domenica 25 giugno 2023

I luoghi dell'ispettore Calcagno

La mia intervista a Maurizio Pupi Bracali




Facciamo un giro nei luoghi e nei pensieri dello scrittore che ha creato il personaggio dell'Ispettore Calcagno.  

Sei un divulgatore musicale e ormai uno scrittore affermato grazie alle tue pubblicazioni letterarie (poesie, racconti, romanzi) grazie soprattutto all’invenzione dell’ispettore Calcagno, che riesce ad unire molte parti delle tue passioni. Come è nata l’idea di creare questo personaggio? 

Prima della “saga” con l’ispettore Calcagno (come la chiama qualcuno) avevo scritto poesie e un libro di brevissimi racconti noir. Fu il caso che portò mia madre novantenne a raccontarmi di aver posato da ragazza per un dipinto raffigurante la Madonna dicendomi che avrebbe dovuto trovarsi in una piccola chiesetta dell’entroterra ligure ma non sapeva quale e dove. “Sarebbe bello se tu trovassi quel dipinto così vedresti come ero da ragazza visto che non ho fotografie di quando ero giovane…” Quella richiesta che materialmente non sono riuscito ad esaudire mi fulminò come una scarica elettrica e vidi immediatamente il potenziale di una storia di crimine e redenzione (il peccatore va alla ricerca del dipinto per chiedere perdono della sua vita sbagliata alla sua Madre/Madonna). Ho dipinto di giallo quella che doveva essere la “mia” ricerca (mai realmente effettuata, finora) e così è nato l’ispettore Calcagno (cognome tipico della mia zona) che in questo primo romanzo (Nostra Signora degli Ulivi) è un personaggio a latere (appare a solo a partire dal terzo capitolo) e appena abbozzato, che mai avrei immaginato avrebbe riscosso tutta la simpatia che lo ha portato ad essere poi il protagonista assoluto di altri dodici romanzi.

Se non ci fossero le mamme…Eri già da prima un appassionato di giallistica? 

Non proprio. Non voglio passare per uno snob con la puzza sotto il naso, ma le mie letture, le cui primissime risalgono all’infanzia, sono state più quelle introspettive e psicologiche dei grandi romanzieri del passato. Però ho sempre amato il commissario Maigret di Simenon del quale avevo quasi l’intera collezione,(andata perduta) e avevo letto qualche classico del giallo (Conan Doyle, Agatha Crhistie, Poe). Leggo più gialli adesso anche per vedere cosa fa la “concorrenza” e perché tra i miei lettori scatta sempre il gioco della similitudine (mi hanno praticamente paragonato a tutti, da Camilleri, a Andrea Vitali, da Jean-Claude Izzo a Lonsdale, dallo stesso Simenon a Pinketts) e quindi ho letto e leggo questi autori per vedere se anch’io mi riconosco (praticamente mai) nelle loro pagine. Con alcuni: Andrea G. Pinketts, Roberto Centazzo, Daniele Genova, Cristina Rava e lo stesso Vitali sono addirittura diventato amico.

Quindi sei un divoratore di un altro tipo di letteratura e sorge spontanea la curiosità di quali possano essere i tuoi autori preferiti…

Al di là del giallo ho una predilezione per Borges, Saramago, Amèlie Nothomb, dei quali ho quasi le opere complete. Da ragazzo ho avuto, benché senza particolari (apparenti) influenze nella mia scrittura un innamoramento per la Beat Generation. Poi ci sono libri che mi hanno entusiasmato di Pynchon, McEwan, Jonathan Coe, John Williams, kent Haruf, Agota Kristof e in generale la narrativa fantastica, prevalentemente, ma non solo, sudamericana (Bioy Casares e altri di quel genere) tra gli italiani leggo un po’ di tutto, seguo Erri De Luca, Maurizio Maggiani e ho un debole per Pavese e soprattutto per il mio corregionale Francesco Biamonti al quale a volte cerco di ispirarmi soprattutto nelle ambientazioni (irraggiungibili comunque) delle coste e dell’entroterra ligure dove si svolgono i miei romanzi. Nel giallo leggo molti “colleghi” italiani che sopra ho già citato ai quali aggiungo De Giovanni, Carrisi. Vichi, Morchio e altri molto bravi ma meno conosciuti come Maria Masella, Ugo Moriano, Novelli & Zarini.

Gli ambienti, i posti, i paesaggi, la terra,  la propria terra. Quanto contano i luoghi nell’ambientazione delle tue storie? 

Contano moltissimo. Sono a volte i veri protagonisti del romanzo. Come Biamonti che ho  già citato nella domanda precedente concedo molto spazio all’ambientazione tra il mare e le colline della mia bellissima zona di Liguria del ponente savonese. Durante le mie presentazioni esiste da anni il tormentone per il quale a un certo punto dico al pubblico che se il romanzo non piace come giallo, funziona benissimo come guida turistica. Ovviamente è una boutade paradossale, ma dà il senso della cosa. Anche le bellezze artistiche di questa mia zona vengono spesso segnalate e inserite armoniosamente nella trama poliziesca. E’ il mio tentativo di valorizzare e far conoscere le bellezze naturalistiche e artistiche del mio territorio. E quando i lettori mi dicono che dai miei romanzi traspare l’amore per la mia terra è forse il complimento più bello.

