domenica 7 giugno 2026

Come la telecamera di un regista

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autrice Lucrezia Lombardo, sulla capacità della Poesia di cogliere certi aspetti rispetto ad altri, per custodire la memoria, di farsi ponte di comunicazione, sulla sua natura che può integrare pensiero e linguaggio per creare la realtà e valori non mercificabili, e tanto altro…



Lucrezia Lombardo è nata ad Arezzo nel 1987, dove tutt’ora vive. Collabora con varie riviste e blog letterari, dirige la collana di saggistica “Impronte” per l’editore Divergenze e la collana di poesia e narrativa “Atenum” per Helicon edizioni, lavora inoltre come curatrice d’arte e come docente di Filosofia. Oltre che saggi e romanzi, l’autrice ha pubblicato le raccolte poetiche La Visita (L’Erudita- Giulio Perrone, 2017), La Nevicata (Il Seme Bianco- Castelvecchi, 2017), Solitudine di esistenze (L’Erudita- Giulio Perrone, 2018), Paradosso della ricompensa (Eretica, 2018), Apologia della sorte (Transeuropa, 2019), In un metro quadro (Nulla Die, 2020, Premio della critica al Sandomenichino), Amor Mundi (Eretica, 2021, con prefazione del poeta e regista Mauro Macario), Cercando il mezzogiorno (Helicon, 2021, Premio Casentino), L’errore della luce (Ensamble, 2022), Il gelsomino indiano (in lingua romena con testo italiano a fronte, Cosmopoli, Romania 2023), La venditrice di menta (Progetto Cultura, 2023), L’approdo dei sogni (Controluna, 2023), Herbae surdae (Giuliano Ladolfi, 2025, a cura di Carlo Ragliani), Gli amici eletti (Capire editore, 2025, a cura di Davide Rondoni), L’odore delle sere (Cosmopoli-Eikon, Bucarest, 2025, edizione bilingue con traduzione di Eliza Macadan e a cura di Silvia Comoglio), Elegia Ambrosiana (Divergenze, 2021, testo curato dall’autrice in collaborazione con Raul Montanari), Il padre degli usignoli (Macabor editore, 2025, Premio Pistocchi) e Il giardino di sabbia (Il Convivio editore 2025, Premio Carrera). Ha altresì ricevuto importanti riconoscimenti letterari -tra cui il Premio San Domenichino per la poesia; il Premio Ossi di Seppia per la poesia inedita; il Premio Lunezia, sezione autori di testo; il Premio Carver per la saggistica; il Premio Casentino per la poesia; il Premio La Ginestra di Firenze ed altri riconoscimenti- e ha partecipato a vari Festival letterari, tra cui Ariel Lerici Pea, Contro Vento- Festival dell’aria e così via. Traduzioni dell’opera poetica di Lucrezia Lombardo sono state pubblicate, tra le altre, in lingua romena (monografie e antologie), in lingua spagnola, in lingua cinese, sulla rivista internazionale POEZIA (edita in Romania) e sulla rivista francese Poésie Première (n.93). Nel 2023 è stata infine dedicata, all’opera di Lombardo, una tesi di laurea magistrale per il Dipartimento di Filologia moderna dell’Università degli Studi di Firenze.

Quando ti sei accorta che per te la Poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Prima ancora di accorgermi che la poesia fosse per me una forma di comunicazione, essa è stata un dialogo interiore, un atto di cura, un rifugio. A lungo, infatti, ho scritto e messo da parte, con un senso di pudore, che mi ha richiesto tempo prima di trasformarsi in qualcosa da condividere con gli altri. La poesia è stata per me, in principio, una forma espressiva intima, personale, e lo è tutt’oggi: quando scrivo, non m’importa nulla di cosa penseranno gli altri, né se i miei versi incontreranno o meno l’altrui gusto, il favore dei critici e degli editori, il riscontro del pubblico… Non mi curo del mercato, di ciò che il nostro tempo chiede… Quello che mi preme è unicamente l’autenticità con me stessa, ovvero riuscire a dire le cose il più possibile per come esse sono e per come si danno a me. Questo mi ha spinto, sin da adolescente, a vivere la poesia come un modo per fissare le cose, per comprenderle meglio e per auto-comprendermi, scavando nei significati che il linguaggio assume e, talvolta, impiegandoli al di fuori e oltre l’uso comune, un uso che spesso è cristallizzato da relazioni di potere e gerarchie. Col tempo, poi, da racconto privato, la poesia è diventata propriamente una forma di comunicazione con gli altri, un ponte, un modo per proporre riflessioni collettive, che innescassero un dibattito vivo con chi aveva punti di vista differenti dal mio. Ad ogni modo, i versi restano per me una via, un mezzo per raccontare il mio modo di vedere le cose, come la telecamera di un regista che fissa certi dettagli piuttosto che altri… E nel film che si realizza, la memoria è custodita; ciò che si sente, e che non si comprende, trova una qualche espressione, che aiuta a fare chiarezza, a continuare a sognare, nonostante la durezza del reale.

