domenica 23 febbraio 2025

Bo Diddley: Un nome, infiniti significati, un segno

Per la rubrica: Archeologia musicale,  la storia di uno dei musicisti che ha contribuito a traghettare i suoni delle radici verso il rock.



Ellas Otha Bates è abituato da sempre a cambiare nome; in realtà fin dalla nascita è abituato a cambiare quasi tutto della sua vita: madre, città, strumenti... quindi che vuoi che sia un nome. È nato nello stato del Mississippi da una ragazza madre che da subito lo affida alla cugina più incline ad accogliere e sfamare una nuova vita, vista la già numerosa famiglia che ha sulle spalle. Dalla nuova madre prende il nome McDaniel. Così fino a diciotto anni si fa chiamare Ellas McDaniel. Ha soltanto sei anni nel 1934 quando con tutta la famiglia è costretto a trasferirsi a Chicago ma i suoni della sua terra d'origine gli rimarranno sempre dentro. Il cambio di città probabilmente non è per lui un evento traumatico perché legato ad un esodo di massa che coinvolge gran parte degli stati del sud a causa della crisi finanziaria che negli anni trenta colpisce l'America, e anche perché nella nuova città, oltre la vecchia gente, ad accoglierlo ci sono anche nuove sonorità e nuove opportunità. Viene educato alla religione, al pugilato e al violino, strumento che lui suona egregiamente. La musica è più che una passione, è vita... e nella vita c'è sempre un primo amore che travolge, rivoluziona, e fa sentire come illuminato... la scintilla che fa scattare il sentimento è l'ascolto del blues di John Lee Hooker che con il suo stile rude e lamentoso lo riporta alle radici. Gli anni di esercitazioni al violino sono stati fondamentali ma è arrivato il momento di cambiare strumento; inizia a suonare la chitarra e a costruirsele da solo, è il liutaio di se stesso. Sono leggendarie le chitarre rettangolari e variamente decorate da lui ideate. Suonando agli angoli delle strade della windy city conosce Jerome Green, suo fidato collaboratore che si presta a scuotere delle maracas arrangiate con galleggianti dello sciacquone e legumi secchi. Il duro apprendistato in strada gli fa guadagnare il soprannome di Bo Diddley che segnerà anche il definitivo cambio di nome. Negli anni si sono stratificate varie leggende su questo soprannome di cui nessuno conosce il vero significato. Forse la cosa fondamentale da capire è che non significa niente, è soltanto un suono che evoca altri suoni. Forse è un allungamento della parola Bully, bullo da strada, per la sua attitudine, nonostante l'aria da intellettuale, a difendersi con i pugni al minimo segnale di elettricità nell'aria, o forse da Diddley Bow, uno strumento a corde di origine africana fatto in casa e vista la sua abitudine a costruirsi gli strumenti da solo è abbastanza indicativo, o forse ancora da Red Saunders, batterista geniale il cui nome di battesimo era Theodore Dudley, il primo ad incidere su nastro il ritmo Hambone. La cosa più importante è che Bo Diddley non significhi niente ma che suoni bene all'interno delle canzoni che scrive. Dentro i suoi testi inserisce le esperienze di vita da strada e la fantasia visionaria delle nenie popolari. Attraverso le sue parole costruisce l'immagine dello spaccone che vanta le sue doti e sa cavarsela in ogni situazione, stereotipo appartenente alla cultura ancestrale afroamericana che ha radici antiche e che verrà ripreso in seguito da artisti esponenti del genere Rap. Aderisce totalmente al nuovo sound elettrificato degli anni cinquanta e ne diventa uno specialista con la competenza di un tecnico del suono. Nel primo singolo omonimo Bo Diddley riesce nel tentativo di attualizzare ritmi del passato contaminandoli con tecniche moderne e del tutto personali. Il brano che caratterizza in senso assoluto il suo stile, riprende ritmi africani subsahariani, diffusisi negli Stati Uniti attaverso la tradizione orale dei neri afroamericani, passando dai Caraibi, e spesso usata dai bambini dello stato del Mississippi che intonavano le loro cantilene in strada in forma di gioco. Un ritmo tribale, incalzante, ossessivo che ha nome Hambone, unito al suo modo di suonare la chitarra, dalle battute sincopate e stridule allo stesso tempo, virtuoso e aggressivo insieme. Nel partorire questo brano non poteva non conoscere brani come Blak Bottom Stomp di Jelly Roll Morton, spaccone suo illustre predecessore, genio del ragtime che inserisce la linea di basso dell'Hambone in un pezzo jazz. Jelly Roll rappresenta il prototipo di spaccone raffinato, mentre Bo Diddley incarna quello dello spaccone da strada, un po' più bullo. Soprattutto non poteva non conoscere la registrazione di Red Saunders degli anni quaranta che riportava per intero un ritornello tipico dell'Hambone. Dall'anno 1955 in cui riesce ad imporre il suo stile, lo ripeterà in altri brani come Hey Bo Diddley o Not Fade Away. L'ultimo grande successo è Road Runner del 1960, tutti brani dal ritmo irresistibile e che però non sono bastati a farlo vivere di rendita. Le sue produzioni posteriori pur se di ottima fattura non hanno ricevuto la stessa accoglienza da parte del grande pubblico. Fino alla fine della sua lunga vita e carriera, però, il suo modo di fare Rock and roll è sempre stato lo stesso e ha lasciato un segno indelebile su questo genere facendo riconoscere il suo sound come il suono originatore, per cui è impossibile non sentirsi stravolti dentro, ogni volta che si ascolta un suo brano.






