup

Hup, hup, hup ho he hup

Company… halt!

Present arms!

(The unknown soldier, Waiting for the sun, 1968)


Aveva totalmente abbracciato lo stile di vita bohémien dei poeti maledetti francesi, teso a raggiungere la veggenza attraverso la lunga, ragionata sregolatezza di tutti i sensi. E i suoi versi infatti sono pieni di citazioni del suo poeta preferito, Arthur Rimbaud. Un album intero, The soft parade, è dedicato alla poesia del suo maestro spirituale.


You know that it would be untrue

You know that I would be a liar

If I was to say to you

Girl, we couldn’t get much higher

Come on, baby, light my fire

Come on, baby, light my fire

Try to set the night on fire

(Llight my fire, The Doors, 1966)


Come il poeta francese pensava che il linguaggio fosse una delle principali attività umane, tanto da cercare una continua alchimia del verbo, dove poter fondere gli opposti,per trovare l'essenza pura della comunicazione.


Well, your fingers weave quick minarets

Speak in secret alphabets

I light another cigarette

Learn to forget

(Soul kitchen, The Doors, 1966)


People are strange when you’re a stranger

Faces look ugly when you’re alone

Women seem wicked when you’re unwanted

Streets are uneven when you’re down

(People are strange, Strange days, 1967)


Like polished stone.

Like polished stone

I see your eyes

Like burnin’ glass

Like burnin’ glass

Hear you smile, smile, babe

The mask that you wore

My fingers would explore

Costume of control

Excitement soon unfolds, hey

(Easy ride, The soft parade, 1969)


Tutta questa attenzione verso gli autori del passato può far pensare che i suoi versi potessero risuonare come anacronistici, invece riusciva ad unire il lirismo alla durezza. In tutti i suoi testi riusciva a essere diretto, a entrare senza ostacoli nel cervello e nei sensi degli ascoltatori, inneggiando alla libertà sessuale. 


Yeah, I’m a back door man

I’m a back door man

The men don’t know

But the little girls understand

(Back door man, The Doors, 1966).


You know the rain man’s comin’ ta town

Change the weather, change your luck

And then he’ll teach ya how ta… find yourself

L’America

(L'America, L.A. Woman, 1971)


In certi momenti il ritmo si fa crudo, singultante, beat, e ciò lo avvicina ai poeti della sua generazione, come Kerouak, Ginsberg, Borroughs, con sguardo rivolto anche al sociale. Non dimentichiamo che in quegli anni gli Stati Uniti sono impegnati su più fronti di guerra.


Dead president’s corpse in the driver’s car

The engine runs on glue and tar

Come on along, not goin’ very far

To the East to meet the Czar

(No to touch the earth, Waiting for the sun, 1968)


Blood screams her brain as they chop off her fingers

Blood will be born in the birth of a nation

Blood is the rose of mysterious union

(Peace frog, Morrison hotel, 1970)


Nel suo lungo peregrinare, durante l'infanzia e l'adolescenza, ha vissuto qualche anno a San Francisco, dove frequentava la city light books, la libreria di Ferlinghetti, passando ore e ore a leggere e a formare la sua visione.


Personalità e cultura. Ecco da che cosa era fatta la sua visione.


E tutto questo insieme di elementi li metteva in ogni registrazione, in ogni esibizione, in ogni performance, e li porgeva con la sua voce. Perché anche questa era la sua visione, nel cuore e sulla pelle, incarnava quello che era nei suoi versi. Viveva quello che scriveva, facendolo vivere al suo pubblico, facendolo vivere ancora anche a noi, cantando La Fine.

