domenica 9 agosto 2026

Leonard Cohen: Hallelujah

Per la rubrica: Archeologia musicale, il tributo all'artista che più di tutti, nel contesto sperimentale degli anni sessanta, ha saputo portare la Poesia in musica. 



Quasi se lo sentiva Leonard, ci ha lasciato poco dopo avere dato alle stampe il suo ultimo album "You Want It Darker", che può essere interpretato come una confessione sulle meditazioni di uomo maturo che si avvicina all'estrema dipartita, e ne sente il fascino. Si dichiara pronto come in una preghiera a intraprendere l'ultimo viaggio, ma poi avverte la nostalgia per le cose terrene, la materia e la sua seduzione, passa attraverso la rabbia e il dolore, per poi rimanere sgomento difronte l'enormità del mistero. 

In ogni brano dell'ultimo lavoro si avverte l'intensità della poesia che lo ha sempre contraddistinto.

Già poesia, si tende spesso ad abusare della parola poesia, ma nel caso di Cohen sembra la parola più azzeccata in assoluto, perché al contrario di molti suoi colleghi songwriters che dopo aver riscosso successo con le loro canzoni si sono dedicati all'arte letteraria, Leonard invece iniziò la sua carriera artistica proprio come poeta e scrittore.

Sin dall'adolescenza la sua passione principale è la comunicazione in ogni sua forma. Si dedica al teatro, all'oratoria e soprattutto alla scrittura. All'Università di Montreal partecipa a un premio letterario, il talento innato lo porta alla vittoria ottenendo la pubblicazione della prima silloge di poesie "Let Us Compare Mythologies". Si guadagna elogi da parte della stampa locale che lo ritiene una delle migliori promesse letterarie canadesi. Dopo la laurea sfrutta un premio in denaro ricevuto dal Council of Canada, rifugiandosi sull'isola di Idra, sul mare Egeo, per scrivere. Durante il buen retiro, in cui digiuna a lungo e sperimenta l'effetto delle anfetamine, produce una nuova silloge di poesie "Flowers For Hitler" e un lavoro di narrativa dal titolo "The favourite game" (Il gioco favorito in italiano) che indaga la potenza costruttiva o distruttiva della Parola. Il linguaggio è ricco e potente, il protagonista è un giovane adolescente con tratti ampiamente autobiografici. Vive in prima persona la confusione dei ricordi che riemergono dal passato e la scoperta di vari elementi formativi che lo porteranno a diventare un uomo, la lealtà e l'ipocrisia, le sconfitte, il successo, il sesso, l'amore. Contiene troppe immagini erotiche e trova grandissime difficoltà ad essere edito anche se nel 1963 finalmente trova la via della pubblicazione. Dopo qualche anno, nel 1966, esce un'altra silloge di poesie "Parisites of Haeven" e anche il romanzo "Beautiful Losers" (Belli e perdenti), visionario, onirico, escatologico, scherzoso, mai apprezzato totalmente dalla critica, ma che con gli anni diventa un caposaldo della letteratura canadese.

C'è una donna che conosce l'amore di Leonard per la musica, è Judi Collins, sua amica intima e sostenitrice, che ha avuto la possibilità di interpretarne le prime composizioni e lo esorta a mettersi alla prova anche come cantante. Grazie a una donna, quindi, irrompe nel 1967 nell'universo cantautorale con il disco Songs of Leonard Cohen e ad una donna è dedicato il primo brano della tracklist: Suzanne (bellissima ballerina che ha conosciuto realmente), mormorato come a voler dare soltanto un tappeto musicale emotivo alle parole. Per Leonard è il ponte perfetto tra la letteratura e la musica, perché proprio Suzanne prima di essere una canzone era una poesia pubblicata in "Parisites of Haeven". Anche se la critica non gli riserva una buona accoglienza, per i testi troppo tristi e per i toni malinconici, l'impatto con l'universo musicale è devastante, perché porta dentro le canzoni tutto il suo mondo poetico. 