Jelly Roll Morton:







 


sabato 8 febbraio 2025

Portavoce della vita psichica

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Giulia D’Anca sulla capacità della poesia di fornire sempre, attraverso la parola, elementi di riflessione in grado di sondare l'inconscio umano,   dai tempi dei tempi.



Giulia D’Anca nasce a Catania il 30 aprile 1985. Nell’anno 2007 si laurea in Scienze della comunicazione, nel 2011 ottiene la laurea magistrale in Culture e linguaggi per la comunicazione presso l’Università di Catania. Nel 2016 consegue il dottorato di ricerca in Sociologia dell’innovazione e dello sviluppo. Nel 2020 pubblica la sua prima silloge poetica Vicino a me (Edizioni Dialoghi). Nel luglio 2021 si classifica seconda al Premio letterario internazionale Efesto con la poesia La mia terra. Nel maggio 2023 viene selezionata tra piu ̀di 700 autori self per partecipare alla penultima edizione del Salone internazionale del libro di Torino. La percezione dell’indistinto è la sua seconda silloge, pubblicata da Eretica edizioni nell’aprile 2023. Nel maggio 2024 viene premiata come poeta meritevole di segnalazione alla decima edizione del Premio nazionale Terra di Virgilio di Mantova. Risulta finalista ai premi Etnabook 2024 e Premio Zeno 2024. Nel gennaio 2025 esce la sua nuova raccolta poetica Camminamento, edita da Carabba. Attualmente è docente nella scuola secondaria di secondo grado.

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Beh, innanzitutto credo di poter affermare che, in prima battuta, io abbia sempre scritto versi - inconsapevolmente - per un tipo di comunicazione auto-diretta. La comunicazione in altre parole rappresentava un dialogo con me stessa, un dialogo introspettivo. Ad oggi penso invece che - nel mio caso specifico - la dimensione di comunicazione intima si sia accostata a un tipo di comunicazione collettiva. Scrivo perché per me è importante che la poesia assuma la forma di statuto di linguaggio universale, in cui è possibile attivare una ricerca di senso comune, sociale. Comunicare attraverso la poesia ha in ogni caso per me un significato intimista, e con la poesia aspiro a farmi portavoce della vita psichica, del modo di sentire condiviso da ogni uomo.

Che rapporto hai con la poesia? 

La poesia è una presenza quotidiana, è la compagna di cammino. Freud affermava che la poesia fosse degli insoddisfatti. Io posso affermare nitidamente che non passi giorno senza che io abbia lavorato ad una nuova poesia o abbia curato versi già da me prodotti. L’ars poetica è terapeutica, ma ultimamente oltre a rappresentare una fuga creativa è diventato un impegno serio e puntuale. Mi piace fare le cose per bene, o per lo meno, ci provo. Dedico soprattutto le ore pomeridiane o serali, quando gli impegni lavorativi lasciano spazio a un momento di concentrazione e di sospensione della realtà. Ritengo che ritrovarsi nei versi, sia propri che altrui, abbia il potere di rimettere ordine nel caos, di farci comprendere che in fondo, dalla notte dei tempi, l’uomo ama, soffre, sente, pensa nel medesimo modo.

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Non volendo passare per apocalittica, citando Umberto Eco, secondo il mio modo di pensare alla scrittura, la parola poetica è parola sintetica. Dunque è già in aperto contrasto con il massiccio fluire di parole, immagini, dati del web. Ho sempre pensato che la poesia avesse proprio il compito di porre un freno, di invitare alla stasi, alla riflessione, di condurre il lettore a un momento di quiete, e la quiete comprende silenzio, pensiero. Tutto questo è chiaramente in netto contrasto con il mondo odierno e con il modo attuale di fare comunicazione, massiva, intrusiva, invasiva. Dunque non importa che si mettano in piazza un massiccio numero di parole ma che le parole usate siano qualitativamente significative.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

La parola umana in questo momento storico ha senza dubbio un grande competitor. C’è anche da dire che – come per tutte le rivoluzioni tecnologiche - non è possibile arrestare il movimento; l’unico sentiero percorribile è quello di accogliere il cambiamento cogliendone le opportunità e gli aspetti positivi, fermo restando che l’esercizio umano della parola resti inviolabile e di fondamentale importanza. Pertanto ammetto che sostituire tout court l’intelligenza artificiale al ragionamento e alla capacità umana di produrre pensieri propri possa essere un grande rischio.