Che rapporto hai con la Poesia? 

Come ho cercato di dire, il mio rapporto con la poesia è viscerale e antico: è viscerale in quanto la considero parte della mia vita, come una compagna immaginaria che mi sta accanto; quando la ignoro troppo a lungo, difatti, è lei che viene a cercarmi… La poesia è altresì una scelta di vita antica per me, ovvero un modo di essere che si sforza, di volta in volta, di privilegiare la bellezza rispetto alla prevaricazione, la meraviglia rispetto al pessimismo sconfortato… La poesia diventa cioè una scelta di vita orientata alla speranza e una forma di resistenza alla paura e all’angoscia dilaganti, che il potere contemporaneo cerca d’inculcare nell’individuo. Il poeta deve allora essere un pò come un bambino: non preoccuparsi troppo del domani, ma vivere accorgendosi della luce che sorge e rischiara le cose. Egli sa entusiasmarsi anche del poco, come una foglia che cade e cangia colore, tanto che questa miseria diviene l’elemento in grado di spalancare nuove visioni e di ricongiungere il poeta stesso con la parte più vera che è in lui: il bene. Che poi, il bene, altro non é che accorgersi della vita che va avanti e fiorisce, nonostante la morte, la brutalità, la violenza. In tal senso il poeta giace in ciascuno di noi, quando riusciamo a ritrovare un contatto autentico con la nostra interiorità e, di conseguenza, con il mondo. Così come vi può essere poesia persino in un piccolo e buio appartamento, allorché quel luogo chiuso diventa un posto d’amore, capace di accogliere e in cui si respira la cura per chi vi fa visita, per ciò che si è, e per ciò che si ha. In questo racconto apparentemente idilliaco, ovviamente, vi è anche la crisi: ho vissuto lunghi periodi di astinenza poetica, di blocco, in cui rileggevo i miei testi e mi parevano tutti uguali, scritti formalmente, da buttare. Eppure è anche grazie a circostanze come queste, che si è innescata in me un’evoluzione, che si è quindi trasmessa ai versi: era mutato il mio modo di vedere le cose e di dare loro significato; ero cambiata io. In altri periodi mi è invece capitato di essere iper-produttiva e, anche in questi casi, non mi sono arrestata, né ho arretrato; non mi sono chiesta cosa penseranno gli altri, gli editori, i colleghi… Semplicemente ho vissuto il flusso di idee che mi attraversava e mi sono immersa in esso e nella vita, con incoscienza e, talvolta, con impulsività, ma sempre con gioia e gratitudine, anche per gli alti e i bassi. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

