domenica 7 giugno 2026

Come la telecamera di un regista

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autrice Lucrezia Lombardo, sulla capacità della Poesia di cogliere certi aspetti rispetto ad altri, per custodire la memoria, di farsi ponte di comunicazione, sulla sua natura che può integrare pensiero e linguaggio per creare la realtà e valori non mercificabili, e tanto altro…



Lucrezia Lombardo è nata ad Arezzo nel 1987, dove tutt’ora vive. Collabora con varie riviste e blog letterari, dirige la collana di saggistica “Impronte” per l’editore Divergenze e la collana di poesia e narrativa “Atenum” per Helicon edizioni, lavora inoltre come curatrice d’arte e come docente di Filosofia. Oltre che saggi e romanzi, l’autrice ha pubblicato le raccolte poetiche La Visita (L’Erudita- Giulio Perrone, 2017), La Nevicata (Il Seme Bianco- Castelvecchi, 2017), Solitudine di esistenze (L’Erudita- Giulio Perrone, 2018), Paradosso della ricompensa (Eretica, 2018), Apologia della sorte (Transeuropa, 2019), In un metro quadro (Nulla Die, 2020, Premio della critica al Sandomenichino), Amor Mundi (Eretica, 2021, con prefazione del poeta e regista Mauro Macario), Cercando il mezzogiorno (Helicon, 2021, Premio Casentino), L’errore della luce (Ensamble, 2022), Il gelsomino indiano (in lingua romena con testo italiano a fronte, Cosmopoli, Romania 2023), La venditrice di menta (Progetto Cultura, 2023), L’approdo dei sogni (Controluna, 2023), Herbae surdae (Giuliano Ladolfi, 2025, a cura di Carlo Ragliani), Gli amici eletti (Capire editore, 2025, a cura di Davide Rondoni), L’odore delle sere (Cosmopoli-Eikon, Bucarest, 2025, edizione bilingue con traduzione di Eliza Macadan e a cura di Silvia Comoglio), Elegia Ambrosiana (Divergenze, 2021, testo curato dall’autrice in collaborazione con Raul Montanari), Il padre degli usignoli (Macabor editore, 2025, Premio Pistocchi) e Il giardino di sabbia (Il Convivio editore 2025, Premio Carrera). Ha altresì ricevuto importanti riconoscimenti letterari -tra cui il Premio San Domenichino per la poesia; il Premio Ossi di Seppia per la poesia inedita; il Premio Lunezia, sezione autori di testo; il Premio Carver per la saggistica; il Premio Casentino per la poesia; il Premio La Ginestra di Firenze ed altri riconoscimenti- e ha partecipato a vari Festival letterari, tra cui Ariel Lerici Pea, Contro Vento- Festival dell’aria e così via. Traduzioni dell’opera poetica di Lucrezia Lombardo sono state pubblicate, tra le altre, in lingua romena (monografie e antologie), in lingua spagnola, in lingua cinese, sulla rivista internazionale POEZIA (edita in Romania) e sulla rivista francese Poésie Première (n.93). Nel 2023 è stata infine dedicata, all’opera di Lombardo, una tesi di laurea magistrale per il Dipartimento di Filologia moderna dell’Università degli Studi di Firenze.

Quando ti sei accorta che per te la Poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Prima ancora di accorgermi che la poesia fosse per me una forma di comunicazione, essa è stata un dialogo interiore, un atto di cura, un rifugio. A lungo, infatti, ho scritto e messo da parte, con un senso di pudore, che mi ha richiesto tempo prima di trasformarsi in qualcosa da condividere con gli altri. La poesia è stata per me, in principio, una forma espressiva intima, personale, e lo è tutt’oggi: quando scrivo, non m’importa nulla di cosa penseranno gli altri, né se i miei versi incontreranno o meno l’altrui gusto, il favore dei critici e degli editori, il riscontro del pubblico… Non mi curo del mercato, di ciò che il nostro tempo chiede… Quello che mi preme è unicamente l’autenticità con me stessa, ovvero riuscire a dire le cose il più possibile per come esse sono e per come si danno a me. Questo mi ha spinto, sin da adolescente, a vivere la poesia come un modo per fissare le cose, per comprenderle meglio e per auto-comprendermi, scavando nei significati che il linguaggio assume e, talvolta, impiegandoli al di fuori e oltre l’uso comune, un uso che spesso è cristallizzato da relazioni di potere e gerarchie. Col tempo, poi, da racconto privato, la poesia è diventata propriamente una forma di comunicazione con gli altri, un ponte, un modo per proporre riflessioni collettive, che innescassero un dibattito vivo con chi aveva punti di vista differenti dal mio. Ad ogni modo, i versi restano per me una via, un mezzo per raccontare il mio modo di vedere le cose, come la telecamera di un regista che fissa certi dettagli piuttosto che altri… E nel film che si realizza, la memoria è custodita; ciò che si sente, e che non si comprende, trova una qualche espressione, che aiuta a fare chiarezza, a continuare a sognare, nonostante la durezza del reale.

Che rapporto hai con la Poesia? 