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Tutte le mie opere in qualche modo mi rappresentano e rispecchiano le diverse fasi della mia vita. Ad oggi posso dirti che Camminamento sia più in linea con la persona che sono adesso; abbraccia i cambiamenti che ho vissuto negli ultimi tempi e anche il mio evoluto modo di scrivere. Camminamento rappresenta l’evoluzione del mio modo di esprimermi in versi, in cui rimane però invariata la priorità, il vigore e l’incisività dell’inconscio come forza motrice di ogni atto e processo creativo che pongo in essere. Il linguaggio onirico di questa silloge rappresenta un continuum con i miei lavori precedenti ed è la mia cifra stilistica.



L
a Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?

La poesia comunica a chi ha da comunicare, ma immagino che richieda una maturità di pensiero in chi la riceve. Decriptare i messaggi poetici non è lavoro da poco. Ciononostante credo sia fondamentale poter offrire alle giovani generazioni occasioni di lettura, fornire loro le opportunità per una crescita e un’educazione emotiva attraverso la letteratura. A breve organizzerò assieme alla scuola nella quale lavoro una presentazione del mio nuovo libro, proprio con l’auspicio che possa essere di stimolo e possa fornire un input a quegli studenti che abbiano la necessità di mettere in pratica la loro creatività.






mercoledì 8 gennaio 2025

Cenni biografici

 GABRIELE PERITORE 




Nato ad Agrigento. Ha conseguito la laurea in Farmacia presso l’università degli Studi di Palermo.

Vive e lavora a Roma come: 

farmacista preparatore galenico, 

poeta, scrittore, operatore culturale attivo in svariate manifestazioni di carattere nazionale e internazionale,

blogger, gestisce l'omonimo blog in cui si occupa di Cultura e Controcultura, Poesia e Pirateria. Precedentemente (2016/2019) è stato caporedattore centrale della testata giornalistica online Magazzini Inesistenti. 

Videomaker, ha realizzato la videopoesia Benvenuti nel primo mondo, vincitrice del  Concorso nazionale SINESTETICA per poesia inedita videopoesia. E la nuova Opera DeLirica appena pubblicata 



Pubblicazioni:

“L’isola confine” (romanzo, 2014, Edizione Libreria Croce)

“Vino e Venere” (romanzo, 2012, Edizioni Libreria Croce).

”A respiro trafitto” (poesie, 2004, produzione clandestina).

“Io sono la vera vite”, simbologia e fitoterapia delle piante dei Vangeli (saggio, 2007, Edizioni Libreria Croce).

“Luigi Filippo Peritore, intellettuale agrigentino” (saggio monografico, 2008, Ca. Gi. Editore).


Antologie:

”E il naufragar m’è dolce in questa radio…..” (poesie, 2003, Il Filo Edizioni).

“Peccati veniali” (racconti, 2004, Coniglio Editore).

“La congiura dei poeti” (2005, Fabio Croce Editore).

“Il resto è poesia” (2005, Regione Lazio – Lettere Caffè).

“100 poesie di odio e di invettiva” (2007, Coniglio Editore).

"Cartoline da Firenze" (2022, Giulio Perrone Editore).


È uno dei poeti protagonisti del documentario “Poeti” del regista Toni D’Angelo in concorso alla 66ima edizione del Festival del Cinema di Venezia 2009.

Nel 2010 una poesia tratta dalla silloge “A respiro trafitto” diretta dal video artista Quinto Ficari ha partecipato allo ZebraPoetry FilmFestival di Berlino, il più importante festival di videopoesia in Europa.

Ha curato, inoltre, la pubblicazione delle opere inedite di Luigi Filippo Peritore “Il fascino di un’isola e delle sue contraddizioni”, vincitore del premio “Libro dell’anno 2008, opera antologica” (Ca. Gi. Editore) e la monografia del pittore Giorgio Pirrotta (2009).

Ha dato vita, insieme agli amici poeti Cony Ray e Marco Orlandi, al progetto “La Poesia E’ Reale” in collaborazione con il circuito delle biblioteche di Roma e a sostegno di Emergency.

Presente alla Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati in qualità di poeta per un progetto a favore dell’Aquila: L’orizzonte perduto e il dolore trattenuto.

