Per la rubrica: PHARMASONGS, la ballata ispirata agli incontri, quasi quotidiani, con una giovane madre rom. Lungo il tragitto sulla via Casilina che mi portava da casa alla farmacia, mi capitava spesso di fermarmi a un semaforo particolarmente lungo — uno di quelli solitamente prediletti da lavavetri e giocolieri. Per un lungo periodo, a quell'incrocio si è legata la figura di una donna che chiedeva l'elemosina con una bambina in braccio. Vedere quella neonata esposta al traffico e in mezzo alle auto mi stringeva il cuore, ma cercavo di fare il possibile per aiutarle. Con il passare dei giorni entrammo in confidenza. Si chiamava Arghela: era giovane e bella, per quanto profondamente triste. Grazie al legame che si era creato, un giorno trovai il coraggio di farle notare quanto fosse nocivo per la piccola respirare i gas di scarico delle automobili. Glielo ripetevo ogni giorno e lei, ormai riconoscendomi, mi accoglieva sempre con un sorriso. Dopo qualche settimana, però, quei sorrisi si trasformarono in lacrime. In un momento di vulnerabilità, Arghela mi confessò di non avere alternative: se non avesse portato a casa i soldi, il marito l’avrebbe picchiata a morte. Inoltre, non poteva lasciare la bambina a casa poiché la allattava ancora al seno; era costretta a portarla con sé. Di fronte a quella rivelazione, mi sentii impotente. Continuammo a scambiarci sorrisi e piccoli aiuti per qualche altra settimana, finché, un giorno, non la rividi più. Ho sempre sperato che fosse riuscita a fuggire con la sua bambina, per andare il più lontano possibile da quel marito sfruttatore.
Il rimedio della sopravvivenza
Sei leggera, madre zingara,
Sei leggera Arghela,
come una lacrima che non scende,
che evapora, e all’afa sa solo sfumare.
Leggera come una goccia di pioggia,
che scorre sulle guance,
se scende giù dal cielo.
Madre sfruttata, madre venduta.
Madre zingara, madre rumena.
A piedi nudi, a faccia scalza sull’asfalto,
la tua danza ha il ritmo dell'emergenza.
Leggera, ti muovi tra le auto in fila.
Leggere, le gambe a schivare i paraurti.
Leggere, le mani a mostrarsi ai finestrini.
Leggera, la bambina che porti in braccio.
Leggera come il cibo che non la sfama.
S’allatta di smog, si nutre di gas,
e non basta un sorriso di compassione
a curarla dalla vita, a curarla dalla vita.
Leggera, la mostri, leggera, la sporgi
per intenerire il cuore che pulsa al sicuro,
dentro quelle scatole di solitudine e lamiera,
protetto dai vetri come inossidabile armatura.
Pesante, il rifiuto, pesante, il diniego,
di quel po’ d’elemosina che non ti fa rubare,
che non ti fa rubare e che ti fa mangiare,
che soddisfa il marito protettore o sfruttatore.
Pesante, l’illusione di libertà che rimbalza
negli occhi indifferenti alla tua danza.
Sei pesante, madre zingara.
Sei pesante, Arghela.
Come i colori della tua gonna
appassiti da quelli del semaforo,
come i rumori delle catene
imposte al tuo nomade vagare.
Se bastasse quel po’ d’elemosina per campare,
se bastasse quel po' di pane per non rubare.
Se bastasse cercare il soldo dentro il dolore,
per soddisfare Il marito padrone o sfruttatore.
Pesante, l’illusione di libertà che rimbalza
negli occhi indifferenti alla tua danza
sotto la pioggia o nel caldo spossante.
Sei un fastidio che bussa, un colpa che passa,
un’ombra che sporca la loro corazza.
E nel vetro ti guardi, nel buio del vetro,
col volto alterato, un vuoto che non riconosci.
Una dignità estorta che non torna più indietro.
Ma il semaforo chiama, il dovere ti sprona,
la tua disperazione è l'unica corona.
Sei la regina, la sola regina
di questo tuo amaro andamento.
Sei leggera, madre zingara.
Sei leggera Arghela
Leggera, la bambina che porti in braccio.
Leggera come il cibo che non la sfama.
Leggera come una lacrima che non scende,
e che può solo evaporare.