Come ho cercato di dire, il mio rapporto con la poesia è viscerale e antico: è viscerale in quanto la considero parte della mia vita, come una compagna immaginaria che mi sta accanto; quando la ignoro troppo a lungo, difatti, è lei che viene a cercarmi… La poesia è altresì una scelta di vita antica per me, ovvero un modo di essere che si sforza, di volta in volta, di privilegiare la bellezza rispetto alla prevaricazione, la meraviglia rispetto al pessimismo sconfortato… La poesia diventa cioè una scelta di vita orientata alla speranza e una forma di resistenza alla paura e all’angoscia dilaganti, che il potere contemporaneo cerca d’inculcare nell’individuo. Il poeta deve allora essere un pò come un bambino: non preoccuparsi troppo del domani, ma vivere accorgendosi della luce che sorge e rischiara le cose. Egli sa entusiasmarsi anche del poco, come una foglia che cade e cangia colore, tanto che questa miseria diviene l’elemento in grado di spalancare nuove visioni e di ricongiungere il poeta stesso con la parte più vera che è in lui: il bene. Che poi, il bene, altro non é che accorgersi della vita che va avanti e fiorisce, nonostante la morte, la brutalità, la violenza. In tal senso il poeta giace in ciascuno di noi, quando riusciamo a ritrovare un contatto autentico con la nostra interiorità e, di conseguenza, con il mondo. Così come vi può essere poesia persino in un piccolo e buio appartamento, allorché quel luogo chiuso diventa un posto d’amore, capace di accogliere e in cui si respira la cura per chi vi fa visita, per ciò che si è, e per ciò che si ha. In questo racconto apparentemente idilliaco, ovviamente, vi è anche la crisi: ho vissuto lunghi periodi di astinenza poetica, di blocco, in cui rileggevo i miei testi e mi parevano tutti uguali, scritti formalmente, da buttare. Eppure è anche grazie a circostanze come queste, che si è innescata in me un’evoluzione, che si è quindi trasmessa ai versi: era mutato il mio modo di vedere le cose e di dare loro significato; ero cambiata io. In altri periodi mi è invece capitato di essere iper-produttiva e, anche in questi casi, non mi sono arrestata, né ho arretrato; non mi sono chiesta cosa penseranno gli altri, gli editori, i colleghi… Semplicemente ho vissuto il flusso di idee che mi attraversava e mi sono immersa in esso e nella vita, con incoscienza e, talvolta, con impulsività, ma sempre con gioia e gratitudine, anche per gli alti e i bassi. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La parola, il linguaggio, il logòs (ciò che raccoglie e tiene insieme), il verbo -di cui parla anche Giovanni nel suo Vangelo, intendendo la potenza dell’intenzionalità creatrice- sono oggi abusati come mai prima. Mi riferisco all’impiego del linguaggio non come ponte tra persone, ma come mezzo di violenza, divisione, segregazione, dominio, come strumento ideologico che crea narrazioni finalizzate a esaltare la menzogna e a motivare nelle masse uno spirito di risentimento che legittima stragi, come di fatto stiamo vedendo… Anche la parola -così come la cultura, l’economia, la politica- è quindi divenuta mezzo di prevaricazione, non più strumento di pensiero e di emancipazione, ma oggetto per costruire gerarchie e schiacciare gli ultimi. Don Milani insegnava ai suoi allievi che, per non finire sfruttati, era necessario che conoscessero il linguaggio, che lo padroneggiassero in pieno, così da non essere manipolati. Oggi, tuttavia, avviene proprio il contrario rispetto a quanto auspicava Don Milani: la manipolazione costante che subiamo -con le tivù, il web e così via- si serve proprio, anzitutto, di parole che costruiscono finte promesse, finte versione della storia, finta poesia. Per finta poesia intendo quella letteratura che è fatta non in verità, ma per assecondare e soddisfare il mercato, per produrre profitto e per ottenere successo. Quando la parola -e la più nobile delle arti in parola, la poesia, appunto- si prostituisce e sceglie la via più semplice, in nome della gratificazione e del riconoscimento, rinunciando alla verità, essa commette il medesimo abuso, verbale e pratico, che commettono le ideologie, che sull’uso deviato della parola -e dunque del pensiero- si edificano. Oggi, però, la poesia, può rivestire davvero un ruolo rivoluzionario se riesce a ricongiungere l’uomo con se stesso, a riattivare la parte autentica che è in costui, e ad abbattere il nichilismo che pretende di ridurre tutto a merce. Penso che, nel nostro tempo, la vera poesia sia quella che non si fa comprare e che ha il coraggio di osare, di contestare le narrazioni dominanti (il mercato stesso e le sue mode) e di parlare di speranza, umiltà e di compassione, in modo tale da creare un vero e proprio paradigma antitetico rispetto a quello dell’abuso che domina il mondo. Una tale trasformazione deve prendere avvio proprio dal linguaggio, ovvero dal pensiero, poiché linguaggio e pensiero creano la realtà.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

La parola umana -a differenza di quella generata dall’IA- non nasce da un algoritmo ma da un vissuto reale, autentico, radicato nel corpo e nella coscienza. Quest’ultima, difatti, ha una struttura senziente, intenzionale e dunque viva, che nessuna intelligenza artificiale possederà mai. Tuttavia, siamo giunti ad una fase storica in cui l’IA è in grado di emulare perfettamente buona parte dell’operato umano, inclusa la letteratura, producendo testi e versi che sono persino di qualità superiore rispetto agli scritti di certi autori. In tal senso, da ora in poi, tutto ciò che sarà eguagliabile da parte dell’algoritmo verrà riprodotto e sostituito, ma questo crea un vantaggio inatteso: resterà solo ciò che avrà davvero valore qualitativamente, solo ciò che si radicherà, appunto, su vissuti personali e autentici. L’IA, allora, potrà sostituire molti settori sino ad ora di competenza umana e riprodurre ciò che l’individuo ha creato, ma non potrà mai rimpiazzare quell’esperienza personale profonda e autentica, sulla base della quale si strutturano la vera arte, la vera poesia, le vere relazioni e così via. Inoltre, l’IA segue delle narrazioni prestabilite, tant’è che se certi fenomeni o fatti le vengono presentati sotto un aspetto differente rispetto a quello della narrazione dominante e che ha programmato la medesima IA, essa non è in grado di controbattere con argomenti analitici. Un ulteriore aspetto fondamentale: l’errore, l’imperfezione, l’imprevisto sono ciò che caratterizza l’umano e dimensioni a partire dalle quali prendono forma la scienza (senza errore non vi sarebbe alcun progresso scientifico), l’amore e la creatività… L’intelligenza artificiale, di contro, non può creare nulla dal nulla -cosa che invece fa l’uomo-, perché abbisogna di essere programmata secondo parametri fissi e specifici. A questo proposito, la poesia dovrebbe davvero smettere di essere orientata al mercato, di essere vuota e priva di una filosofia di vita, in modo da non diventare riproducibile e mercificabile, proprio com’è già avvenuto per le opere d’arte, a proposito di quel che Walter Benjamin ben comprese. La poesia deve smettere anche di voler emulare quelle (pseudo)scienze che pretendono di inquadrare la realtà e gli individui entro categorie fisse, come fa la psicologia, in una certa versione riduzionistica oggi di moda, e come fanno appunto i sistema di intelligenza artificiale… La vita, l’amore, il dolore, il perdono, il sogno da cui il pensiero nasce, sono ben più di un algoritmo e di un sistema tipologico. 