I luoghi ma anche e,  soprattutto, la musica. Si parla molto di musica nei tuoi romanzi, quali sono i tuoi ascolti preferiti? 

Come nella letteratura sono piuttosto onnivoro. La suoneria del cellulare di Calcagno è il riff di Whole lotta love dei Led Zeppelin, ma in uno dei romanzi (A forma di anima) il poliziotto ligure viene indirizzato da un giovane ragazzo sul quale sta indagando, sui Prodigy e i Chemical Brothers apprezzandoli, poi c’è il tormentone per cui in ogni romanzo, e ormai è diventato un gioco, sono citati i Genesis. Ma poi anche il jazz (Miles Davis).Tra i miei preferiti ci sono poi Neil Young e Frank Zappa che però non credo di avere mai citato (finora) nei miei libri.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi personaggi? 

L’ispettore Calcagno è assolutamente il mio alter ego, pur con diversi distinguo (lui fuma come una ciminiera e io non ho mai fumato), la consumazione esagerata dei litri di birra (Ceres) invece ci accomuna davvero, così come i ricordi di infanzia e adolescenza in cui molti lettori si riconoscono che non sono altro che i miei, ma soprattutto è il filosoficamente spicciolo Calcagno-pensiero che traspare tra le pieghe di una storia poliziesca che non è altro che il Bracali-pensiero. Nel primo romanzo Nostra Signora degli Ulivi non avendo ancor ben delineato il personaggio Calcagno, direi che tutti i personaggi, persino quelli femminili sono tutti una parte di me.

Quando hai capito che la scrittura era la tua forma di comunicazione personale? 

Da sempre. Alle scuole medie i miei temi (che erano già racconti veri e propri) venivano portati e letti all’attiguo liceo classico per fare capire come si scriveva un tema e ho vinto diversi concorsi scolastici senza nessun problema. Per contro dal punto di vista matematico sono tuttora praticamente handicappato, faccio fatica a contare una manciata di monete e dopo averle contate dieci volte mi sbaglio lo stesso. Ho problemi, ad esempio, a pagare al bar (le birre di cui sopra) e a riscuotere il resto che faccio fatica a conteggiare e a capire.

Eppure c'è della matematica anche nella poesia e tu dovresti saperlo perché sei anche un poeta. Nella poesia molto spesso musica e musicalità della parola vanno di pari passo. Quanto conta per te la parola? 

Per uno che scrive la parola è fondamentale, ovviamente, anche se ho la civetteria di dire che gioco con le parole, sulla musicalità posso dire che il ritmo dei miei romanzi del quale spesso vengo complimentato (scorrevolezza, scioltezza, ecc.) nasce proprio dall’ascolto assiduo della musica che ha forse creato una sorta di imprinting inconscio per cui la mia scrittura ha un ritmo piacevole e riconoscibile (così dicono…). Anche il cinema, di cui sono grande appassionato, trova spazio nelle mie pagine sia come influenza che come citazioni.

E quanto conta in questo periodo storico in cui la comunicazione sembra impazzita? 

Purtroppo come diceva Umberto Eco i social hanno dato anche agli imbecilli la possibilità di esprimersi, d’altro canto hanno rimesso in gioco la formula della parola scritta che si è persa da tempo (nessuno scrive più lettere) poi, come dice un illustre critico letterario mio concittadino a proposito della narrativa, c’è più gente che scrive, che gente che legge.

Ormai la tua produzione è vastissima c’è qualche pubblicazione a cui sei più legato?

Beh, l’ispettore Calcagno mi ha dato la piccola notorietà di cui godo, (ho appena vinto un importante e prestigioso Premio qui nella mia zona che viene conferito a chi, attraverso la propria arte, (qualsiasi arte), valorizza, divulga e fa conoscere il nostro territorio al di fuori dei confini liguri), quindi Calcagno non si tocca, però sono affezionato a un romanzo (Qualcosa nel vento -- 2009) che ho scritto a quattro mani (e quasi controvoglia) con la giornalista e scrittrice savonese Valeria Rossi che purtroppo è morta per un male incurabile un paio di anni dopo la pubblicazione, a neanche sessant’anni.

Che rapporto hai con l’oggetto libro e con la carta?

Un ottimo rapporto. Io non uso né possiedo un telefono cellulare, quindi viaggio ancora coi foglietti dove mi appunto tutto, indirizzi, numeri telefonici, piccole idee che mi vengono in qualsiasi momento. Libri ne possiedo centinaia, ho sempre letto, leggo tuttora costantemente e voracemente e leggerò finché ne avrò la possibilità. Adoro e cito sempre quella frase di Borges che diceva: “Sono più orgoglioso dei libri che ho letto che di quelli che ho scritto”. E se lo diceva un immenso gigante letterario come lui, figuriamoci io che non sono nessuno.

