domenica 29 marzo 2026

Linfa indispensabile

Per la rubrica: Viva la Musica dal Vivo, la chiacchierata con il musicista Fabrizio Festa, sulle differenze tra come si suonava prima e quello che succede oggi, sulla gavetta, sulla tanta polvere masticata, sulle emozioni vere…



Fabrizio Festa è uno scrittore di canzoni, cantante, musicista, scrittore letterario. Nella sua lunga carriera artistica ha collaborato con vari professionisti del settore musicale. Gaetano Ria (Ingegnere del suono Lucio Battisti Pino Daniele), Nicola Venieri (Ingegnere del suono Vasco Rossi), Federico Zampaglione (Tiromancino), Massimo Luca (Chitarrista/Produttore Lucio Batisti, Gianluca Grignani, Biagio Antonacci), Ezio Luzzi (Radio Rai) e tanti altri. Negli ultimi anni con le nuove canzoni pubblicate, vedono la collaborazione di Lorenzo Moka Tommasini (Ingegnere del Suono, Musicista) e in ultimo Giacomo Castellano (Chitarrista, Gianna Nannini, Raf, Piero Pelù, PFM). Dal 2017 fa parte della Nazionale di calcio Attori e Cantanti. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "L'Altare". Nel 2019 ha pubblicato il singolo "Sono andato a far pipì", nel 2021 "E' così che fa l'amore",  nel Febbraio 2024 "Questa terra sono io", brano rock, dedicato all'Italia, nel Maggio 2024, "La Vita Di Notte", presto le nuove canzoni in uscita. Nel marzo 2025, è uscito il suo nuovo romanzo "L'Orchestra Del Mare". Nel Gennaio 2026 alcune sue poesie sono state pubblicate nel libro racconta "L'Eco delle Parole", edito da Casa Editrice Pagine.

Come si fa a formare un'esperienza del genere? Quando hai iniziato a suonare? 

Ho iniziato effettivamente a suonare nei locali, dagli anni 90, quando le ondate GRUNGE e BRIT POP, erano arrivate anche nel nostro paese. Mi è capitato di farlo ovunque, dai pub, ai teatri, nei club, anche nei piccoli bar, e perfino “on the road". È stato formativamente necessario, ed è quello che auguro a chi oggi vorrebbe intraprendere questo cammino. Consapevole delle criticità odierne, dove la tecnologia, la virtualità, hanno relegato la musica negli angoli casalinghi di ognuno. Si “suona" più per dimostrare nell'immediato le proprie capacità sui social, che scambiare fisicamente e reciprocamente le emozioni tra chi si esprime e chi ascolta. È un altro mondo.

Penso che sia un richiamo irresistibile per chi ama la musica l'impatto che ha il contatto con un pubblico vero…

Vista la mia esperienza, suonare dal vivo è linfa indispensabile, anche per caricarsi di "pathos emotivo" per scrivere le canzoni. Seppur abbia iniziato da subito a scrivere canzoni, perché quello è stato il motivo principale, per aver intrapreso la strada musicale, ho cantato e suonato di tutto. Con le prime band suonavamo, Led Zeppelin, Deep Purple, Eric Clapton, Dire Straits. Poi nel tempo ho creato gruppi, anche in formazioni ridotte, dove non è mancata la musica italiana. Da Lucio Dalla, Ivano Fossati, Paolo Conte, tenendo in mente che da chiunque arrivasse buona musica, il nome diventava secondario. Parallelamente però, ho portato spesso sul palco, i mie progetti originali, con le cose che scrivevo io.

Che tipo di alchimia si crea con chi è presente mentre suoni?

La magia della musica dal vivo, è talmente inebriante, che mi è capitato sempre di creare connessione con chiunque fosse davanti, con ciò che cantavo. La reazione è sempre stata di magia. Si viene a creare quell'empatia, che solo la musica e l'innamoramento amoroso, riescono a produrre. E se si pensa bene, la musica è un atto d' amore. Potrebbe sembrare paradossale, ma nelle dimensione "on the road", le emozioni che mi sono arrivate dalla gente, sono state molto viscerali e “potenti". Forse perché, dalla strada ancora oggi ci si stupisce, che si possa trovare qualcuno che faccia musica, quanto meno con professionalità. Ma a dirla tutta, gli episodi, lo scambio emozionale, mi è capitato ovunque. 

Ce n'è qualcuno che ti è rimasto dentro? 

Ricordo due episodi, uno al Teatro Arciliuto, dove dopo l'esibizione, una ragazza mi si è avvicinata in lacrime e senza dire nulla mi ha abbracciato, come se fossimo dei vecchi amici (magia della musica). O quella volta in un Pub a Trastevere, finito di suonare, si presenta davanti a me il figlio di Bruno Lauzi, Maurizio, che abitava sopra al Pub, era sceso per complimentarsi, perché credeva che chi cantasse, non fossi io, ma che la voce uscisse dalla radio in filodiffusione nel locale. È stato un bel complimento, poi pensandolo odiernamente, acquista ulteriore valore, dove si usa sempre più, il mezzo dell'autotune per intonarsi nel cantare.