It hurts to set you free

But you’ll never follow me


The end of laughter and soft lies

The end of nights we tried to die


This is the end








 























domenica 7 giugno 2026

Come la telecamera di un regista

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autrice Lucrezia Lombardo, sulla capacità della Poesia di cogliere certi aspetti rispetto ad altri, per custodire la memoria, di farsi ponte di comunicazione, sulla sua natura che può integrare pensiero e linguaggio per creare la realtà e valori non mercificabili, e tanto altro…



Lucrezia Lombardo è nata ad Arezzo nel 1987, dove tutt’ora vive. Collabora con varie riviste e blog letterari, dirige la collana di saggistica “Impronte” per l’editore Divergenze e la collana di poesia e narrativa “Atenum” per Helicon edizioni, lavora inoltre come curatrice d’arte e come docente di Filosofia. Oltre che saggi e romanzi, l’autrice ha pubblicato le raccolte poetiche La Visita (L’Erudita- Giulio Perrone, 2017), La Nevicata (Il Seme Bianco- Castelvecchi, 2017), Solitudine di esistenze (L’Erudita- Giulio Perrone, 2018), Paradosso della ricompensa (Eretica, 2018), Apologia della sorte (Transeuropa, 2019), In un metro quadro (Nulla Die, 2020, Premio della critica al Sandomenichino), Amor Mundi (Eretica, 2021, con prefazione del poeta e regista Mauro Macario), Cercando il mezzogiorno (Helicon, 2021, Premio Casentino), L’errore della luce (Ensamble, 2022), Il gelsomino indiano (in lingua romena con testo italiano a fronte, Cosmopoli, Romania 2023), La venditrice di menta (Progetto Cultura, 2023), L’approdo dei sogni (Controluna, 2023), Herbae surdae (Giuliano Ladolfi, 2025, a cura di Carlo Ragliani), Gli amici eletti (Capire editore, 2025, a cura di Davide Rondoni), L’odore delle sere (Cosmopoli-Eikon, Bucarest, 2025, edizione bilingue con traduzione di Eliza Macadan e a cura di Silvia Comoglio), Elegia Ambrosiana (Divergenze, 2021, testo curato dall’autrice in collaborazione con Raul Montanari), Il padre degli usignoli (Macabor editore, 2025, Premio Pistocchi) e Il giardino di sabbia (Il Convivio editore 2025, Premio Carrera). Ha altresì ricevuto importanti riconoscimenti letterari -tra cui il Premio San Domenichino per la poesia; il Premio Ossi di Seppia per la poesia inedita; il Premio Lunezia, sezione autori di testo; il Premio Carver per la saggistica; il Premio Casentino per la poesia; il Premio La Ginestra di Firenze ed altri riconoscimenti- e ha partecipato a vari Festival letterari, tra cui Ariel Lerici Pea, Contro Vento- Festival dell’aria e così via. Traduzioni dell’opera poetica di Lucrezia Lombardo sono state pubblicate, tra le altre, in lingua romena (monografie e antologie), in lingua spagnola, in lingua cinese, sulla rivista internazionale POEZIA (edita in Romania) e sulla rivista francese Poésie Première (n.93). Nel 2023 è stata infine dedicata, all’opera di Lombardo, una tesi di laurea magistrale per il Dipartimento di Filologia moderna dell’Università degli Studi di Firenze.

Quando ti sei accorta che per te la Poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Prima ancora di accorgermi che la poesia fosse per me una forma di comunicazione, essa è stata un dialogo interiore, un atto di cura, un rifugio. A lungo, infatti, ho scritto e messo da parte, con un senso di pudore, che mi ha richiesto tempo prima di trasformarsi in qualcosa da condividere con gli altri. La poesia è stata per me, in principio, una forma espressiva intima, personale, e lo è tutt’oggi: quando scrivo, non m’importa nulla di cosa penseranno gli altri, né se i miei versi incontreranno o meno l’altrui gusto, il favore dei critici e degli editori, il riscontro del pubblico… Non mi curo del mercato, di ciò che il nostro tempo chiede… Quello che mi preme è unicamente l’autenticità con me stessa, ovvero riuscire a dire le cose il più possibile per come esse sono e per come si danno a me. Questo mi ha spinto, sin da adolescente, a vivere la poesia come un modo per fissare le cose, per comprenderle meglio e per auto-comprendermi, scavando nei significati che il linguaggio assume e, talvolta, impiegandoli al di fuori e oltre l’uso comune, un uso che spesso è cristallizzato da relazioni di potere e gerarchie. Col tempo, poi, da racconto privato, la poesia è diventata propriamente una forma di comunicazione con gli altri, un ponte, un modo per proporre riflessioni collettive, che innescassero un dibattito vivo con chi aveva punti di vista differenti dal mio. Ad ogni modo, i versi restano per me una via, un mezzo per raccontare il mio modo di vedere le cose, come la telecamera di un regista che fissa certi dettagli piuttosto che altri… E nel film che si realizza, la memoria è custodita; ciò che si sente, e che non si comprende, trova una qualche espressione, che aiuta a fare chiarezza, a continuare a sognare, nonostante la durezza del reale.