La sua fermentante interiorità è frutto di una commistione, prima implosiva poi esplosiva, di fattori. C'è una buona dose di tormento esistenziale, che sfiora la depressione; non ha paura di spiattellare l'argomento del suicidio senza filtri. Probabilmente la sua vita è segnata dal dolore per la perdita, ha perso il padre a soli nove anni. L'insegnante di chitarra che gli faceva lezioni di tecnica flamenco si suicida prima che Leonard arrivi alla fine del primo ciclo, lasciandogli, però, le basi per quel suo tipico arpeggio veloce che lo ha contraddistinto nelle sue esecuzioni. C'è l'irrequietezza spirituale, perché lui è ebreo osservante, di famiglia e retaggio, molti dei suoi testi ricalcano alla lettera passi dei libri dell'Antico Testamento e hanno la trascendenza vocale del salmo o della preghiera. Non rinnegherà mai il suo profondo legame con l'ebraismo, anche se per un lungo periodo della sua vita abbraccia il buddismo, fino ad esserne nominato monaco silenzioso, per lui, però, il buddismo è soltanto una filosofia di vita. Si lascia affascinare dalla figura di Gesù, che vede più come uomo che come figlio di Dio, e ne apprezza la sua vicinanza verso i peccatori e verso gli ultimi. Per contrasto esprime un tipo di umorismo pieno di interrogativi che si porta dietro dalla tradizione ebrea, mai evidente, anzi da scoprire sornionamente tra le righe, che spesso lo pone su posizioni contraddittorie. C'è lo sguardo attento, anche se caratterialmente si tiene in disparte per una naturale introversione lui è dentro il mondo, il mondo è dentro di lui, riuscendo ad analizzare in maniera critica i fenomeni sociali e le dinamiche politiche, sempre al fianco degli oppressi. C'è la ricchezza e l'eleganza del linguaggio, che proviene dalle sue passioni letterarie e dall'amore per poeti come Federico Garcia Lorca, Robert Frost, Thomas Stearn Eliot, alternata a crude stilettate senza peli sulla lingua, espressi attraverso l'intensità della sua voce roca e baritonale allo stesso tempo. Soprattutto c'è l'attenzione verso la sensibilità e la fragilità femminili, in qualsiasi loro manifestazione, che siano prostitute o sante, o semplicemente donne e basta. Tantissimi sono i brani dedicati alle donne appunto, come la già citata Suzanne, Marianne, Nancy, Giovanna D'Arco. 

L'importanza dell'universo femminile nella sua vita e nella sua carriera è innegabile e lui lo racconta attraverso il sentimento idealizzito, il sentimento infranto, il tradimento, i triangoli relazionali e l'erotismo esuberante. Sono tanti gli esempi toccanti, uno di quelli che ci piace ricordare di più è Chelsea Hotel, il brano dedicato alla sua relazione con Janis Joplin, scritto subito dopo la scomparsa della mitica cantante.

Un modo di indagare la debolezza dell'essenza umana e di interpretare la forma canzone che è lontano dalle tendenze stilistiche del periodo storico a cui appartiene, ma che influenzerà la maggior parte di songwriters e cantautori in tutto il mondo.

"Songs Of Leonard Cohen" contiene pietre miliari della musica come Suzanne, Sister Of Mercy, So long, Marianne, Hey, That's No Way to Say Goodbye, anche se la definitiva consacrazione avviene con gli album seguenti "Songs From A Room" e "Songs of Love And Hate".

Il successo finalmente acquisito non può essere appagante per uno spirito inquieto come quello di Cohen. Negli a seguire la sua voglia di mettersi in discussione lo porta a sperimentare altri tipi di arrangiamenti. Abbandona la chitarra, per cercare suoni più pieni. Prova il pianoforte, e poi l'elettronica, con risultati non sempre convincenti.