A ottobre del 2020 è stato insignito di una menzione speciale per la poesia “Cadenza” all’interno del Premio Internazionale I Colori dell’anima e il Gran Premio della Giuria per la poesia “Il segreto del profeta” al Premio Nazionale Ossi di Seppia nel febbraio del 2021. Sempre nel 2021, in primavera, una menzione d'onore per il racconto "Il canto dell'africano" al Premio Nazionale Lorenzo Montano.

La silloge inedita "Canti galenici" si aggiudica il terzo premio al Premio Nazionale AlberoAndronico. Nella primavera del 2022.

Nel giugno 2022 rappresenta l'Italia insieme alla poetessa Marthia Carrozzo al Festival Internazionale di poesia di Sidi Bou Saïd.

Nel 2023 realizza insieme al figlio Luigi Filippo, la videopoesia sperimentale "Benvenuti nel primo mondo".

Suoi testi sono tradotti in inglese. 











domenica 5 gennaio 2025

Elmore James e gli anni in cui il Blues diventa Rock

Per la rubrica: Archeologia musicale, ci proiettiamo in uno dei primi momenti in cui il blues diventa rock, nella scena musicale dei primi anni cinquanta a Chicago. 



In un filo elettrico, un filo collegato all'amplificatore che espande il suono a svariati metri di distanza, confluisce tutta l'elettricità condensata nell'atmosfera tesa degli inizi degli anni cinquanta, quando, un paese come gli Stati Uniti d'America che potrebbe cullarsi sugli allori della vittoria del secondo conflitto mondiale, invece, sente sulla propria pelle il formarsi delle prime crepe nel sistema democratico fondato sul capitalismo liberale. Inizia a diffondersi, in maniera assurda, una grande immotivata paura del nemico comunista, forse per colpa di governanti non all'altezza della situazione, come è successo in tante occasioni e come succede tuttora, o forse per le guerre che scoppiano in giro per il mondo, appogiate, sempre in maniera non dichiarata, dai piani alti dell'ex Unione Sovietica, come quelle in Corea, o la rivoluzione che sovverte ogni sistema, nella vicinissima cuba, proprio sotto casa, guidata da quei maledetti seminatori di utopia quali Fidel Castro e Che Guevara. Il concetto di famiglia, lentamente si sgretola, sotto i colpi subdoli dell'incomprensione tra le generazioni, che non sanno comunicare tra di loro. Il dialogo si è interrotto. I giovani non sanno come sfogare la tensione interiore, se non nell'alcool, nell'autodistruzione, nell'abbrutita voglia di sopraffazione. Chi ne ha la possibilità si mette in sella alla moto cercando il brivido della libertà, scorrazzando per le sconfinate distese, dovendo comunque fare i conti con i confini interiori. I cercatori di libertà non sanno ancora aggregarsi e la rivoluzione beat arriverà soltanto qualche anno più tardi. Il clima di "caccia alle streghe" che incute la paura dell'estraneo, genera seminatori di utopia all'interno del sistema stesso. Dal punto di vista musicale i portabandiera di un certo genere di sonorità folk vivono un momento complicato. I suoni delle radici non sono più in grado di soddisfare le necessità espressive delle nuove generazioni desiderose di musica più vicina ai loro gusti. Si è ormai creata una profonda spaccatura; il blues legato al linguaggio dell'improvvisazione e al rag, e poi allo stride style, viaggia verso sonorità jazz che si dividono in infinite ramificazioni, mentre i tradizionali bluesmen, che sono sopravvissuti alla depressione economica degli anni trenta, per evolvere il loro linguaggio adottano una forma di amplificazione attraverso l'elettrificazione della chitarra, come Sister Rosetta Tharpe (vedi sotto), Lonnie Johnson (vedi sotto) o T-Bone Walker (vedi sotto) autori dei brani tra i più belli degli anni quaranta. A raccogliere la loro eredità è un giovane virtuoso delle sei corde: Elmore James. Quando Elmore si esibisce in un locale il suono della sua clhitarra si sente già a vari metri di distanza, tale è la potenza e l'energia che mette nel suonarla. Una volta dentro il locale è impossibile resistere al ritmo dettato dalle battute del suo strumento, bisogna muoversi, dimenarsi, lasciare andare il corpo alle cadenze rock, anche se sta suonando del blues. Sono le prime prove di evasione di massa, attraverso un genere musicale che viene dal termine rocking, che indica il movimento dondolante della danza, ma che vuole alludere al simile movimento del sesso. Con la sua chitarra Elmore riesce ad intrattenere il pubblico per ore, e questo per lui è soltanto il riscaldamento, poi si scatena con i suoi pezzi. Elmore James, nel suo girovagare, si porta dietro le sonorità del Mississippi, dove è nato, da una madre nella prima adolescenza e padre sconosciuto. Sin da giovanissimo mostra immediata propensione per il ritmo e la velocità di arpeggio e i riff che crea, utilizzando il vibrato dello slide e l'elettrificazione dei volumi, forniscono un sound robusto, anche morbido nella sua durezza, che probabilmente è il ponte tra il blues delle radici e il rock. Uno dei primi brani che incide è Dust My Broom, nel 1951, forse l'esempio più palese delle sue qualità; è un classico di Robert Johnson, ma rivoluzionato da un'introduzione travolgente, caratterizzata da un riff alla chitarra che influenzerà generazioni di musicisti a seguire, e che diventerà una delle sue firme più collaudate. Riesce anche a valorizzare il suono, elaborato qualche anno prima dal talentuoso Tampa Red, che addensa le sonorità del blues del delta a quelle più cittadine, e che prenderà il nome di Chicago Blues. Elmore lo ama a tal punto da interpretare a modo suo un cavallo di battaglia del musicista, It Hurts Me Too. Così come ha continuato a fare nel corso degli anni e delle registrazioni, reinterpretando e collocandoli sotto una nuova luce, brani di svariati autori come Willie Dixon, Pinetop Green, oltre a quelli già citati. Fino ad arrivare a pezzi in cui compare personalmente come autore, come ad esempio The Sky Is Crying del 1960, un blues lento in cui si sente tutta la sua intensità vocale e di musicista. In quegli anni in cui incominciano a muovere i primi passi artisti come Ike Turner, Jerry Lee Lewis, Elvis Presley, Billy Halley, Chuck Berry, che affilano i loro strumenti e affinano la tecnica che porterà al genere musicale che rivoluziona le partiture di tutto il mondo, Elmore James, con la sua energia e intensità, è uno dei protagonisti assoluti di quel periodo ormai elettrico in tutto e per tutto. Fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1963 a soli 45 anni per un arresto del suo debole cuore.