Cosa ti lasciano queste esperienze? 

Ogni esperienza live ce l'ho dentro, anche quelle meno significative; mi hanno insegnato molto. Comprendendo che se hai una reale passione per ciò che hai deciso di fare, suoni ovunque, e perché la musica è una necessità vitale, e a dirla tutta, non sei tu che scegli la musica, ma è lei che sceglie te.





domenica 22 marzo 2026

Joe Pass: Chitarra e libertà

Per la rubrica: Archeologia musicale, la storia di un musicista, che è anche una storia di rinascita, una rinascita in musica, che, a partire degli anni sessanta, permette a un grande chitarrista di far esplodere la sua carriera. 



Chissà a cosa pensava Joseph Passalacqua in tutte quelle ore, di tutti quei giorni passati in carcere, durante gli anni cinquanta… Forse, facendo rimbalzare il suo sguardo tra il tetto e la brandina, pensava a come arpeggiare tra le proprie vene per avere il massimo sballo dalla sua dose di sostanze. Si trovava in cella proprio per questo, per la sua dipendenza, il possesso e il conseguente spaccio. O forse pensava a come arpeggiare tra le corde della sua chitarra per raggiungere il massimo risultato tra melodia e improvvisazione. Ci si potrebbe chiedere cosa c’entri la chitarra in tutto questo. La chitarra, però, c’entra eccome, perché Joseph Passalacqua quando saliva sul palco e indossava i panni di Joe Pass, probabilmente era il più grande chitarrista jazz che in quel momento la scena musicale potesse conoscere. O forse… forse… non pensava proprio a niente, perché quando si è dipendenti dall’eroina si pensa soltanto a lei e basta. Si pensa soltanto a farsi un’altra dose e poi un’altra ancora e nient’altro. Tutto si annulla, ogni valore, ogni talento. Non rimane che guardare oltre le sbarre alla finestra e valutare dove il raggio visivo può arrivare, portandosi dietro i ricordi. La prima chitarra regalata dal padre siciliano, un operaio che non ha mai avuto a che fare con la musica, ma riconosce il talento del figlio e lo incita costantemente a migliorare la propria tecnica e a costruire un proprio repertorio. I primi concerti con le band adolescenziali, la scoperta e poi l’acquisita consapevolezza di avere già una spiccata qualità espressiva, che lo porta a girare gli States come una star. L’arrivo a New York, l’ingresso nel mondo nebuloso e sfavillante dei grandi jazzisti; dove si è ormai consolidato il filone Be Bop e le sostanze sono una possibilità di ampliare le visioni artistiche. L’incontro fatale con l’eroina. Forse, dove si ferma il raggio visivo, si può andare oltre, grazie al pensiero libero e la volontà interiore, e la sua volontà è quella di non distruggere Joe Pass. Finalmente comprende fin nelle fibre più profonde del suo essere che la chitarra è la sua libertà. Joe vuole ancora essere il migliore. Così durante il suo tempo nel centro di riabilitazione di Synanon mette su una band con tossicodipendenti talentuosi come lui (tra cui Dave Allan, Greg Dykes e Arnold Ross) e riprende il suo strumento. Prova nuova emozione a ricollegarsi al discorso interrotto. Ritrova la familiarità con i giri di accordi, mai abbandonati a se stessi, sempre accompagnati da seminote riempitive, grazie ad una velocità di arpeggio sempre maggiore nell’eseguire le scale modali ed ad inventarle. Le sue dita non sembrano neanche toccare le corde e i tasti; volano dotate di movimento proprio, danzanti, piroettanti, in totale libertà. Melodia e improvvisazione si alternano con una facilità da non fare avvertire il momento del cambio. Sono fuse tra di loro, un tutt’uno. Il risultato del loro lavoro è ripreso nell’album “Sounds Of Synanon” del 1962, che contiene brani dei vari membri della band e alcuni scritti proprio da Joe come C.E.D., mettendo in mostra anche la sua abilità compositiva. Il rientro in scena è galvanizzante. La musica, l’elemento per cui lui è nato, è lì, nella sua totalità, e adesso non serve nient’altro. Viene immediatamente scritturato dai dirigenti televisivi del periodo per suonare nelle orchestre delle varie trasmissioni e accompagnare tutte le stelle della musica. Suona, infatti, per Sarah Vaughan, o Frank Sinatra. Alternando pregevoli lavori in studio come “Catch Me!” (1963) e l’immancabile tributo al suo massimo ispiratore Django Reinhardt, raccolto nel disco “For Django” del 1964. Non si può non ricordare “Simplicity” del 1967, perché forse è l’album che più di tutti fa da ponte con l’incisione che lo consegna alla storia del Jazz e della chitarra in genere: “Virtuoso”. Pubblicato nel 1973, con la sua Blues For Alicans e interpretazioni fenomenali di brani di altri autori, è riconosciuto come uno dei passaggi fondamentali della musica mondiale. La tecnica di Joe raggiunge livelli ineguagliabili tra poesia, creata attraverso i colori delle note, e genio esecutivo. “Virtuoso” è soltanto il primo di una serie di capitoli che termina nel 1983 con “Virtuoso n. 4”. La sua esplosione incontenibile lo porta, negli anni settanta, a innumerevoli collaborazioni eccellenti tra cui quella con Herb Ellis, con cui inaugura l’etichetta Concord Jazz e che lo vede impegnato anche a livello didattico; e quella con la divina Ella Fitzgerald con cui interagisce in una sintonia quasi sentimentale per tutta la parte finale della sua carriera. Pubblicando quattro album, da “Take Love Easy” sempre del 1973 all’ultimo “Easy Living” del 1986. Scintillante e acclamata la partecipazione nel trio di Oscar Peterson del 1974. Le sue collaborazioni valgono riconoscimenti ambiti e onorificenze che allungano la sua carriera fino agli anni novanta. Il periodo in cui oltre a rileggere musicalmente il passato lo vede impegnato nella lotta ad un terribile cancro al fegato che lo porta via nel 1994 a sessantacinque anni, non prima di aver concluso un’ultima registrazione con il chitarrista Roy Clark in un disco tributo per Hank Williams. Probabilmente per Joe Pass, per la sua enorme produzione, fondamentale sia a livello quantitativo che qualitativo, valgono le parole con cui Ella Fitzgerald lo presentava al pubblico durante i concerti tenuti insieme: Joe Pass The Greatest… semplicemente… il più grande.