La parola, il linguaggio, il logòs (ciò che raccoglie e tiene insieme), il verbo -di cui parla anche Giovanni nel suo Vangelo, intendendo la potenza dell’intenzionalità creatrice- sono oggi abusati come mai prima. Mi riferisco all’impiego del linguaggio non come ponte tra persone, ma come mezzo di violenza, divisione, segregazione, dominio, come strumento ideologico che crea narrazioni finalizzate a esaltare la menzogna e a motivare nelle masse uno spirito di risentimento che legittima stragi, come di fatto stiamo vedendo… Anche la parola -così come la cultura, l’economia, la politica- è quindi divenuta mezzo di prevaricazione, non più strumento di pensiero e di emancipazione, ma oggetto per costruire gerarchie e schiacciare gli ultimi. Don Milani insegnava ai suoi allievi che, per non finire sfruttati, era necessario che conoscessero il linguaggio, che lo padroneggiassero in pieno, così da non essere manipolati. Oggi, tuttavia, avviene proprio il contrario rispetto a quanto auspicava Don Milani: la manipolazione costante che subiamo -con le tivù, il web e così via- si serve proprio, anzitutto, di parole che costruiscono finte promesse, finte versione della storia, finta poesia. Per finta poesia intendo quella letteratura che è fatta non in verità, ma per assecondare e soddisfare il mercato, per produrre profitto e per ottenere successo. Quando la parola -e la più nobile delle arti in parola, la poesia, appunto- si prostituisce e sceglie la via più semplice, in nome della gratificazione e del riconoscimento, rinunciando alla verità, essa commette il medesimo abuso, verbale e pratico, che commettono le ideologie, che sull’uso deviato della parola -e dunque del pensiero- si edificano. Oggi, però, la poesia, può rivestire davvero un ruolo rivoluzionario se riesce a ricongiungere l’uomo con se stesso, a riattivare la parte autentica che è in costui, e ad abbattere il nichilismo che pretende di ridurre tutto a merce. Penso che, nel nostro tempo, la vera poesia sia quella che non si fa comprare e che ha il coraggio di osare, di contestare le narrazioni dominanti (il mercato stesso e le sue mode) e di parlare di speranza, umiltà e di compassione, in modo tale da creare un vero e proprio paradigma antitetico rispetto a quello dell’abuso che domina il mondo. Una tale trasformazione deve prendere avvio proprio dal linguaggio, ovvero dal pensiero, poiché linguaggio e pensiero creano la realtà.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

La parola umana -a differenza di quella generata dall’IA- non nasce da un algoritmo ma da un vissuto reale, autentico, radicato nel corpo e nella coscienza. Quest’ultima, difatti, ha una struttura senziente, intenzionale e dunque viva, che nessuna intelligenza artificiale possederà mai. Tuttavia, siamo giunti ad una fase storica in cui l’IA è in grado di emulare perfettamente buona parte dell’operato umano, inclusa la letteratura, producendo testi e versi che sono persino di qualità superiore rispetto agli scritti di certi autori. In tal senso, da ora in poi, tutto ciò che sarà eguagliabile da parte dell’algoritmo verrà riprodotto e sostituito, ma questo crea un vantaggio inatteso: resterà solo ciò che avrà davvero valore qualitativamente, solo ciò che si radicherà, appunto, su vissuti personali e autentici. L’IA, allora, potrà sostituire molti settori sino ad ora di competenza umana e riprodurre ciò che l’individuo ha creato, ma non potrà mai rimpiazzare quell’esperienza personale profonda e autentica, sulla base della quale si strutturano la vera arte, la vera poesia, le vere relazioni e così via. Inoltre, l’IA segue delle narrazioni prestabilite, tant’è che se certi fenomeni o fatti le vengono presentati sotto un aspetto differente rispetto a quello della narrazione dominante e che ha programmato la medesima IA, essa non è in grado di controbattere con argomenti analitici. Un ulteriore aspetto fondamentale: l’errore, l’imperfezione, l’imprevisto sono ciò che caratterizza l’umano e dimensioni a partire dalle quali prendono forma la scienza (senza errore non vi sarebbe alcun progresso scientifico), l’amore e la creatività… L’intelligenza artificiale, di contro, non può creare nulla dal nulla -cosa che invece fa l’uomo-, perché abbisogna di essere programmata secondo parametri fissi e specifici. A questo proposito, la poesia dovrebbe davvero smettere di essere orientata al mercato, di essere vuota e priva di una filosofia di vita, in modo da non diventare riproducibile e mercificabile, proprio com’è già avvenuto per le opere d’arte, a proposito di quel che Walter Benjamin ben comprese. La poesia deve smettere anche di voler emulare quelle (pseudo)scienze che pretendono di inquadrare la realtà e gli individui entro categorie fisse, come fa la psicologia, in una certa versione riduzionistica oggi di moda, e come fanno appunto i sistema di intelligenza artificiale… La vita, l’amore, il dolore, il perdono, il sogno da cui il pensiero nasce, sono ben più di un algoritmo e di un sistema tipologico. 