Da uno dei maggiori insuccessi commerciali nasce, però, Hallelujah. Il brano che forse contiene la summa della poetica coheniana. L'amore per il divino e l'amore per il terreno.

La debolezza umana che è la propria debolezza. La ricerca della perfezione che si scontra contro la limitatezza. L'amore per una donna che si può scambiare per l'amore assoluto, o per l'amore verso Dio. Per intonare la propria lotta interiore sceglie i temi biblici di Re David e di Sansone, il primo tentato da Betsabea, il secondo tradito da Dalila. L'amore per la materia e il potere di decidere sulla vita di un altro uomo che ti fa sentire come un dio. Così Leonard/David/Sansone ama Betsabea/Dalila, la musica, la vita e conosce la vittoria e la sconfitta e urla Hallelujah. Hallelujah per superare la bellezza e la bruttezza, Hallelujah per unire lo spirito e la materia, Hallelujah per vedere oltre la luce e il buio, Hallelujah sommessamente urlato verso il cielo come in un orgasmo.

Hallelujah avrà sospirato Leonard per salutare il suo amato mondo.








domenica 26 luglio 2026

Jack Bruce e l'esperienza dei Cream

Per la rubrica: Archeologia musicale, l'impatto devastante, di un virtuoso del basso elettrico, nel mondo del blues rock, che rivoluzionerà per sempre il modo di intendere quel genere musicale.



Se non fosse già stato inventato il termine Riff lo conierei all'istante per descrivere le frasi ritmiche gravi che Jack Bruce ricamava con il suo basso, per poi improvvisare come un provetto jazzista sulle corde robuste di uno strumento non adatto agli aerei virtuosismi, ma che tra le sue dita si plasmava, e non contento, in un impeto di ispirata energia, dava vita ad una di quelle cavalcate solitarie neanche fosse una fuga pensata da Bach a cavallo del suo organo. Il sound dello scozzese Jack Bruce sintetizzava tutti questi elementi, il giro ritmico interiorizzato da anni di apprendistato nelle migliori band rock blues d'oltremanica, la capacità di improvvisare dovuta alla sua abilità di polistrumentista, e l'elaborazione melodica ricavata dai suoi studi classici, fatti alla Royal Scottish Academy of Music, fin dall'età di diciassette anni. Riesce a maturare nella sua forma migliore gli anni di sperimentazioni quando, insieme ad Eric Clapton e Ginger Baker, creano l'alchimia dei Cream, nell'anno magico del 1966. Conosce Eric Clapton durante la frequentazione della blues band più famosa e importante di quel periodo, quella di John Mayall. Eric era l'unico che poteva suonare accanto all'immenso Mayall. Alla batteria i due decidono di ingaggiare una vecchia conoscenza di Jack, un altro eccezionale e polivalente musicista come Ginger Baker. Che quella dei Cream sia un'alchimia lo dimostra anche il fatto che Bruce e Baker riescano a seppellire le vecchie ruggini accumulate ai tempi in cui suonavano insieme nella loro band d'esordio, la Graham Bond Organization. I due si odiavano letteralmente, per danneggiarsi l'un l'altro si sabotavano gli strumenti e al culmine dell'adrenalina arrivavano anche allo scontro fisico, fin quando il batterista non ottenne la leadership della band estromettendo Jack, costringendolo a fare esperienza in altre band. Col senno di poi il suo girovagare si rivelò una fortuna che condusse all'incontro con Clapton. La nascita dei Cream appiana tutto, anche perché dall'eclettica sinergia dei tre artisti scaturirà il sound che rivoluzionerà tutta la storia del rock blues. Dischi capolavoro come "Fresh Cream", "Disrlaeli Gears", "Wheels of Fire", "Goobay", li renderanno popolari e influenti a livello mondiale. Il trucco del loro stile è quello di non avere laeder, ognuno di loro contribuisce mettendo a servizio della band tutto il geniale talento di cui dispone in un mix che dal vivo risulterà letteralmente esplosivo.  Il contributo di Jack è fondamentale, grazie alla tecnica che proprio in quel momento raggiunge il massimo livello espressivo, nascono brani come Sunshine Of Your Love, il pezzo più famoso dei Cream ma anche, White Room, Politician, I Feel Free, N.S.U. (tra i più conosciuti ma ce ne sono tanti altri ancora), in cui il bassista si esibisce anche alla voce sui testi del poeta Pete Brown.  I Cream dopo aver influenzato tutti gli esponenti del genere Rock, Hardrock, Metal, a livello planetario con soli tre album, si separano nel novembre del 1968, per naturale esaurimento delle tematiche e per la voglia condivisa di tutti gli elementi di sondare altri territori musicali. Jack Bruce si apre infatti alle più svariate collaborazioni per colmare tutte le sue inclinazioni. Suona insieme a Lou Reed nell'album "Berlin". Con Frank Zappa nel disco "Aposthrophe", affiancando il geniale chitarrista, proprio nella title track, con il suo tipico giro di basso. Si esibisce con tutti i più grandi jazzisti del momento per poi approdare nell'hardrock. Nel frattempo si confronta anche, con la composizione al pianoforte e con l'esperienza da solista firmando vari album totalmente di suo pugno. Tra materiale non utilizzato nei lavori con i Cream e nuove idee che confluiranno in due dei migliori album della sua produzione da solista, "Song for a Tailor" e "Harmony Row", dischi che contengono gemme immortali come Theme From An Imaginary Western, You Burned the Tables On Me, Folk Song, Never Tell You Mother She’S Out of Tune, Ticket To Waterfall. Un incidente di percorso, legato ad un tumore al fegato nel 2003, mette a rischio la sua carriera. Subisce un trapianto che sembra non andare a buon fine, ma tutto sì risolve, ritrovando le forze per tornare a esibirsi dal vivo. Riproporre altri due storici, stoici e gloriosi concerti con i Cream, fino alla fine. La musica era la sua vita e si è dato a lei fino all'ultima esibizione tenuta in Italia, a Catanzaro nel 2013 all'età di settant'anni. Ci lascerà un anno dopo ma il suo basso non ci lascerà mai. 