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Senz’altro il romanzo Berggasse 19. Una donna di nome Anna Freud (Les Flaneurs), è stato per me un libro che ha richiesto un grande lavoro di autoanalisi, oltre che di studio. La storia della protagonista è stata infatti in parte anche la mia storia: l’accettazione delle proprie origini, il conflitto con il padre e con l’ambiente culturale, il ritrovamento della figura paterna dentro se stessi e, quindi, l’accettazione. Infine, i primi passi di Anna per cercare di dare forma alla propria personalità in autonomia, per diventare una donna di pensiero e mettere a frutto le proprie propensioni, in un mondo -allora come oggi- che amputa i sogni e i progetti. Precedentemente, invece, scrissi un saggio di filosofia politica e morale, L’uomo senza riposo (di circa 300 pagine), frutto di vent’anni di studio e di ricerca, che voleva essere un testo di critica radicale nei confronti del sistema di potere contemporaneo, definito kratoscienza. Nel saggio, viene decostruito tutto il sistema di sapere-potere che ci ha condotto alle emergenze recenti, alla crisi globale che stiamo vivendo, alla normalizzazione della violenza su tutti i fronti (politico, economico, culturale, affettivo). A distanza di anni, mi stupisco di come quello che stiamo vivendo fosse perfettamente previsto nel testo… Di recente, invece, sto lavorando a un nuovo modo di fare poesia, un modo meno privato, meno francescano, nel tentativo d’improntare il verso a un riflessione maggiormente esistenziale; la stessa cosa ho fatto nel saggio Il tempo dissolto (Qed 2026), un libro di filosofia dell’arte che vuole reinterpretare il Novecento, e la sua storia tragica, a partire dal legame tra arte, filosofia, psicoanalisi e fisica. Anche in questo testo, in cui mi riconosco particolarmente, l’obiettivo era elaborare una narrazione diversa del secolo breve, a partire dall’arte, per dimostrare che il tempo non esiste e, con esso, che l’uomo può ancora scegliere di dare al mondo un significato antitetico rispetto alla violenza, all’abuso e all’avidità, che sono invece i significati che un’oligarchia di tiranni hanno voluto dare alla realtà, costringendoci ad obbedire loro e a credere nella loro religione di morte.





La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Si, può e deve comunicare alle nuove generazioni. Ogni disciplina, persino quelle che si insegnano a scuola, possono essere trasmesse con poesia se sull’aspetto tecnico viene fatto prevalere quello umano: educhiamo i giovani a ragionare, a pensare autonomamente, ad esporsi. Diamo loro testimonianze che valga la pena seguire. Insegniamo loro la cura per gli altri e per i più vulnerabili in particolare (gli indifesi, i poveri, gli anziani, i minori, i disabili, gli animali), insegniamo loro la responsabilità e a non fuggire dalla fatica, a non arrendersi subito, a non cedere alla logica della prestazione che pretende che siano sempre i primi -spesso schiacciando gli altri-, tanto da non accettare il fallimenti… Insegniamo alle nuove generazioni che nella vita a volte si perde e si cade e si soffre, ma anche da qui può nascere del bene, nella misura in cui si diventa più umili, meno egoisti, meno superbi, più attenti alle vere priorità… Insomma insegniamo ai giovani l’amore per la vita, ma per la vita vera, non per quella perfetta che ci raccontano le tivù, il cinema, i social, ma per la vita vera, imperfetta, fragile, mortale, e proprio per questo luogo in cui annidano la meraviglia, l’amore, la redenzione, se solo si impara a guardare. Insegniamo ai giovani a non aver paura della vita vera e a non crescere nella diffidenza e nella indifferenza, nella difesa, nella prepotenza, nella rabbia e nell’avidità dell’egoismo, che privilegia solo il piacere, l’avere, il sesso, il successo… Se avremo il coraggio di fare tutto questo, sicuramente, daremo avvio alla più grande rivoluzione della storia: una rivoluzione educativa, che richiede anzitutto adulti che sappiano mettersi in discussione e che si radica nell’interiorità della persona, insegnandole a cercare il bene, a essere grata per ciò che già c’è, e dunque a concepire il futuro con speranza e gioia.




sabato 23 maggio 2026

Geoff Bradford: Il seme puro del Blues sulle sponde del Tamigi

Per la rubrica: Archeologia musicale, la storia di un bluesman controcorrente che,  pur influenzando tutti i più grandi musicisti degli anni sessanta del Regno Unito con la sua tecnica musicale, è rimasto nel suo piccolo spazio espressivo, facendolo diventare un punto di riferimento ad alta frequenza. 