sabato 7 marzo 2026

Il rimedio del ballerino

Per la rubrica PHARMASONG, la canzone ispirata dagli incontri con Cesare, un uomo malconcio, con una certa età sulla spalle, che facevo casualmente sul 105, l'autobus che percorreva tutta la Casilina, e che mi portava al lavoro. Ci incontravamo spesso, la mattina presto, senza mai programmare; evidentemente avevamo gli stessi orari. A Cesare piaceva raccontare del suo passato di ballerino e a me piaceva ascoltare. Mi sembrava di ballare con lui. Mi dispiacque non vederlo più quando il 105 cambiò tragitto e io fui costretto a cambiare mezzo. 



Il rimedio del ballerino 


La barba bianca rasata a chiazze 

tradisce una zoppicante saggezza 

che si muove con l'eleganza di una mazurca. 

Le gambe incerte e tremanti non la reggono più,

ma quel bastone primordiale ti fa scivolare

leggero, tra strisce pedonali e marciapiedi.

Il dito indice della mano sinistra

è rimasto attaccato ai polpastrelli 

della tua più fida compagna, la follia.

Eppure le tue parole sono quelle di un saggio.

La saggezza ottenuta ballando.

La follia ottenuta ballando.


Erano tante le sale da ballo, Cesare, 

erano tante, come le fermate del 105.

Erano tante le sale da ballo, 

erano tante, come le fermate del 105.


La vita è un ballo che hai dentro

e che non puoi imparare.

O sai ballare o niente.

Ma non esistono più le sale da ballo.

Resta solo un segreto sotto la pelle.

Una verità che vale niente e vale tutto, 

Trovare il centro girando, 

stare fermi, volteggiando,

l'unico equilibrio è l'ebbrezza, 

perché sai che chi cammina arriva, 

ma solo chi danza conosce ogni riva.


Ogni tuo ricordo è legato a un quartiere.

I premi che hai vinto hanno i nomi delle vie

dove hai contratto nervi e muscoli allo spasimo, 

per conoscere la rilassatezza del volo, sulla pista.

Ogni gesto eseguito con coordinazione 

riflette la sincronia di un incrocio. 

Eppure, quando il semaforo si fa rosso, 

e il traffico più intenso e rumoroso 

tu vedi una dama di corto circuiti che freme

silenziosamente aspettando il tuo cenno. 

Ti viene spontaneo inchinarti per invitarla 

 nell'unico modo che sai per non cadere nel vuoto.


Erano tante le sale da ballo, Cesare, 

erano tante, come le fermate del 105.

Erano tante le sale da ballo, 

erano tante, come le fermate del 105.


La vita è un ballo che hai dentro

e che non puoi imparare.

O sai ballare o niente.

Ma non esistono più le sale da ballo.

Resta solo questa tua danza di ossa e d'incanto, 

sul pavimento curvilineo del mondo, 

che ha scambiato la fretta per movimento 

anche se questo bitume non ha il graffio del Tango.

Perché il ballo è l'unica sequenza proibita

per rispondere al rumore stridente della Vita.