sabato 4 luglio 2026

Il rimedio della sopravvivenza

Per la rubrica: PHARMASONGS, la ballata ispirata agli incontri, quasi quotidiani, con una giovane madre rom. ​Lungo il tragitto sulla via Casilina che mi portava da casa alla farmacia, mi capitava spesso di fermarmi a un semaforo particolarmente lungo — uno di quelli solitamente prediletti da lavavetri e giocolieri. Per un lungo periodo, a quell'incrocio si è legata la figura di una donna che chiedeva l'elemosina con una bambina in braccio. Vedere quella neonata esposta al traffico e in mezzo alle auto mi stringeva il cuore, ma cercavo di fare il possibile per aiutarle. ​Con il passare dei giorni entrammo in confidenza. Si chiamava Arghela: era giovane e bella, per quanto profondamente triste. Grazie al legame che si era creato, un giorno trovai il coraggio di farle notare quanto fosse nocivo per la piccola respirare i gas di scarico delle automobili. Glielo ripetevo ogni giorno e lei, ormai riconoscendomi, mi accoglieva sempre con un sorriso. ​Dopo qualche settimana, però, quei sorrisi si trasformarono in lacrime. In un momento di vulnerabilità, Arghela mi confessò di non avere alternative: se non avesse portato a casa i soldi, il marito l’avrebbe picchiata a morte. Inoltre, non poteva lasciare la bambina a casa poiché la allattava ancora al seno; era costretta a portarla con sé. ​Di fronte a quella rivelazione, mi sentii impotente. Continuammo a scambiarci sorrisi e piccoli aiuti per qualche altra settimana, finché, un giorno, non la rividi più. Ho sempre sperato che fosse riuscita a fuggire con la sua bambina, per andare il più lontano possibile da quel marito sfruttatore. 