Che rapporto hai con la Poesia? 

Come ho cercato di dire, il mio rapporto con la poesia è viscerale e antico: è viscerale in quanto la considero parte della mia vita, come una compagna immaginaria che mi sta accanto; quando la ignoro troppo a lungo, difatti, è lei che viene a cercarmi… La poesia è altresì una scelta di vita antica per me, ovvero un modo di essere che si sforza, di volta in volta, di privilegiare la bellezza rispetto alla prevaricazione, la meraviglia rispetto al pessimismo sconfortato… La poesia diventa cioè una scelta di vita orientata alla speranza e una forma di resistenza alla paura e all’angoscia dilaganti, che il potere contemporaneo cerca d’inculcare nell’individuo. Il poeta deve allora essere un pò come un bambino: non preoccuparsi troppo del domani, ma vivere accorgendosi della luce che sorge e rischiara le cose. Egli sa entusiasmarsi anche del poco, come una foglia che cade e cangia colore, tanto che questa miseria diviene l’elemento in grado di spalancare nuove visioni e di ricongiungere il poeta stesso con la parte più vera che è in lui: il bene. Che poi, il bene, altro non é che accorgersi della vita che va avanti e fiorisce, nonostante la morte, la brutalità, la violenza. In tal senso il poeta giace in ciascuno di noi, quando riusciamo a ritrovare un contatto autentico con la nostra interiorità e, di conseguenza, con il mondo. Così come vi può essere poesia persino in un piccolo e buio appartamento, allorché quel luogo chiuso diventa un posto d’amore, capace di accogliere e in cui si respira la cura per chi vi fa visita, per ciò che si è, e per ciò che si ha. In questo racconto apparentemente idilliaco, ovviamente, vi è anche la crisi: ho vissuto lunghi periodi di astinenza poetica, di blocco, in cui rileggevo i miei testi e mi parevano tutti uguali, scritti formalmente, da buttare. Eppure è anche grazie a circostanze come queste, che si è innescata in me un’evoluzione, che si è quindi trasmessa ai versi: era mutato il mio modo di vedere le cose e di dare loro significato; ero cambiata io. In altri periodi mi è invece capitato di essere iper-produttiva e, anche in questi casi, non mi sono arrestata, né ho arretrato; non mi sono chiesta cosa penseranno gli altri, gli editori, i colleghi… Semplicemente ho vissuto il flusso di idee che mi attraversava e mi sono immersa in esso e nella vita, con incoscienza e, talvolta, con impulsività, ma sempre con gioia e gratitudine, anche per gli alti e i bassi. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La parola, il linguaggio, il logòs (ciò che raccoglie e tiene insieme), il verbo -di cui parla anche Giovanni nel suo Vangelo, intendendo la potenza dell’intenzionalità creatrice- sono oggi abusati come mai prima. Mi riferisco all’impiego del linguaggio non come ponte tra persone, ma come mezzo di violenza, divisione, segregazione, dominio, come strumento ideologico che crea narrazioni finalizzate a esaltare la menzogna e a motivare nelle masse uno spirito di risentimento che legittima stragi, come di fatto stiamo vedendo… Anche la parola -così come la cultura, l’economia, la politica- è quindi divenuta mezzo di prevaricazione, non più strumento di pensiero e di emancipazione, ma oggetto per costruire gerarchie e schiacciare gli ultimi. Don Milani insegnava ai suoi allievi che, per non finire sfruttati, era necessario che conoscessero il linguaggio, che lo padroneggiassero in pieno, così da non essere manipolati. Oggi, tuttavia, avviene proprio il contrario rispetto a quanto auspicava Don Milani: la manipolazione costante che subiamo -con le tivù, il web e così via- si serve proprio, anzitutto, di parole che costruiscono finte promesse, finte versione della storia, finta poesia. Per finta poesia intendo quella letteratura che è fatta non in verità, ma per assecondare e soddisfare il mercato, per produrre profitto e per ottenere successo. Quando la parola -e la più nobile delle arti in parola, la poesia, appunto- si prostituisce e sceglie la via più semplice, in nome della gratificazione e del riconoscimento, rinunciando alla verità, essa commette il medesimo abuso, verbale e pratico, che commettono le ideologie, che sull’uso deviato della parola -e dunque del pensiero- si edificano. Oggi, però, la poesia, può rivestire davvero un ruolo rivoluzionario se riesce a ricongiungere l’uomo con se stesso, a riattivare la parte autentica che è in costui, e ad abbattere il nichilismo che pretende di ridurre tutto a merce. Penso che, nel nostro tempo, la vera poesia sia quella che non si fa comprare e che ha il coraggio di osare, di contestare le narrazioni dominanti (il mercato stesso e le sue mode) e di parlare di speranza, umiltà e di compassione, in modo tale da creare un vero e proprio paradigma antitetico rispetto a quello dell’abuso che domina il mondo. Una tale trasformazione deve prendere avvio proprio dal linguaggio, ovvero dal pensiero, poiché linguaggio e pensiero creano la realtà.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