Geoff Bredford è un ragazzo serio che ama la musica, studia la chitarra e il pianoforte, ma ancora non ha capito qual è il suo strumento e quale viaggio vuole intraprendere attraverso la musica. Decide di intraprendere un viaggio completamente diverso. A diciassette anni, infatti, si imbarca in marina e rimane fuori casa per tre anni. Uno dei suoi scali più lunghi è quello che fa in Sicilia, dove, probabilmente, entra in contatto con i militari americani di istanza sull'isola e può ascoltare i dischi di Leadbelly, Ligthinin Hopkins, Maede Lux Lewis, Big Bill Broonzy, decide di comprare una chitarra e studiare quel genere chiamato blues. Scopre di essere blues dentro, e come tutti i musicisti blues sa che per suonare bene la chitarra deve riuscire a suonarla come se fosse un pianoforte. Il ritmo e l'improvvisazione del ragtime e il lamento nell'anima. Diventa un virtuoso del finger picking, lo fa suo. Pizzica le corde con il pollice per dare il ritmo e la cadenza, e con le altre dita della mano destra esegue gli arpeggi che intonano le melodie, a volte complesse a volte semplici, sempre a velocità da capogiro. È questo il suo viaggio. Adesso può anche tornare a casa. Rientra a Londra nel 1954, ha vent'anni e può dare inizio alla sua carriera. Con il suo gruppo i Sunrisers, porta il suo blues, il suo rag, in giro sulle due sponde del Tamigi, è riconosciuto come uno dei massimi esponenti; è uno dei pochi a fare quella musica insieme a Cyril Davies. Viene contattato da Long John Bradly per entrare a far parte della sua band gli Hoochie Coochie Men. Il progetto lo interessa e si unisce alla band, ma l'esperienza dura soltanto il tempo di un solo album, "Long John Blues" del 1965. Non è quello il suo viaggio. Si trova in un momento della sua vita in cui, molto serenamente, ha compreso, con tutta la sua essenza, il tipo di arte che vuole esprimere, forse è un tradizionalista legato alle radici o forse è un conservatore, ma è quello il viaggio che vuole fare e non gliene frega niente di perdere treni importanti per la storia, perché, molto più semplicemente lui è un purista del blues. Così quando suona alla Round House ed entra in contatto con Alexis Korner, ha la possibilità di entrare nella Blues Incorporated, ma non è quello che gli interessa. La musica si evolve, il mercato richiede suoni più duri, elettrici. Il suo amico e collega Brian Jones, con Mike Jegger hanno intenzione di mettere su una band in grado di proporre un nuovo sound, anche in quel caso lui rifiuta l'offerta di entrare a far parte di quelli che saranno l'icona di questo genere musicale nel mondo, i Rolling Stones. Non segue la strada tracciata da John Majall o da Eric Clapton e i Cream, Jimmi Page e Led Zeppelin, non è quello il suo viaggio, anche se ognuno di questi grandissimi musicisti, in qualche modo, gli è debitore. Chi ha approcciato alla chitarra blues in quegli anni è passato per la sua tecnica. Geoff è rimasto lì, nel suo centro, per il resto della sua vita, con la fortuna di averlo scoperto fin da ragazzo, e così il suo viaggio è stato lungo e ricco di soddisfazioni anche se il grande pubblico non si è accorto mai di lui. Forse è stata una sua scelta consapevole ma il suo talento cristallino è in grado di emozionare qualsiasi ascoltatore.







sabato 9 maggio 2026

Il rimedio dell'ombra

Per la rubrica PHARMASONG, la canzone che nasce dal ricordo degli incontri quasi quotidiani con una coppia singolare che frequentava la farmacia in cui lavoro. Lui era un uomo segnato da un evidente sovrappeso e da una patologia alla schiena talmente grave da impedirgli i normali movimenti; per questo motivo, usava una bicicletta come unico mezzo per spostarsi. Lei lo seguiva sempre a piedi, restando un passo indietro mentre lui pedalava. Era una donna che portava i segni di un passato di bellezza, ormai sfigurata dagli esiti di un incidente e afflitta da crisi epilettiche che ne minavano la coordinazione motoria,  tanto da renderla incapace di assumere autonomamente le proprie medicine. Ciò che più mi colpiva, provocandomi un profondo senso di disdegno, era il modo in cui lui la trattava: la rimproverava e la maltrattava spesso, anche davanti agli altri. Tuttavia, quando lei venne a mancare a causa di una crisi epilettica più violenta delle altre, quell'uomo cambiò. Nelle sue frequenti visite in farmacia, mi confessava con disperazione quanto lei gli mancasse. Pochi mesi dopo, anche lui lasciò questo mondo. Questo epilogo mi ha spinto a riflettere: forse, dietro quel legame fatto di asprezze e sofferenza, si celava una forma d’amore.


Il rimedio dell'ombra 


Dimmi dove ti nascondi, Amore, dimmi.

Forse dietro la maschera deforme di lei, 

bellezza che ha perso ogni scommessa con la vita,   

che con passi tremanti insegue il suo uomo,

scossa elettrica che riannoda il destino spezzato.

O sotto le gomme della bici, sgonfie per il peso di lui,

carcassa che ha perso ogni speranza di risalita,  

con il suo sfigurante insulto si assicura 

che lei, pur caracollante, rimanga in scia. 


Forse ti nascondi in mezzo al grasso della catena, 

ogni giro è un lamento che rinnova la recita, 

sull'asfalto e sul cemento, sotto le luci del quartiere, 

di due rovine che si muovono libere nel mondo, 

e non sanno come chiamare la loro prigionia.


Dimmi dove ti nascondi, Amore, dimmi. 


Mi nascondo, sì, mi nascondo negli angoli bui, 

tra i respiri assonnati e le dita insonni di lui. 

Lei gli accarezza la schiena senza tremare.

Lui le dice una frase che sembra un insulto 

che ha il sapore di un letto rifatto, un segreto, 

nel petto sepolto, che sigla il loro baratto.

Mi celo nel giorno che imbruna, in un raggio di luna, 

quando lui le pulisce con la mano inopportuna 

quella piaga che si perde tra le linee del palmo. 

Si scambiano colpe in un rito privato 

nel gemito di un solo dolore che cammina alle porte 

della morte, in un unico, eterno peccato.