Il rimedio della sopravvivenza 


Sei leggera, madre zingara, 

Sei leggera Arghela, 

come una lacrima che non scende, 

che evapora, e all’afa sa solo sfumare.

Leggera come una goccia di pioggia, 

che scorre sulle guance, 

se scende giù dal cielo.


Madre sfruttata, madre venduta. 

Madre zingara, madre rumena. 

A piedi nudi, a faccia scalza sull’asfalto, 

la tua danza ha il ritmo dell'emergenza. 


Leggera, ti muovi tra le auto in fila.

Leggere, le gambe a schivare i paraurti.

Leggere, le mani a mostrarsi ai finestrini.


Leggera, la bambina che porti in braccio.

Leggera come il cibo che non la sfama.

S’allatta di smog, si nutre di gas, 

e non basta un sorriso di compassione

a curarla dalla vita, a curarla dalla vita. 


Leggera, la mostri, leggera, la sporgi

per intenerire il cuore che pulsa al sicuro, 

dentro quelle scatole di solitudine e lamiera, 

protetto dai vetri come inossidabile armatura.


Pesante, il rifiuto, pesante, il diniego, 

di quel po’ d’elemosina che non ti fa rubare, 

che non ti fa rubare e che ti fa mangiare, 

che soddisfa il marito protettore o sfruttatore.


Pesante, l’illusione di libertà che rimbalza 

negli occhi indifferenti alla tua danza. 


Sei pesante, madre zingara. 

Sei pesante, Arghela. 

Come i colori della tua gonna 

appassiti da quelli del semaforo, 

come i rumori delle catene 

imposte al tuo nomade vagare.


Se bastasse quel po’ d’elemosina per campare,

se bastasse quel po' di pane per non rubare.

Se bastasse cercare il soldo dentro il dolore,

per soddisfare Il marito padrone o sfruttatore.


Pesante, l’illusione di libertà che rimbalza 

negli occhi indifferenti alla tua danza

sotto la pioggia o nel caldo spossante.


Sei un fastidio che bussa, un colpa che passa,

un’ombra che sporca la loro corazza.

E nel vetro ti guardi, nel buio del vetro,

col volto alterato, un vuoto che non riconosci.

Una dignità estorta che non torna più indietro.

Ma il semaforo chiama, il dovere ti sprona,

la tua disperazione è l'unica corona.

Sei la regina, la sola regina 

di questo tuo amaro andamento. 


Sei leggera, madre zingara. 

Sei leggera Arghela 

Leggera, la bambina che porti in braccio.

Leggera come il cibo che non la sfama.

Leggera come una lacrima che non scende, 

e che può solo evaporare.




domenica 21 giugno 2026

Jim Morrison e la sua visione poetica

Per la rubrica: Archeologia musicale, l'analisi del percorso espressivo di un artista che ha saputo portare la sua visione poetica nel mondo musicale, grazie anche alla collaborazione con musicisti straordinari che, in un contesto di totale sperimentazione artistica, come quello degli anni sessanta, hanno saputo proporre qualcosa di realmente rivoluzionario...



Il poeta che cantava La Fine è ancora vivo. 

Attenzione: non sto dicendo che sia ancora vivo fisicamente, anche se ci sono parecchie teorie che caldeggiano questa ipotesi, sto parlando della sua arte che, dalla data della sua scomparsa, ha iniziato a seminare la sua ricca eredità, ed è soltanto all'inizio al cospetto dell'Eternità.


