Per la rubrica PHARMASONG, la canzone che nasce dal ricordo degli incontri quasi quotidiani con una coppia singolare che frequentava la farmacia in cui lavoro. Lui era un uomo segnato da un evidente sovrappeso e da una patologia alla schiena talmente grave da impedirgli i normali movimenti; per questo motivo, usava una bicicletta come unico mezzo per spostarsi. Lei lo seguiva sempre a piedi, restando un passo indietro mentre lui pedalava. Era una donna che portava i segni di un passato di bellezza, ormai sfigurata dagli esiti di un incidente e afflitta da crisi epilettiche che ne minavano la coordinazione motoria. Ciò che più mi colpiva, provocandomi un profondo senso di disdegno, era il modo in cui lui la trattava: la rimproverava e la maltrattava spesso, anche davanti agli altri. Tuttavia, quando lei venne a mancare a causa di una crisi epilettica più violenta delle altre, quell'uomo cambiò. Nelle sue frequenti visite in farmacia, mi confessava con disperazione quanto lei gli mancasse. Pochi mesi dopo, anche lui lasciò questo mondo. Questo epilogo mi ha spinto a riflettere: forse, dietro quel legame fatto di asprezze e sofferenza, si celava una forma d’amore.
Il rimedio dell'ombra
Dimmi dove ti nascondi, Amore, dimmi.
Forse dietro la maschera deforme di lei,
bellezza che ha perso ogni scommessa con la vita,
che con passi tremanti insegue il suo uomo,
scossa elettrica che riannoda il destino spezzato.
O sotto le gomme della bici, sgonfie per il peso di lui,
carcassa che ha perso ogni speranza di risalita,
con il suo sfigurante insulto si assicura
che lei, pur caracollante, rimanga in scia.
Forse ti nascondi in mezzo al grasso della catena,
ogni giro è un lamento che rinnova la recita,
sull'asfalto e sul cemento, sotto le luci del quartiere,
di due rovine che si muovono libere nel mondo,
e non sanno come chiamare la loro prigionia.
Dimmi dove ti nascondi, Amore, dimmi.
Mi nascondo, sì, mi nascondo negli angoli bui,
tra i respiri assonnati e le dita insonni di lui.
Lei gli accarezza la schiena senza tremare.
Lui le dice una frase che sembra un insulto
che ha il sapore di un letto rifatto, un segreto,
nel petto sepolto, che sigla il loro baratto.
Mi celo nel giorno che imbruna, in un raggio di luna,
quando lui le pulisce con la mano inopportuna
quella piaga che si perde tra le linee del palmo.
Si scambiano colpe in un rito privato
nel gemito di un solo dolore che cammina alle porte
della morte, in un unico, eterno peccato.
Mi nascondo, sì, tra croste di sogni e di pane,
che sgualcisce la pelle e neri lacci ai polsi pone,
da sciogliere per farle spazio sul suo cuscino.
Lui le bacia la cicatrice sul volto strappato
con la stessa cura che avrebbe un boia
che sente il bisogno di chiedere scusa.
Mi velo nell'ombra di un cielo senza più stelle,
perché solo chi è infranto conosce l'incastro
di chi è scheggiato sopra e sotto la pelle.
Lei poggia la testa su quel ventre gemente
Lì, lei non trema, lì, lui non sa più gridare,
si scambiano il fiato, un muto soffio guarente.

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