Qual è la tua opera (o le tue opere) in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Senz’altro il romanzo Berggasse 19. Una donna di nome Anna Freud (Les Flaneurs), è stato per me un libro che ha richiesto un grande lavoro di autoanalisi, oltre che di studio. La storia della protagonista è stata infatti in parte anche la mia storia: l’accettazione delle proprie origini, il conflitto con il padre e con l’ambiente culturale, il ritrovamento della figura paterna dentro se stessi e, quindi, l’accettazione. Infine, i primi passi di Anna per cercare di dare forma alla propria personalità in autonomia, per diventare una donna di pensiero e mettere a frutto le proprie propensioni, in un mondo -allora come oggi- che amputa i sogni e i progetti. Precedentemente, invece, scrissi un saggio di filosofia politica e morale, L’uomo senza riposo (di circa 300 pagine), frutto di vent’anni di studio e di ricerca, che voleva essere un testo di critica radicale nei confronti del sistema di potere contemporaneo, definito kratoscienza. Nel saggio, viene decostruito tutto il sistema di sapere-potere che ci ha condotto alle emergenze recenti, alla crisi globale che stiamo vivendo, alla normalizzazione della violenza su tutti i fronti (politico, economico, culturale, affettivo). A distanza di anni, mi stupisco di come quello che stiamo vivendo fosse perfettamente previsto nel testo… Di recente, invece, sto lavorando a un nuovo modo di fare poesia, un modo meno privato, meno francescano, nel tentativo d’improntare il verso a un riflessione maggiormente esistenziale; la stessa cosa ho fatto nel saggio Il tempo dissolto (Qed 2026), un libro di filosofia dell’arte che vuole reinterpretare il Novecento, e la sua storia tragica, a partire dal legame tra arte, filosofia, psicoanalisi e fisica. Anche in questo testo, in cui mi riconosco particolarmente, l’obiettivo era elaborare una narrazione diversa del secolo breve, a partire dall’arte, per dimostrare che il tempo non esiste e, con esso, che l’uomo può ancora scegliere di dare al mondo un significato antitetico rispetto alla violenza, all’abuso e all’avidità, che sono invece i significati che un’oligarchia di tiranni hanno voluto dare alla realtà, costringendoci ad obbedire loro e a credere nella loro religione di morte.





La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Si, può e deve comunicare alle nuove generazioni. Ogni disciplina, persino quelle che si insegnano a scuola, possono essere trasmesse con poesia se sull’aspetto tecnico viene fatto prevalere quello umano: educhiamo i giovani a ragionare, a pensare autonomamente, ad esporsi. Diamo loro testimonianze che valga la pena seguire. Insegniamo loro la cura per gli altri e per i più vulnerabili in particolare (gli indifesi, i poveri, gli anziani, i minori, i disabili, gli animali), insegniamo loro la responsabilità e a non fuggire dalla fatica, a non arrendersi subito, a non cedere alla logica della prestazione che pretende che siano sempre i primi -spesso schiacciando gli altri-, tanto da non accettare il fallimenti… Insegniamo alle nuove generazioni che nella vita a volte si perde e si cade e si soffre, ma anche da qui può nascere del bene, nella misura in cui si diventa più umili, meno egoisti, meno superbi, più attenti alle vere priorità… Insomma insegniamo ai giovani l’amore per la vita, ma per la vita vera, non per quella perfetta che ci raccontano le tivù, il cinema, i social, ma per la vita vera, imperfetta, fragile, mortale, e proprio per questo luogo in cui annidano la meraviglia, l’amore, la redenzione, se solo si impara a guardare. Insegniamo ai giovani a non aver paura della vita vera e a non crescere nella diffidenza e nella indifferenza, nella difesa, nella prepotenza, nella rabbia e nell’avidità dell’egoismo, che privilegia solo il piacere, l’avere, il sesso, il successo… Se avremo il coraggio di fare tutto questo, sicuramente, daremo avvio alla più grande rivoluzione della storia: una rivoluzione educativa, che richiede anzitutto adulti che sappiano mettersi in discussione e che si radica nell’interiorità della persona, insegnandole a cercare il bene, a essere grata per ciò che già c’è, e dunque a concepire il futuro con speranza e gioia.