La parola umana -a differenza di quella generata dall’IA- non nasce da un algoritmo ma da un vissuto reale, autentico, radicato nel corpo e nella coscienza. Quest’ultima, difatti, ha una struttura senziente, intenzionale e dunque viva, che nessuna intelligenza artificiale possederà mai. Tuttavia, siamo giunti ad una fase storica in cui l’IA è in grado di emulare perfettamente buona parte dell’operato umano, inclusa la letteratura, producendo testi e versi che sono persino di qualità superiore rispetto agli scritti di certi autori. In tal senso, da ora in poi, tutto ciò che sarà eguagliabile da parte dell’algoritmo verrà riprodotto e sostituito, ma questo crea un vantaggio inatteso: resterà solo ciò che avrà davvero valore qualitativamente, solo ciò che si radicherà, appunto, su vissuti personali e autentici. L’IA, allora, potrà sostituire molti settori sino ad ora di competenza umana e riprodurre ciò che l’individuo ha creato, ma non potrà mai rimpiazzare quell’esperienza personale profonda e autentica, sulla base della quale si strutturano la vera arte, la vera poesia, le vere relazioni e così via. Inoltre, l’IA segue delle narrazioni prestabilite, tant’è che se certi fenomeni o fatti le vengono presentati sotto un aspetto differente rispetto a quello della narrazione dominante e che ha programmato la medesima IA, essa non è in grado di controbattere con argomenti analitici. Un ulteriore aspetto fondamentale: l’errore, l’imperfezione, l’imprevisto sono ciò che caratterizza l’umano e dimensioni a partire dalle quali prendono forma la scienza (senza errore non vi sarebbe alcun progresso scientifico), l’amore e la creatività… L’intelligenza artificiale, di contro, non può creare nulla dal nulla -cosa che invece fa l’uomo-, perché abbisogna di essere programmata secondo parametri fissi e specifici. A questo proposito, la poesia dovrebbe davvero smettere di essere orientata al mercato, di essere vuota e priva di una filosofia di vita, in modo da non diventare riproducibile e mercificabile, proprio com’è già avvenuto per le opere d’arte, a proposito di quel che Walter Benjamin ben comprese. La poesia deve smettere anche di voler emulare quelle (pseudo)scienze che pretendono di inquadrare la realtà e gli individui entro categorie fisse, come fa la psicologia, in una certa versione riduzionistica oggi di moda, e come fanno appunto i sistema di intelligenza artificiale… La vita, l’amore, il dolore, il perdono, il sogno da cui il pensiero nasce, sono ben più di un algoritmo e di un sistema tipologico. 