Sister Rosetta Tharpe:

T Bone Walker:

Lonnie Johnson:







domenica 22 dicembre 2024

Opera DeLirica- Videopoesia

Riprese video liberamente ispirate al Mito della Caverna di Platone. Nel tentativo di cogliere l'eterno conflitto tra Caos e Armonia, come si può evincere anche dai contenuti del testo.


Testo, voce e video: Gabriele Peritore 

Musica: Marco Pofi 

Arrangiamento e prod: Carlo Zambon 

Aiuto regia video: Luigi F. Peritore 


Estratto dall'opera "Lo scompiglio" con musiche di Marco Pofi e testi di Gabriele Peritore





“Non riesco a non pensare che ciò che è dentro è anche fuori”, ecco il refrain dove prende corpo il mito platonico, nella sua dialettica poeticamente espressa fra immagini-ombre e realtà-luce, difficile da guardare direttamente, per l’uomo. Dentro la caverna gli uomini prigionieri possono soltanto osservare le illusioni, sotto forma di riflessi, ombre, ma l’io non riesce a non pensare al fuori, alla liberazione, alla possibilità di attingere una realtà più vera. Ritmo ripetitivo, litania che spinge verso la conquista della luce attraverso il desiderio e la passione. Anche a questo spinge la poesia. 

Cristina Simoncini 


In “Opera Delirica”, nelle atmosfere di paesaggi sonori batte il tempo dei remi dei versi. Il non pensare che “Ciò che è dentro è anche fuori”, il mantra che spinge a cercare oltre la realtà, oltre le ombre di uno stato delle cose, altre verità.  È spingersi nel cercare la luce anche se la luce accecava. Liberarsi è approdo nell’unione che genera nuova vita, per altre forme di luce.

Cony Ray


Un bellissimo viaggio alchemico, da fuori a dentro e da dentro a fuori, trasformativo. Davvero bravo! Sempre più bravo, tu❤️ Tutto molto bello, testo, riprese e musica. 

Marthia Carrozzo 


Minchia. È bellissima. Compiuta. Potente. Ha la forza e insieme l'essenzialità di un senso. un nuovo senso, il sesto, il settimo, il venticinquesimo.

Toti Careca


Bellissimo, parole e ritmo all'unisono. Profondo, appassionato e coinvolgente. 

Lina Gueli 


A dir poco G E N I A L E 

Stefania Giammillaro 


Stupendo veramente! Sia la poesia che il video e la musica... sintesi perfetta della tua poetica fluviale marina fantastica. Un intimismo che si riversa fuori in modo veramente avvolgente... mi viene in mente un movimento contrario di acque che vorticano intorno a un buco che invece di risucchiare le spinge fuori... poesia sorgiva che ricrea il mondo schivandone la dissoluzione

Alessandro Contadini 


Atmosfera onirica, incanto, brividi di emozione: grazie Gabriele!♥️

Maria Avanzini 


La forza dell'artista sta tutta nel comunicare a noi, comuni mortali, verità nascoste, spesso con crudezza, a volte con delicatezza ipnotica come tu sai fare magistralmente. 🔝

Maurizio Celloni


Potente!