Mi nascondo, sì, tra croste di sogni e di pane,

che sgualcisce la pelle e neri lacci ai polsi pone,

da sciogliere per farle spazio sul suo cuscino. 

Lui le bacia la cicatrice sul volto strappato 

con la stessa cura che avrebbe un boia 

che sente il bisogno di chiedere scusa.

Mi velo nell'ombra di un cielo senza più stelle, 

perché solo chi è infranto conosce l'incastro 

di chi è scheggiato sopra e sotto la pelle.

Lei poggia la testa su quel ventre gemente

Lì, lei non trema, lì, lui non sa più gridare, 

si scambiano il fiato, un muto soffio guarente.




domenica 26 aprile 2026

Bob Dylan ...e le pietre continuino a rotolare

Per la rubrica: Archeologia musicale, ripercorriamo le motivazioni, che affondano le loro radici profonde nei primi anni sessanta, per il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a un musicista che ha saputo elevare i testi delle proprie canzoni a materiale letterario di altissimo valore.


Bob Dylan nella sua carriera ha vinto un’infinità di premi, nell'ottobre del 2016, però, è arrivato il premio più prestigioso. Il Nobel per la Letteratura. Un'attribuzione che ha creato non poche polemiche, soprattutto tra i puristi della letteratura, nonostante da parte dei giurati ci sia stata un'apertura rara. Dal mio punto di vista i testi delle canzoni non sono poesie, sono un’altra forma di comunicazione, ma quando queste altre forme di comunicazione veicolano elaborazioni creative dell'ingegno tradotte in scrittura, e s'insediano nell'immaginario collettivo, possono trasformarsi in Arte letteraria, possono essere Poesia. 

Nel caso di Dylan, poi, è difficile trovare una giusta linea di demarcazione tra Musica e Poesia. I riferimenti letterari sono infiniti. A partire dal nome, Robert Allen Zimmerman all’anagrafe, di famiglia ebrea, dopo vari tentativi, finisce per ribattezzarsi, Bob Dylan, in omaggio al suo poeta preferito Dylan Thomas, scomparso prematuramente negli anni Cinquanta.

Dal poeta gallese ha preso lo stile di stesura dei versi. Thomas infatti strutturava un verso che fungeva da nucleo centrale. Ogni verso corrispondeva ad un'immagine, e le immagini degli altri versi viaggiavano vorticosamente, tra opposizione e sintonia, intorno al nucleo centrale.

Nel corso dei suoi primi lavori folk numerosissime sono le citazioni del poeta, rivoluzionando il modo di scrivere testi in modo tale che dopo sarà impossibile pensare ad un'altra maniera di creare canzoni d'autore.


Oh, what did you see, my darling young one? 

I saw a newborn baby with wild wolves all around it 

I saw a highway of diamonds with nobody on it, 

I saw a black branch with blood that kept drippin’, 

I saw a room full of men with their hammers a-bleedin’, 

I saw a white ladder all covered with water, 

I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken, 

I saw guns and sharp swords in the hands of young children, 

And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, 

And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

(A Hard Rain's A-Gonna Fall, in The Freewheelin' Bob Dylan,1963).


Il primo innamoramento per la musica arriva attraverso il rock and roll vero e proprio, poi la voglia di dare impegno ai contenuti lo coglie con l’ascolto della voce profonda e disperata della cantante folk Odetta che conduceva battaglie sociali contro la discriminazione razziale. 

La potenza dei suoi testi lo porterà a diventare un punto di riferimento per tutta la comunità folk; è di questo periodo infatti Blowin’ In The Wind, manifesto pacifista per eccellenza. Il brano contiene versi ispirati allo stile di protesta di Woody Gouthry. Dylan pensa che sia arrivato il momento di allinearsi alle posizioni antimilitariste dei poeti Beat e introduce tematiche politiche in un brano di musica leggera. Il suo modo di esporsi in prima persona, e il suo modo di combattere utilizzando esclusivamente le armi della musica, lo eleggeranno, insieme a Joan Beaz, portavoce dei diritti civili. 


How many times must a man look up 

Before he can see the sky? 

Yes, ‘n’ how many ears must one man have 

Before he can hear people cry? 

Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows 

That too many people have died? 

The answer, my friend, is blowin’ in the wind, 

The answer is blowin’ in the wind.

(in The Freewheelin' Bob Dylan, 1963).


Non dimenticherà mai di appoggiare le classi più deboli o gli emarginati. Nei suoi album, anche degli anni successivi, saranno sempre presenti testi di protesta. Un altro celebre esempio è Hurricane del 1976, dedicata a Rubin Carter un pugile afroamericano, in lizza per il titolo dei pesi medi, condannato ingiustamente per un triplice omicidio.


“Remember that murder that happened in a bar?” 

“Remember you said you saw the getaway car?” 

“You think you’d like to play ball with the law?” 

“Think it might-a been that fighter that you saw runnin’ that night?” 

“Don’t forget that you are white.”

(in Desire, 1976).


La voglia di sperimentare con il linguaggio si muove parallelamente a quella di sperimentare musicalmente, spostando i suoni delle radici (folk, country e blues) verso sonorità elettriche rockabilly e il rock nudo e crudo, producendo la riconosciuta trilogia di capolavori: “Bringing It All Back Home”, “Highway 61 Revisited” e “Blonde on Blonde”.

Sono forse questi i lavori che mostrano al meglio il suo repertorio letterario. 

Like A Rolling Stone rappresenta il momento della carriera in cui Dylan sveste i panni del profeta e trascinatore di folle per rivendicare la propria essenza di menestrello e narratore di storie, aperto alle contaminazioni e alle influenze letterarie che lo hanno preceduto. 

Il continuo spostarsi da un genere all'altro provoca malumori tra i suoi estimatori, ma la provocazione è voluta e fa parte dei suoi escamotage stilistici, tesi a sorprendere continuamente gli ascoltatori e soprattutto se stesso. Le emozioni non possono arenarsi in una forma soltanto. Volta per volta sente la necessità di trovare la giusta atmosfera, la giusta magia e l'ardimento nel porgerla.