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Senz’altro il romanzo Berggasse 19. Una donna di nome Anna Freud (Les Flaneurs), è stato per me un libro che ha richiesto un grande lavoro di autoanalisi, oltre che di studio. La storia della protagonista è stata infatti in parte anche la mia storia: l’accettazione delle proprie origini, il conflitto con il padre e con l’ambiente culturale, il ritrovamento della figura paterna dentro se stessi e, quindi, l’accettazione. Infine, i primi passi di Anna per cercare di dare forma alla propria personalità in autonomia, per diventare una donna di pensiero e mettere a frutto le proprie propensioni, in un mondo -allora come oggi- che amputa i sogni e i progetti. Precedentemente, invece, scrissi un saggio di filosofia politica e morale, L’uomo senza riposo (di circa 300 pagine), frutto di vent’anni di studio e di ricerca, che voleva essere un testo di critica radicale nei confronti del sistema di potere contemporaneo, definito kratoscienza. Nel saggio, viene decostruito tutto il sistema di sapere-potere che ci ha condotto alle emergenze recenti, alla crisi globale che stiamo vivendo, alla normalizzazione della violenza su tutti i fronti (politico, economico, culturale, affettivo). A distanza di anni, mi stupisco di come quello che stiamo vivendo fosse perfettamente previsto nel testo… Di recente, invece, sto lavorando a un nuovo modo di fare poesia, un modo meno privato, meno francescano, nel tentativo d’improntare il verso a un riflessione maggiormente esistenziale; la stessa cosa ho fatto nel saggio Il tempo dissolto (Qed 2026), un libro di filosofia dell’arte che vuole reinterpretare il Novecento, e la sua storia tragica, a partire dal legame tra arte, filosofia, psicoanalisi e fisica. Anche in questo testo, in cui mi riconosco particolarmente, l’obiettivo era elaborare una narrazione diversa del secolo breve, a partire dall’arte, per dimostrare che il tempo non esiste e, con esso, che l’uomo può ancora scegliere di dare al mondo un significato antitetico rispetto alla violenza, all’abuso e all’avidità, che sono invece i significati che un’oligarchia di tiranni hanno voluto dare alla realtà, costringendoci ad obbedire loro e a credere nella loro religione di morte.





La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Si, può e deve comunicare alle nuove generazioni. Ogni disciplina, persino quelle che si insegnano a scuola, possono essere trasmesse con poesia se sull’aspetto tecnico viene fatto prevalere quello umano: educhiamo i giovani a ragionare, a pensare autonomamente, ad esporsi. Diamo loro testimonianze che valga la pena seguire. Insegniamo loro la cura per gli altri e per i più vulnerabili in particolare (gli indifesi, i poveri, gli anziani, i minori, i disabili, gli animali), insegniamo loro la responsabilità e a non fuggire dalla fatica, a non arrendersi subito, a non cedere alla logica della prestazione che pretende che siano sempre i primi -spesso schiacciando gli altri-, tanto da non accettare il fallimenti… Insegniamo alle nuove generazioni che nella vita a volte si perde e si cade e si soffre, ma anche da qui può nascere del bene, nella misura in cui si diventa più umili, meno egoisti, meno superbi, più attenti alle vere priorità… Insomma insegniamo ai giovani l’amore per la vita, ma per la vita vera, non per quella perfetta che ci raccontano le tivù, il cinema, i social, ma per la vita vera, imperfetta, fragile, mortale, e proprio per questo luogo in cui annidano la meraviglia, l’amore, la redenzione, se solo si impara a guardare. Insegniamo ai giovani a non aver paura della vita vera e a non crescere nella diffidenza e nella indifferenza, nella difesa, nella prepotenza, nella rabbia e nell’avidità dell’egoismo, che privilegia solo il piacere, l’avere, il sesso, il successo… Se avremo il coraggio di fare tutto questo, sicuramente, daremo avvio alla più grande rivoluzione della storia: una rivoluzione educativa, che richiede anzitutto adulti che sappiano mettersi in discussione e che si radica nell’interiorità della persona, insegnandole a cercare il bene, a essere grata per ciò che già c’è, e dunque a concepire il futuro con speranza e gioia.