Max Pieri 


Molto suggestiva!🙂

Gaspara Stampa 


Grazie Gabriele, molto significativo. Da meditare ogni parola. Bella e adatta anche la musica, bravi!

Claudia Martini 


È stato un piacere ascoltarla, perché mantieni sempre uno stile leggero e sospeso. 

M. P.


Il gioco delle ombre (la barca in particolare, poi le figure umane successive) e la voce "Non riesco a non pensare" diviene un loop che ora mi è entrato come un mantra. Più lo vedi più ti rimane. Ottimo l'utilizzo della pietra monumentale.

Marco Orlandi 


Molto belle le parole e anche la musica… perfetta!

Ivana Miccichè


Bellissime parole! Importante e coinvolgente! Complimenti davvero!

Alma Lico


Bello, complimenti. Un ritmo incalzante, musicale ma nello stesso tempo anche angosciante. Surreale, onirica, evanescente. Immagine e parole dense non oziose. Mi è piaciuto molto, complimenti.

Valen Tine 


Meraviglia! Veramente toccante, dolce e pieno d'ispirazione.

Benito Saluzzi 


Complimenti davvero, ho goduto a vedere belle immagini e anche a sentire la bella poesia!

Maryam


Un'avventura onirica che ti fa sfondare le pareti della coscienza. Tensione creativa che ti costringe a esplorare l'abisso che ci attraversa.

Immagini e parole intrecciate abilmente, ti portano altrove, e danzano tra le ombre di questa gemma d'autore.

Alberto Bottoni 


"Lo stesso pianto del fuoco...". Dall'idea al tutto, effusa è l'anima nel cosmo, che in lei stessa si compie. Non è da tutti rendere la tridimensionalità del sentire. Quest'opera ci riesce, in modo unico.

Viola Bruno 


Sogno di luce!

Riccardo Ragozzini


In un mondo dove l'essenza primaria è l'apparenza questo piccolo capolavoro dovrebbe essere proiettato sulle pupille di tutti noi per costringerci a guardare il mondo con i nostri veri occhi. Bravissimi 

Sandro Medici 


È sonora già nelle parole. È sonora nel commento musicale, in questo commento musicale. È sonora nelle immagini.  Da qualunque lato apri questo libro si spalanca un inizio. Potente! 

Alessandro Ciulla


Bellissima poesia di grande impatto emotivo accompagnata da video e musica superlativi. Complimenti di cuore

Valentina Ferrara 


Complimenti Gabriele, alla semplicitá delle immagini si contrappone un linguaggio poetico profondo, musica e testo si fondono alla perfezione, bravissimi!❤️

Antonio Franciosa


Perfetto l'accordo tra parola e immagine video, un gioco da ombre cinesi, sospeso tra favola e dramma, che rende l'impasto di luci e ombre di cui siamo fatti. I versi, scanditi dal refrain e di una interna musicalità, sono come un canto cosmico - riassunto nel desiderio e nell'amore umano - che agglutina i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Un pensiero filosofico che si fa sinestesia poetica

Cinzia Farina


Straordinario viaggio interiore. Trovo che la tua sensibilità poetica sia commovente e coinvolgente. I tuoi versi conducono verso ed oltre il confine indefinibile dell'eternità del nostro essere e dell'universale destino.

Giacomo Carioti


Con Gabriele Peritore ombre, visioni e tentennamenti ci accompagnano nella ricerca del vero. La voce dell’autore si fa eco del reale, eco che oscilla tra più dimensioni: onirico, apparenza e verità.

Barbara Dall'Idro 


Un ipnotismo culla l’ascoltatore che oscilla nel ripetersi di un urlo composto. Il sogno, il sangue, la luce, sono tutti slanci vitali espressi con la grazia delle onde del mare.

Giulia D’Anca


Molto bella. La lettura e la musica hanno un ritmo sincopato, che è proprio quello delle domande che restano senza risposta eppure (o forse per questo) continuano incessanti.

Cinzia Pagliara 


Molto bella 

Miriam Piro


Ho sempre creduto che l'opera, attraverso la musica, il dramma e lo spettacolo, sia uno specchio che riflette le nostre esperienze, invitandoci a esplorare le profondità delle nostre emozioni e ad affrontare la complessità dello spirito umano. Immagini e parole "si innamorarono". Tutta la varietà, tutto il fascino della vita, tutta la sua bellezza è fatta di luce e ombra. Nella vita bisogna essere sognatori, perché se non sogni "muori". Complimenti per tutto.