This is the end, beautiful friend

This is the end, my only friend

The end of our elaborate plans

The end of everything that stands

The end

(The end, The Doors, 1966)


Il poeta è vivo. Il poeta, già! Voglio definirlo sin da subito così perché è la definizione che lo descrive meglio. Ha anche pubblicato una silloge di poesie, ma non è di questo che voglio parlare. La poesia era nei testi delle sue canzoni perché lui era un cantante, un musicista, è vero, ma la musica era soltanto un mezzo per comunicare la sua visione poetica. Ed è anche vero che è stato fortunato a incontrare musicisti eccezionali come Ray Manzareck, Robby Krieger e John Densmore, che hanno saputo tradurre in spartiti rock\blues, le contaminazioni culturali e cromosomiche di Jim, creando a loro volta uno stile musicale unico, diverso da tutti quelli che nascevano in quel periodo nel ricco panorama statunitense. Così come Jim anche loro hanno fatto della contaminazione il loro punto di forza. Moderni, classici, rock, blues, psichedelici, jazz, orientaleggianti, progressive, espressionisti, e alla guida la voce suadente e penetrante dell'istrionico poeta, che anche come cantante aveva il suo spessore espressivo.

Morrison incontra Ray Manzareck, tastierista geniale, in un corso universitario sulla cinematografia e sono subito in sintonia e dalla sintonia scatta la scintilla che porta alla nascita della band a cui danno il nome di The Doors, Le Porte, ed è questo il primo riferimento letterario, perché queste "Porte" sono le porte della percezione, influenzati dalla lettura del libro di Aldous Axley sugli effetti della mescalina, che esce proprio in quegli anni e dall'evocativo verso del poeta William Blake: Quando le porte della percezione saranno purificate tutte le cose appariranno all'uomo così come sono: infinite.

Jim interpreteva a suo modo i versi del poeta esortando con coraggio a sondare tutto quello che non si conosce, affrontando il fascino dell'ignoto, l'altra parte, l'oltre, dove forse tutto è buio o ancora più luminoso, sicuramente libero.


Break on through to the other side

Break on through to the other side

Break on through to the other side, yeah

We chased our pleasures here

Dug our treasures there

But can you still recall

The time we cried

(Break on through, The Doors, 1966)


End of the night

End of the night

Realms of bliss

Realms of light

Some are born to sweet delight

Some are born to sweet delight

Some are born to the endless night

(End of the night, The Doors, 1966)


Siamo a metà degli anni Sessanta e in quel periodo la psichedelia è in voga, come l'invito all'uso consapevole e inconsapevole delle sostanze, per dilatare la capacità percettiva, permettendo al proprio io interiore di espandersi, viaggiare, e questo è forse l'unico elemento che lo avvicina al suo periodo, lui però aveva un obiettivo in più, quello di raggiungere la trance sciamanica e curare. Credeva infatti in una forma di poesia taumaturgica, tesa alla liberazione dei sensi e delle barriere psicologiche.

Introducendo così, attraverso lo stato ipnotico della danza rituale, la cultura indigena americana nel linguaggio rock.


My wild love went ridin’

She rode all the day

She wrote to the devil

And asked him to pay

The devil was wiser

It’s time to repent

He asked her to give back

The money she spent

(My wild love, Waiting for the sun, 1968)


The whole world’s a savior

Who could ever, ever, ever

Ever, ever, ever

Ask for more?

Do you remember?

Will you stop?

Will you stop?

The pain

(Shamhan"s blues, The soft parade, 1969)


Raccontava spesso di aver assistito da bambino ad un incidente stradale in cui persero la vita diversi indiani d'America e di aver assorbito, come una spugna, le loro anime durante la dipartita, attraverso la pura sensibilità di bambino, fragile come quella di un guscio d'uovo.


Indians scattered on dawn’s highway, bleeding

Ghosts crowd the young child’s fragile eggshell mind

(Peace frog, Morrison hotel, 1970)


Nei suoi versi spesso viene citato il serpente, proprio di derivazione sciamanica, elemento visionario dovuto alla trance e allo stato allucinatorio. Ma il serpente oltre il simbolo della mutazione, per via del suo cambiare pelle, ricopre anche tantissimi altri significati, in tantissime altre culture in tutto il mondo. È il simbolo dell'energia vitale, ma anche del male, è il simbolo della spirale evolutiva, o del cerchio dell'infinito e in alcune interpretazioni dei Vangeli anche Gesù Cristo venne accostato alla figura del serpente. 