You used to be so amused

At Napoleon in rags and the language that he used

Go to him now, he calls you, you can’t refuse

When you ain’t got nothing, you’ve got nothing to lose

You’re invisible now, you got no secrets to conceal


How does it feel?

How does it feel?

To be without a home?

Like a complete unknown?

Like a rolling stone?

(in Highway 61 Revisited, 1965).


Pur non rinunciando mai alla sua tecnica ricca di immagini surreali accoglie le istanze stilistiche degli intellettuali del suo periodo contaminando l'eleganza con strali di slang stradaiolo stesi con ritmo incalzante. 

Forse l'esempio più lampante è Subterranean Homesick Blues, che già da titolo indica una vicinanza all'opera Sotterranei di Jack Kerouak ma anche a quella più lontana nel tempo di Fedor Dostovjeskj.


Get sick, get well

Hang around a ink well

Ring bell, hard to tell

If anything is goin’ to sell

Try hard, get barred

Get back, write braille

Get jailed, jump bail

Join the army, if you fail

Look out kid

(in Bringing It All Back Home, 1965).


Il suo amore per la poesia lo porta ad emulare lo stile di vita dei poeti maledetti francesi e ne celebra il linguaggio in Mr. Tambourine Man, viaggio esoterico e visionario che narra le vicende di uno spacciatore di sostanze stupefacenti. Tema scottante in quel periodo, ma questa tesi non è mai stata confermata.


Take me on a trip upon your magic swirlin’ ship,

My senses have been stripped, my hands can’t feel to grip,

My toes too numb to step, wait only for my boot heels

To be wanderin’.

I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade

Into my own parade, cast your dancing spell my way,

I promise to go under it.

(in Bringing It All Back Home, 1965).


Anche Just Like Tom Thumb’s Blues, composta al ritorno da un viaggio in Messico, è su queste posizioni. Descrive una discesa agli inferi della disperazione e della decadenza umana con riferimenti ai versi de “La Mia Boheme” di Arthur Rimbaud, ma si spinge anche oltre facendosi influenzare dal romanzo "Sotto il Vulcano”, una sorta di Divina Commedia ubriaca, scritta da Malcolm Lowry. 


Sweet Melinda

The peasants call her the Goddess of gloom

She speaks good English

And she invites you up into her room

And you’re so kind

And careful not to go to her too soon

And she takes your voice

And leaves you screaming at the moon

(in Highway 61 Revisited, 1966).


Se l'eleganza della lingua inglese la deve a Shakespeare e Thomas, un'altra delle sue fonti di ispirazione è John Keats. In Not Dark Yet, infatti, ripercorre le tematiche del poemetto Ode ad un usignolo, sulle problematiche di un uomo che si ritrova a vivere l'età più matura.


Shadows are falling and I've been here all day

It's too hot to sleep and time is running away

Feel like my soul has turned into steel

I've still got the scars that the sun didn't heal

There's not even room enough to be anywhere

It's not dark yet, but it's getting there

(in Time Out of Mind, 1997).


Ma Dylan è un affamato lettore e attento osservatore dei suoi tempi e nel sentire la notizia dell'eruzione di un vulcano su un'isola, scrive Black Diamond Bay lasciandosi guidare dalle parole del romanzo Vittoria - Una storia delle isole di Joseph Conrad, e racconta l'evento dal punto di vista degli isolani e di coloro che apprendono la notizia alla televisione.


A soldier sits beneath the fan 

Doin' business with a tiny man who sells him a ring. 

Lightning strikes, the lights blow out. 

The desk clerk wakes and begins to shout, 

"Can you see anything?" 

Then the Greek appears on the second floor 

In his bare feet with a rope around his neck, 

While a loser in the gambling room lights up a candle, 

Says, "Open up another deck." 

But the dealer says, "Attendez-vous, s'il vous plait,'' 

As the rain beats down and the cranes fly away 

From Black Diamond Bay.

(in Desire, 1976).


Nel suo repertorio non mancano canzoni d'amore e non mancano le critiche per queste ballate che sfiorano la retorica più melensa. Ma, come dicevo prima, lui è abituato alle critiche. Molte delle sue serenate hanno creato vivi dibattiti su chi possano essere le donne a cui sono dedicate. Aveva una vita amorosa abbastanza movimentata e probabilmente uno dei testi più belli è quello dì Love Minus Zero/No Limits 


The cloak and dagger dangles

Madams light the candles

In ceremonies of the horsemen

Even the pawn must hold a grudge

Statues made of match sticks

Crumble into one another

My love winks, she does not bother

She knows too much to argue or to judge.

(in Bringing It All Back Home, 1965).


Il brano plana tra le citazioni del poema “Il Corvo” di Edgar Allan Poe e “La Rosa Malata” di William Blake, ma che non disdegna di scomodare il Libro di Daniele proprio dalla Bibbia. 


Le citazioni dal Testo Sacro saranno presenti in tutta la sua produzione. Sembra che non si separasse mai dalla sua copia. È la sua personale mitologia che lo ispira sulle onde da seguire.

La sua vicinanza al Sacro in un momento di rivalsa spirituale si traduce in una conversione al cristianesimo che esprimerà in ben tre album alla fine degli anni Settanta.


Dylan ha una mente aperta e ha disseminato di perle inestimabili ogni sua produzione, anche quelle meno consacrate dalla critica, anche nelle colonne sonore dei film, o nelle collaborazioni ai musical.

Nel corso della sua carriera Bob Dylan si è esposto ad altri importanti cambiamenti e ha pubblicato anche dei libri… ma non è per i suoi lavori su carta che ha vinto il Nobel per la Letteratura; è stato insignito del Premio, per la letteratura contenuta nel testi delle sue canzoni, che fondono, provocazione dadaista e studi sacri, maledizione e simbolismo, surrealismo e neorealismo, eleganza classica a slang moderno e beat, arte circense a sobrietà assoluta. 