Marzena Anna Tynior


“Non riesco a non pensare che ciò che dentro è anche fuori… follemente scalpita la luce, oltre la roccia”, oltre il muro… Siamo prigionieri delle nostre ombre. La luce un atto di coraggio, forse amore. Sperimentazione artistica seducente.

Antonella Caggiano 


Il dentro e il fuori convivono nello stesso sguardo, ma la visione pesa nei suoi confini, non va oltre il quadro, si limita in un piccolo spazio. L’occhio del video di Gabriele Peritore scandaglia il muro e il pavimento, in cerca di qualcosa. Così incontra disegni di ombra, un carosello di forme che non può riconoscere, né nominare. Questa è la realtà, l’unica verità per chi non ha esperienza diretta del mondo.

Luigi Colagreco 


Congratulazioni molto bello 

Paola Tagliaferro


Toccante e profondo 

Carmen Langellotto





 




 














domenica 8 dicembre 2024

Fred Buscaglione: quella miscela di swing e ironia

Per la rubrica: Archeologia musicale, il passaggio dagli anni quaranta ai cinquanta, in Italia, quando il modo alternativo e divertente di fare musica era ancora lo swing, e c'era chi lo sapeva fare alla grande. 



Un cappello a larghe falde sulle ventitré, un doppiopetto gessato e un paio di baffetti da sparviero, fanno balzare immediatamente alla mente l’immagine di Fred Buscaglione, un po’ gangster un po’ guascone. Un’immagine costruita ad arte, ispirata alla figura di Clark Gable, e impersonata con estrema naturalezza, perché cucita su misura. Come la risata da gradasso e l’uso del fischio- classico richiamo da uomo di strada- presenti nelle incisioni e nelle sue esibizioni. Fred (Ferdinando) Buscaglione, a dispetto dei natali poveri ha sempre studiato musica fin da bambino, anche al conservatorio di Torino (la città in cui è nato nel 1921) finché le finanze hanno permesso. Quando non ha potuto più frequentare le scuole ha continuato comunque a fare musica, ovunque e con qualsiasi strumento, pur di suonare, facendo dei lavoretti di bassa manovalanza per mantenersi. Fino alla chiamata alle armi per la seconda guerra mondiale. Ma non c’è guerra che tenga per uno come lui. L’amore per la musica è più forte, così anche da prigioniero in Sardegna trova il modo di intrattenere i suoi commilitoni. Venendo a contatto con le truppe straniere si impratichisce con i ritmi d’oltreoceano. Rock’n’roll, tango, milonga, merengue, rumba, ma soprattutto swing. La capacità di far tesoro di ogni esperienza gli permette di mettere su una band, gli Asternovas, composta da amici musicisti in grado di swingare tutto, ma proprio tutto, in presa diretta, e anche di cambiare genere al volo in base all’esigenza. Di passare, ad esempio, dallo swing al tango con tutti gli strumenti nel tempo di una battuta, nel caso in cui dalla frenesia urbana si doveva passare alla tematica della gelosia. Grazie al rapporto di amicizia fraterno con lo scrittore Leo Chiosso può costruire a tavolino l’immagine che porta in giro per l’Europa, anche nei più infimi locali. Esperienze queste che, però, contribuiscono a alimentare la sua leggenda. Un vero e proprio personaggio che parla e si muove come uscito da un romanzo hard- boiled. I testi si avvicinano prevalentemente alle tematiche del genere Bulli&Pupe. Il bullo ovviamente è lui. In molti dei brani più belli si presenta con tutta la sua spavalderia ed è un piacere per le orecchie ascoltare ancora oggi: Whisky Facile, Io Piaccio, Che Notte, Il Dritto Di Chicago, Le Rifififi. Tra la gente dei localetti di periferia il successo è immediato ma la celebrità è ancora lontana. Non è facile imporre il suo personaggio negli anni cinquanta. Un periodo storico in cui il nostro Belpaese subiva enormi cambiamenti. L’avvento del rock’n’roll, l’avvento della televisione, e i gusti degli italiani che si dividevano tra Domenico Modugno e Nilla Pizzi. Difficile soprattutto per lui che sceglie di presentare tematiche legate al sesso, all’alcol, alle botte, tutto comunque proposto e infarcito da un’impareggiabile ironia e altrettanta capacità di tenere il palco. Per ogni brano sceglie delle storie da raccontare con il suo stile da istrionico guitto e le porta in scena con gli Asternovas pronti, prontissimi, a trasformare in partiture le sue idee e a improvvisare se necessario. Il successo vero arriva nel 1958 con l’intramontabile Eri Piccola Così, brano che parla della gelosia e dello strapotere delle donne anche sull’uomo più duro. Tematiche che aveva già messo a fuoco con l’altrettanto celebre Che Bambola o anche in Teresa Non Sparare. Era sua abitudine prendere notizie fresche e ridurle in piccole storie da cantare, come nel caso della casalinga che spara al marito infedele. Oltre le sue capacità interpretative e dallo swing le sue storie erano arricchite da innovativi effetti sonori che ricreavano nell’incisione, sirene, frenate, sgommate, strilloni, tutto il mondo della strada, insomma. Proprio grazie a queste caratteristiche Fred Buscaglione è da annoverare tra gli artisti di quel momento che hanno contribuito notevolmente al cambiamento dei gusti musicali. La sua cifra stilistica già esplosiva si espande ancora di più grazie al suo lato romantico che lo porta a interpretare lo spaccone dal cuore tenero. Nella sua produzione sentimentale troviamo capolavori indelebili come Guarda Che Luna, Criminalmente Bella, Love In Portofino e come non citare Una sigaretta, Buona Sera (Signorina), e ancora Carina e Non Partir. In cui vengono esaltati il suo rispetto e la sua adorazione per le donne. La bellezza femminile è il centro dell’universo e il desiderio maschile gravita attorno con galante corteggiamento generando follia, felicità se contraccambiato appena da un semplice sguardo; tormento, sofferenza se non ricambiato. In poco tempo ha disseminato di genio le sue numerosissime creazioni ed è un peccato non poterle citare tutte. Ognuna andrebbe ascoltata come merita. Aveva trovato la strada per le luci della ribalta e le percorreva ogni notte alla massima velocità. Era richiestissimo da TV, radio e cinema. Proprio una di quelle albe del 1960, dopo una notte allegra, in cui si doveva recare a registrare uno spot pubblicitario, sfrecciando ad alta velocità con la sua Cabrio, si schiantava contro un camion che trasportava porfido. Uno scontro, proprio come nelle sue storie, la fine della vita, l’inizio della leggenda. Una scintilla la sua manifestazione artistica impressa con un sorriso nel firmamento della Musica. 