The ancient lake, baby

The snake is long

Seven miles

Ride the snake

(The end, The Doors, 1966)


Some outlaws live by the side of a lake

The minister’s daughter’s in love with the snake

Who lives in a well by the side of the road

Wake up, girl, we’re almost home

Yeah, c’mon!

(No to touch the earth, Waiting for the sun, 1968)


Crawlin’ king snake

And I rule my den

You better give me what I want

Gonna crawl no more

(Crawlin' king snake, L.A. Woman, 1971)


Jim amava l'essenza rettilea tant'è che ad un certo punto della sua carriera non disdegnava di presentarsi come King Lizard, il Re Lucertola.

A cui è possibile ogni cosa, ogni cosa, ogni trasformazione. La stessa aria che si respira, o il sentimento di amicizia verso una persona, e la voglia di peccare, tutto.


I am the Lizard King

I can do anything

(No to touch the earth, Waiting for the sun, 1968)


Come in una sorta di rituale esorcistico incarnava il male per liberare dal male. 

La sua concezione di incarnazione del male è volontariamente assimilabile al concetto dì capro espiatorio.

Concetto che lo avvicina ad un'altra figura letteraria e mitologica, quella di Dioniso, derivante direttamente dalla lettura del saggio sulla tragedia greca di Nietzsche.

Nella tragedia greca c'è qualcosa di più che la semplice ricerca del senso tragico e doloroso dell'umano sentire: c'è la possibilità di trascendere dopo aver attraversato il dolore per accedere a stadi percettivi più elevati. Non dimentichiamo che la tragedia greca era cantata in ditirambi dai seguaci del caprone, tragos (da cui il termine "tragedia"), cioè Dioniso, e attraverso il timore panico, l'ebbrezza, l'estasi si comunicava con il dio dell'energia, della natura, della vita e della morte.


The human race was dying out,

No-one left to scream and shout.

People walking on the moon,

Smog will get you pretty soon

(Ship of fools, Morrison hotel, 1970)


È quello che faceva Jim, in ogni sua performance, cercava l'ebbrezza, l'estasi, la trance.


Follow me across the sea

Where milky babies seem to be

Molded, flowing revelry

With the one that set them free

Tell all the people that you see

It’s just me

Follow me down

Tell all the people that you see

Follow me

Follow me down

Tell all the people that you see

We’ll be free

Follow me down

(Tell all the people, The soft parade, 1969)


È dal riferimento all'opera di Sofocle, Edipo re, arricchito da sfumature psicologiche derivanti dalle teorie freudiane, che nasce una delle canzoni più scandalose della storia della musica, The End.


The killer awoke before dawn

He put his boots on

He took a face from the ancient gallery

And he walked on down the hall

He went into the room where his sister lived

And then he paid a visit to his brother

And then he walked on down the hall

And he came to a door

And he looked inside

Father?

Yes, son?

I want to kill you

Mother, I want to…

(The end, The Doors, 1966)


La teatralità del suo modo di stare sul palco era dovuta al suo amore per la tragedia classica, ma è indubbio che grande influenza su di lui debbano averla avuta le correnti artistiche dei primi del Novecento.

Ha assorbito alla perfezione la lezione del Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud e nell'atteggiamento provocatorio c'è sicuramente l'adesione alle teorie sovversive degli artisti DADA, come Hugo Ball o Tristan Tzara che cercavano sempre una reazione da parte del pubblico, anche soltanto per manifestare il dissenso.

Jim esortava spesso il pubblico a svegliarsi, voleva una partecipazione attiva non un semplice trasporto emotivo subito passivamente.