sabato 23 maggio 2026

Geoff Bradford: Il seme puro del Blues sulle sponde del Tamigi

Per la rubrica: Archeologia musicale, la storia di un bluesman controcorrente che,  pur influenzando tutti i più grandi musicisti degli anni sessanta del Regno Unito con la sua tecnica musicale, è rimasto nel suo piccolo spazio espressivo, facendolo diventare un punto di riferimento ad alta frequenza. 



Geoff Bredford è un ragazzo serio che ama la musica, studia la chitarra e il pianoforte, ma ancora non ha capito qual è il suo strumento e quale viaggio vuole intraprendere attraverso la musica. Decide di intraprendere un viaggio completamente diverso. A diciassette anni, infatti, si imbarca in marina e rimane fuori casa per tre anni. Uno dei suoi scali più lunghi è quello che fa in Sicilia, dove, probabilmente, entra in contatto con i militari americani di istanza sull'isola e può ascoltare i dischi di Leadbelly, Ligthinin Hopkins, Maede Lux Lewis, Big Bill Broonzy, decide di comprare una chitarra e studiare quel genere chiamato blues. Scopre di essere blues dentro, e come tutti i musicisti blues sa che per suonare bene la chitarra deve riuscire a suonarla come se fosse un pianoforte. Il ritmo e l'improvvisazione del ragtime e il lamento nell'anima. Diventa un virtuoso del finger picking, lo fa suo. Pizzica le corde con il pollice per dare il ritmo e la cadenza, e con le altre dita della mano destra esegue gli arpeggi che intonano le melodie, a volte complesse a volte semplici, sempre a velocità da capogiro. È questo il suo viaggio. Adesso può anche tornare a casa. Rientra a Londra nel 1954, ha vent'anni e può dare inizio alla sua carriera. Con il suo gruppo i Sunrisers, porta il suo blues, il suo rag, in giro sulle due sponde del Tamigi, è riconosciuto come uno dei massimi esponenti; è uno dei pochi a fare quella musica insieme a Cyril Davies. Viene contattato da Long John Bradly per entrare a far parte della sua band gli Hoochie Coochie Men. Il progetto lo interessa e si unisce alla band, ma l'esperienza dura soltanto il tempo di un solo album, "Long John Blues" del 1965. Non è quello il suo viaggio. Si trova in un momento della sua vita in cui, molto serenamente, ha compreso, con tutta la sua essenza, il tipo di arte che vuole esprimere, forse è un tradizionalista legato alle radici o forse è un conservatore, ma è quello il viaggio che vuole fare e non gliene frega niente di perdere treni importanti per la storia, perché, molto più semplicemente lui è un purista del blues. Così quando suona alla Round House ed entra in contatto con Alexis Korner, ha la possibilità di entrare nella Blues Incorporated, ma non è quello che gli interessa. La musica si evolve, il mercato richiede suoni più duri, elettrici. Il suo amico e collega Brian Jones, con Mike Jegger hanno intenzione di mettere su una band in grado di proporre un nuovo sound, anche in quel caso lui rifiuta l'offerta di entrare a far parte di quelli che saranno l'icona di questo genere musicale nel mondo, i Rolling Stones. Non segue la strada tracciata da John Majall o da Eric Clapton e i Cream, Jimmi Page e Led Zeppelin, non è quello il suo viaggio, anche se ognuno di questi grandissimi musicisti, in qualche modo, gli è debitore. Chi ha approcciato alla chitarra blues in quegli anni è passato per la sua tecnica. Geoff è rimasto lì, nel suo centro, per il resto della sua vita, con la fortuna di averlo scoperto fin da ragazzo, e così il suo viaggio è stato lungo e ricco di soddisfazioni anche se il grande pubblico non si è accorto mai di lui. Forse è stata una sua scelta consapevole ma il suo talento cristallino è in grado di emozionare qualsiasi ascoltatore.