domenica 1 dicembre 2024

La poesia è tutto ciò che so

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Asia Vaudo sul valore della lentezza e su quanto possa propagarsi l'onda della Poesia. 



Asia Vaudo è laureata in filologia moderna e da diversi anni porta laboratori di poesia nelle carceri italiane. Dall’attività svolta sono nate delle antologie e una biografia scritta con un ex detenuto. Porta i laboratori anche in alcune scuole di Roma. È direttrice artistica del Poetry Village di Roma, conduce e ha condotto diversi eventi letterari in Italia, tra cui diverse volte al Museo MAXXI. Ha all’attivo cinque pubblicazioni.  


Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione? 

Ho sempre saputo l’importanza della poesia, che arriva laddove tanto altro non riesce a giungere. Ho sempre amato scrivere, da quando sono piccola. Ho avuto una meravigliosa maestra alle elementari che mi ha sempre spronata a farlo. Ho sentito il bisogno di fare poesia soltanto negli ultimi anni, poiché ho capito la natura fortemente lirica e poetica della mia prosa. Così ho iniziato un processo di “asciugatura”, lasciandomi incantare dalla parola che splende essenziale sul foglio bianco. 

Che rapporto hai con la poesia? 

La poesia è il mio modo di amare, di stare nel mondo nella maniera più autentica. Di arrivare agli altri, di permettere a chi mi legge di specchiarsi in ciò che scrivo. La poesia è visione, materia, fuoco bruciante. La poesia è tutto ciò che so. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Siamo in un periodo in cui si corre continuamente, e nella frenesia dei giorni ci stiamo dimenticando della lentezza. Rieducarsi alla parola significa ritornare alla lentezza, al suo antico significato. La parola ci costringe a fermarci sul foglio, come fa una farfalla su un fiore. Solo fermandoci possiamo ricominciare a sentire il profumo di tutto ciò che ci circonda. 

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Sono convinta che l’intelligenza artificiale non sostituirà mai il valore della parola poetica, la sua forza. Per scrivere una poesia occorre un’anima, e l’intelligenza artificiale non ce l’ha. Non si può “creare” l’anima. Nessun robot o ciò che non è umano potranno mai scrivere una vera poesia. Saranno soltanto imitazioni senza alcuna autenticità. 

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Un’opera che mi sta molto a cuore è Storie di vecchie e di pane, una plaquette, un prosimetro in edizione limitata con la prefazione di Davide Rondoni e le tavole di Roberto Pavoni, per le edizioni di Lamberto Fabbri. Un’opera in cui indago la dimensione della “vecchiezza” in tutte le sue sfumature, da quella ironica a quella erotica, e paragono la pelle, la carne dei “vecchi” alla consistenza del pane. 

La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Certo, la poesia comunica con le nuove generazioni e continua a farlo. Conosco tantissimi giovani poeti che quotidianamente incontrano il valore profondo del verso e ci lavorano con pazienza e passione.