And it’s all over

For the unknown soldier

It’s all over

For the unknown soldier

Hup, hup, hup ho he hup

Hup, hup, hup ho he hup

Hup, hup, hup ho he hup

Company… halt!

Present arms!

(The unknown soldier, Waiting for the sun, 1968)


Aveva totalmente abbracciato lo stile di vita bohémien dei poeti maledetti francesi, teso a raggiungere la veggenza attraverso la lunga, ragionata sregolatezza di tutti i sensi. E i suoi versi infatti sono pieni di citazioni del suo poeta preferito, Arthur Rimbaud. Un album intero, The soft parade, è dedicato alla poesia del suo maestro spirituale.


You know that it would be untrue

You know that I would be a liar

If I was to say to you

Girl, we couldn’t get much higher

Come on, baby, light my fire

Come on, baby, light my fire

Try to set the night on fire

(Llight my fire, The Doors, 1966)


Come il poeta francese pensava che il linguaggio fosse una delle principali attività umane, tanto da cercare una continua alchimia del verbo, dove poter fondere gli opposti,per trovare l'essenza pura della comunicazione.


Well, your fingers weave quick minarets

Speak in secret alphabets

I light another cigarette

Learn to forget

(Soul kitchen, The Doors, 1966)


People are strange when you’re a stranger

Faces look ugly when you’re alone

Women seem wicked when you’re unwanted

Streets are uneven when you’re down

(People are strange, Strange days, 1967)


Like polished stone.

Like polished stone

I see your eyes

Like burnin’ glass

Like burnin’ glass

Hear you smile, smile, babe

The mask that you wore

My fingers would explore

Costume of control

Excitement soon unfolds, hey

(Easy ride, The soft parade, 1969)


Tutta questa attenzione verso gli autori del passato può far pensare che i suoi versi potessero risuonare come anacronistici, invece riusciva ad unire il lirismo alla durezza. In tutti i suoi testi riusciva a essere diretto, a entrare senza ostacoli nel cervello e nei sensi degli ascoltatori, inneggiando alla libertà sessuale. 


Yeah, I’m a back door man

I’m a back door man

The men don’t know

But the little girls understand

(Back door man, The Doors, 1966).


You know the rain man’s comin’ ta town

Change the weather, change your luck

And then he’ll teach ya how ta… find yourself

L’America

(L'America, L.A. Woman, 1971)


In certi momenti il ritmo si fa crudo, singultante, beat, e ciò lo avvicina ai poeti della sua generazione, come Kerouak, Ginsberg, Borroughs, con sguardo rivolto anche al sociale. Non dimentichiamo che in quegli anni gli Stati Uniti sono impegnati su più fronti di guerra.


Dead president’s corpse in the driver’s car

The engine runs on glue and tar

Come on along, not goin’ very far

To the East to meet the Czar

(No to touch the earth, Waiting for the sun, 1968)


Blood screams her brain as they chop off her fingers

Blood will be born in the birth of a nation

Blood is the rose of mysterious union

(Peace frog, Morrison hotel, 1970)


Nel suo lungo peregrinare, durante l'infanzia e l'adolescenza, ha vissuto qualche anno a San Francisco, dove frequentava la city light books, la libreria di Ferlinghetti, passando ore e ore a leggere e a formare la sua visione.


Personalità e cultura. Ecco da che cosa era fatta la sua visione.


E tutto questo insieme di elementi li metteva in ogni registrazione, in ogni esibizione, in ogni performance, e li porgeva con la sua voce. Perché anche questa era la sua visione, nel cuore e sulla pelle, incarnava quello che era nei suoi versi. Viveva quello che scriveva, facendolo vivere al suo pubblico, facendolo vivere ancora anche a noi, cantando La Fine.

It hurts to set you free

But you’ll never follow me


The end of laughter and soft lies

The end of nights we tried to die


This is the end