sabato 9 maggio 2026

Il rimedio dell'ombra

Per la rubrica PHARMASONG, la canzone che nasce dal ricordo degli incontri quasi quotidiani con una coppia singolare che frequentava la farmacia in cui lavoro. Lui era un uomo segnato da un evidente sovrappeso e da una patologia alla schiena talmente grave da impedirgli i normali movimenti; per questo motivo, usava una bicicletta come unico mezzo per spostarsi. Lei lo seguiva sempre a piedi, restando un passo indietro mentre lui pedalava. Era una donna che portava i segni di un passato di bellezza, ormai sfigurata dagli esiti di un incidente e afflitta da crisi epilettiche che ne minavano la coordinazione motoria,  tanto da renderla incapace di assumere autonomamente le proprie medicine. Ciò che più mi colpiva, provocandomi un profondo senso di disdegno, era il modo in cui lui la trattava: la rimproverava e la maltrattava spesso, anche davanti agli altri. Tuttavia, quando lei venne a mancare a causa di una crisi epilettica più violenta delle altre, quell'uomo cambiò. Nelle sue frequenti visite in farmacia, mi confessava con disperazione quanto lei gli mancasse. Pochi mesi dopo, anche lui lasciò questo mondo. Questo epilogo mi ha spinto a riflettere: forse, dietro quel legame fatto di asprezze e sofferenza, si celava una forma d’amore.


Il rimedio dell'ombra 


Dimmi dove ti nascondi, Amore, dimmi.

Forse dietro la maschera deforme di lei, 

bellezza che ha perso ogni scommessa con la vita,   

che con passi tremanti insegue il suo uomo,

scossa elettrica che riannoda il destino spezzato.

O sotto le gomme della bici, sgonfie per il peso di lui,

carcassa che ha perso ogni speranza di risalita,  

con il suo sfigurante insulto si assicura 

che lei, pur caracollante, rimanga in scia. 


Forse ti nascondi in mezzo al grasso della catena, 

ogni giro è un lamento che rinnova la recita, 

sull'asfalto e sul cemento, sotto le luci del quartiere, 

di due rovine che si muovono libere nel mondo, 

e non sanno come chiamare la loro prigionia.


Dimmi dove ti nascondi, Amore, dimmi. 


Mi nascondo, sì, mi nascondo negli angoli bui, 

tra i respiri assonnati e le dita insonni di lui. 

Lei gli accarezza la schiena senza tremare.

Lui le dice una frase che sembra un insulto 

che ha il sapore di un letto rifatto, un segreto, 

nel petto sepolto, che sigla il loro baratto.

Mi celo nel giorno che imbruna, in un raggio di luna, 

quando lui le pulisce con la mano inopportuna 

quella piaga che si perde tra le linee del palmo. 

Si scambiano colpe in un rito privato 

nel gemito di un solo dolore che cammina alle porte 

della morte, in un unico, eterno peccato.


Mi nascondo, sì, tra croste di sogni e di pane,

che sgualcisce la pelle e neri lacci ai polsi pone,

da sciogliere per farle spazio sul suo cuscino. 

Lui le bacia la cicatrice sul volto strappato 

con la stessa cura che avrebbe un boia 

che sente il bisogno di chiedere scusa.

Mi velo nell'ombra di un cielo senza più stelle, 

perché solo chi è infranto conosce l'incastro 

di chi è scheggiato sopra e sotto la pelle.

Lei poggia la testa su quel ventre gemente

Lì, lei non trema, lì, lui non sa più gridare, 

si scambiano il fiato, un muto soffio guarente.