Per tutti questi motivi e non solo, ben venga questo riconoscimento…

e che le pietre continuino a rotolare.









mercoledì 15 aprile 2026

E si torna in campidoglio

Qui per ritirare, con tanto di fanfara, un Diploma di Merito per la videopoesia "Opera DeLirica".





È sempre un onore superare una dura selezione e ricevere dei riconoscimenti, che, ovviamente, divido, in maniera equa, con Marco Pofi, autore della musica. 

Grazie alla giuria del Premio Nazionale AlberoAndronico e tutti coloro che mi hanno sostenuto in questi mesi con un pensiero o una semplice, anche simbolica, pacca sulla spalla...



sabato 11 aprile 2026

Tutto il mio sfrenato sentire

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autore Michele Carniel, sull'indispensabilità della poesia che con la sua presenza permette di sopravvivere, sulla sua capacità di penetrare in profondità e svestire dalle maschere del quotidiano e tanto altro…



Michele Carniel, vive a San Donà di Piave. Lavora come progettista navale a Marghera (Ve). Nel 2019 pubblica per Sillabe di Sale editore la prima silloge “Tra il Piave e la luna”. Nel 2020, 3 poesie sono state selezionate per l’antologia di poeti contemporanei “Kairos” (CTL editore). Nel 2023 pubblica “La strategia del respiro” per Terra d’ulivi edizioni. Nel 2023 vince la prima edizione del concorso nazionale di Poesia “Le muse di legno”. E riceve un encomio d’eccellenza per una Poesia alla decima edizione del premio internazionale “Città del Galateo”. Nel 2025 pubblica “D’amore, chiodi e silenzi” per Puntoacapo editrice. È presente in varie antologie. 

Quando ti sei accorto che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?

Fin da piccolo, quando mio padre tornava dall’Iran dove è stato qualche anno per lavoro, e leggeva a mia madre, a me e a mio fratello le poesie che scriveva nel deserto. Lì ho capito che era quello un mezzo indispensabile per la sua sopravvivenza così lontano da casa, era un modo tutto suo per comunicare a noi che lo aspettavamo a casa. I versi erano molto potenti e penetravano nel cuore già quando avevo 10 anni. Chiaramente poi ho voluto ereditare questo veicolo comunicativo scrivendo a mia volta tutta la narrazione emotiva che sentivo dentro di me, trascrivendola sotto forma di versi.

 Che rapporto hai con la poesia? 

Diretto, nudo ed esplicito. È l’unico modo che ho per potermi svestire delle maschere che ogni giorno devo indossare per districarmi dalle ragnatele quotidiane. La Poesia mi aiuta a non perdere il filo con me stesso, con quello che provo.

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Credo che la parola sia diventata una nuova forma di resistenza e proprio per questo dobbiamo rinforzare i fili che ci conducono ad essa, per non disperdere la strada che ha portato l’umanità a creare ogni forma di bellezza. La Poesia è stato un veicolo importante ed essenziale nel tenere legate genti lontane da loro, specialmente dal punto di vista sociale. Pertanto è di interesse comune riuscire a tenere traccia del percorso evolutivo che la parola ha perseguito, resistendo appunto ad un approccio tecnologico/telematico che potrebbe indebolirla. 

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Creando nuove forme di coabitazione e non di contrapposizione. L’intelligenza artificiale, come tutte le “invenzioni” di ogni epoca, diventa utile nel momento in cui viene utilizzata per arricchimento e non per sottrazione o per fugare le difficoltà. 

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Le sillogi che ho pubblicato sono equamente importanti perché fanno parte di una personale trilogia:

“Tra il Piave e la luna” (Sillabe di sale editore) è stato il mio esordio poetico, la mia carta d’identità letteraria nella quale ho svelato lo strato più epidermico di me stesso dal punto di vista emotivo. Ho narrato la mia quotidianità, fatta di luoghi (tra tutti il mio amato Piave), lavoro, amore, ed un flusso pensieri a 360° su tutto ciò che mi circonda.

“La strategia del respiro” (Terra d’ulivi edizioni) invece prosegue in un tracciato che va più a fondo, sono fotografie esistenziali che vivo ed ho vissuto sottopelle, in cui ogni istantanea della vita si trasforma in versi, ed è una raccolta suddivisa in due capitoli: ‘Inspirazione’, in cui la Poesia è più verticale, in cui ho sottolineato il nettare della mia poetica, un’emotività inquieta, tormentata; in ‘Espirazione’ invece la Poesia è in forma prosastica, che ritengo essere il mio vestito migliore ed esterna tutto il coinvolgimento sensoriale e sentimentale che traevo dal vivere e dagli accadimenti. Poesia tradotta in respiri essenziali.

“D’amore, chiodi e silenzi” chiude il cerchio, mette a nudo la mia intimistica esistenza, un’indagine introspettiva che, come scrive il mio amico poeta Gianpaolo Mastropasqua nella prefazione “affronta la metafora vertiginosa della passione del vivere intesa quale quotidiano morire, la voce dell’ombra che respira come una lenta morte per un gravoso, ereditato peso”. La poetica intreccia una liturgia fatta di domande che esigerebbero quanto meno uno sguardo, e sbriciola una carnalità che esonda in versi di amore inteso come ferita aperta, chiodi come sigillo di una crocifissione quotidiana e silenzi come spazi saturi di grida taciute (ho rubato una chiave di lettura di un amico poeta che mi ha letto).

Come ho detto precedentemente, nel teatro quotidiano molti di noi vestono maschere perché una società così poco tesa all’umanità te lo richiede implicitamente, proprio per questo dico sempre ai miei lettori e lettrici che chi mi vuol conoscere davvero mi può ricercare in ciò che scrivo, dove metto a nudo tutto il mio sfrenato sentire.



La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?

La Poesia comunica sempre, a prescindere da età e condizioni sociali, la chiave credo sia quella di essere pronti e permeabili alla sua “invasione”, ovvero quanto siamo disposti ad accogliere la potenza che essa è in grado di sprigionare. E quando ciò accade, posso assolutamente affermare che può divenire un traino per una personale salvezza e di proliferazione della bellezza. L’ho provato sulla mia anima.




domenica 29 marzo 2026

Linfa indispensabile

Per la rubrica: Viva la Musica dal Vivo, la chiacchierata con il musicista Fabrizio Festa, sulle differenze tra come si suonava prima e quello che succede oggi, sulla gavetta, sulla tanta polvere masticata, sulle emozioni vere…



Fabrizio Festa è uno scrittore di canzoni, cantante, musicista, scrittore letterario. Nella sua lunga carriera artistica ha collaborato con vari professionisti del settore musicale. Gaetano Ria (Ingegnere del suono Lucio Battisti Pino Daniele), Nicola Venieri (Ingegnere del suono Vasco Rossi), Federico Zampaglione (Tiromancino), Massimo Luca (Chitarrista/Produttore Lucio Batisti, Gianluca Grignani, Biagio Antonacci), Ezio Luzzi (Radio Rai) e tanti altri. Negli ultimi anni con le nuove canzoni pubblicate, vedono la collaborazione di Lorenzo Moka Tommasini (Ingegnere del Suono, Musicista) e in ultimo Giacomo Castellano (Chitarrista, Gianna Nannini, Raf, Piero Pelù, PFM). Dal 2017 fa parte della Nazionale di calcio Attori e Cantanti. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "L'Altare". Nel 2019 ha pubblicato il singolo "Sono andato a far pipì", nel 2021 "E' così che fa l'amore",  nel Febbraio 2024 "Questa terra sono io", brano rock, dedicato all'Italia, nel Maggio 2024, "La Vita Di Notte", presto le nuove canzoni in uscita. Nel marzo 2025, è uscito il suo nuovo romanzo "L'Orchestra Del Mare". Nel Gennaio 2026 alcune sue poesie sono state pubblicate nel libro racconta "L'Eco delle Parole", edito da Casa Editrice Pagine.

Come si fa a formare un'esperienza del genere? Quando hai iniziato a suonare? 

Ho iniziato effettivamente a suonare nei locali, dagli anni 90, quando le ondate GRUNGE e BRIT POP, erano arrivate anche nel nostro paese. Mi è capitato di farlo ovunque, dai pub, ai teatri, nei club, anche nei piccoli bar, e perfino “on the road". È stato formativamente necessario, ed è quello che auguro a chi oggi vorrebbe intraprendere questo cammino. Consapevole delle criticità odierne, dove la tecnologia, la virtualità, hanno relegato la musica negli angoli casalinghi di ognuno. Si “suona" più per dimostrare nell'immediato le proprie capacità sui social, che scambiare fisicamente e reciprocamente le emozioni tra chi si esprime e chi ascolta. È un altro mondo.

Penso che sia un richiamo irresistibile per chi ama la musica l'impatto che ha il contatto con un pubblico vero…

Vista la mia esperienza, suonare dal vivo è linfa indispensabile, anche per caricarsi di "pathos emotivo" per scrivere le canzoni. Seppur abbia iniziato da subito a scrivere canzoni, perché quello è stato il motivo principale, per aver intrapreso la strada musicale, ho cantato e suonato di tutto. Con le prime band suonavamo, Led Zeppelin, Deep Purple, Eric Clapton, Dire Straits. Poi nel tempo ho creato gruppi, anche in formazioni ridotte, dove non è mancata la musica italiana. Da Lucio Dalla, Ivano Fossati, Paolo Conte, tenendo in mente che da chiunque arrivasse buona musica, il nome diventava secondario. Parallelamente però, ho portato spesso sul palco, i mie progetti originali, con le cose che scrivevo io.

Che tipo di alchimia si crea con chi è presente mentre suoni?

La magia della musica dal vivo, è talmente inebriante, che mi è capitato sempre di creare connessione con chiunque fosse davanti, con ciò che cantavo. La reazione è sempre stata di magia. Si viene a creare quell'empatia, che solo la musica e l'innamoramento amoroso, riescono a produrre. E se si pensa bene, la musica è un atto d' amore. Potrebbe sembrare paradossale, ma nelle dimensione "on the road", le emozioni che mi sono arrivate dalla gente, sono state molto viscerali e “potenti". Forse perché, dalla strada ancora oggi ci si stupisce, che si possa trovare qualcuno che faccia musica, quanto meno con professionalità. Ma a dirla tutta, gli episodi, lo scambio emozionale, mi è capitato ovunque. 

Ce n'è qualcuno che ti è rimasto dentro? 

Ricordo due episodi, uno al Teatro Arciliuto, dove dopo l'esibizione, una ragazza mi si è avvicinata in lacrime e senza dire nulla mi ha abbracciato, come se fossimo dei vecchi amici (magia della musica). O quella volta in un Pub a Trastevere, finito di suonare, si presenta davanti a me il figlio di Bruno Lauzi, Maurizio, che abitava sopra al Pub, era sceso per complimentarsi, perché credeva che chi cantasse, non fossi io, ma che la voce uscisse dalla radio in filodiffusione nel locale. È stato un bel complimento, poi pensandolo odiernamente, acquista ulteriore valore, dove si usa sempre più, il mezzo dell'autotune per intonarsi nel cantare.

Cosa ti lasciano queste esperienze? 

Ogni esperienza live ce l'ho dentro, anche quelle meno significative; mi hanno insegnato molto. Comprendendo che se hai una reale passione per ciò che hai deciso di fare, suoni ovunque, e perché la musica è una necessità vitale, e a dirla tutta, non sei tu che scegli la musica, ma è lei che sceglie te.