 Pensi che abbia ancora un valore per le generazioni attuali? 

Il valore dovrebbe assolutamente esserci, ma sappiamo bene che le giovani generazioni, distratte da altre cose leggono poco o niente. Il valore è quello della conoscenza attiva e dell’informazione che, come ben sappiamo, i poteri oscurantisti temono forse più dei conflitti materiali. La cultura fa sempre paura ai poteri forti e l’ignoranza è terreno fertile per inculcare stupide paure e dare informazioni false che vengono subite supinamente. I libri sono ancora uno strumento di lotta, ma purtroppo non tutti lo sanno o lo capiscono.






giovedì 15 giugno 2023

Come un premio

Non mi sarei aspettato di ricevere un riconoscimento come farmacista, eppure è successo anche questo…


Questo riconoscimento lo considero, soprattutto, un premio per il lavoro svolto in questi anni di pandemia. Mi può capire soltanto chi come me ha svolto il servizio dei tamponi. 

Un lungo periodo che sembrava una guerra. Sembrava una guerra soprattutto perché ci stavamo disgregando tra di noi. Ci stavamo separando, prendendo posizioni opposte, estreme, esasperate. Trincerati in fazioni nemiche.

Sembrava una guerra ma non era una guerra. Era una situazione molto, molto complicata da gestire ma non una guerra. 

Ci stavamo disunendo, tra posizioni esasperate di proposito e amplificate dalla psicosi di massa. E allora, nel mio piccolo, ho iniziato un altro lavoro, forse sbagliando, cercando di conciliare le posizioni dei no vax con quelle dei pro vax. Perché non serve a niente disunirsi, dividerci, fa soltanto comodo a chi vuole governare senza impedimenti. "Divide et impera" recitava un vecchio detto. 

Soltanto la collaborazione,  lo scambio, il confronto costruttivo, ci permettono di uscire da determinate situazioni complicate. Non facciamoci dividere da chi cavalca l'onda lunga della psicosi…


Ringrazio chi mi ha capito e ringrazio anche chi non mi ha capito.


Ringrazio di cuore, soprattutto, chi è venuto a trovarmi nel mio gabbiotto (ormai ribattezzato gabriotto) a darmi anche un semplice saluto durante il mio servizio, è stato il più grande supporto che mi ha aiutato ad andare avanti.




 










domenica 11 giugno 2023

Antonio Pizzuto: “Si riparano bambole” (1960)

                                                    


Sino a che punto si può distruggere la letteratura e fare ancora letteratura... Fino a che punto si può scomporre un periodo, una frase, spianando i tempi dei verbi, il presente, il passato, il futuro, in un tempo unico infinito, finito nel nucleo delle parole… Il soggetto fuso con l’oggetto. L’azione fusa con il pensiero. Il pensiero del personaggio fuso con quello dello scrittore, in una forma che viene denominata: flusso di coscienza. Applicato alla psicologia di un personaggio senza coscienza, perché per lo scrittore è più importante la descrizione dell’attimo e del perdersi in esso, per poi perdersi in un altro ancora, un perdersi per riperdersi. Con parole conosciute, parole inventate, neologismi, parole desuete, arcaicismi introvabili, improbabili, inglese italianizzato, francesismi, greco, latino. Tutto pestato, triturato, setacciato per estrarre dalla parola grezza la quintessenza della nota musicale… Questa la sfida di Antonio Pizzuto, quasi dimenticato, scrittore palermitano che ha dedicato I suoi anni, della pensione post lavorativa, a trovare nuove forme narrative, mettendo sulla carta le esperienze immaginate o quelle vissute durante il periodo in cui prestava servizio come dirigente della polizia internazionale per il governo mussoliniano. Una sfida questa che ha visto coinvolta gran parte della letteratura del Novecento. Ci ha provato James Joice, con l’Ulisse, ci ha provato Tristan Tzara, inserendo il concetto di caso nell’atto volontario dello scrivere. Ci ha provato Man Ray, presentando delle cancellature laddove ci dovevano essere dei versi. In Italia ci ha provato Carlo Emilio Gadda, con il suo “pasticcio” linguistico. Contemporaneamente ci stava provando, sulle coste messinesi, Stefano D’Arrigo ma la monumentale stesura del suo “Horcynus Orca” ha notevolmente ritardato l’uscita del suo lavoro avvenuta nel 1975, quindici anni dopo l’opera di Pizzuto “Si riparano bambole”. Lui invece se ne stava a Fregene, nel suo scarno appartamento, riscattato per avere ricoperto cariche istituzionali, che usava quasi esclusivamente come un pensatoio. Possedeva una vasta cultura, forte di due lauree, una in giurisprudenza e l’altra in filosofia, parlava molte lingue, per questo motivo aveva ricevuto incarichi di intermediario per la polizia internazionale, in molte zone lontane d’Europa e del mondo; in famiglia ha da sempre respirato una densissima aria culturale, grazie alla madre, la  poetessa Maria Amico e al nonno Ugo Antonio Amico, filologo e letterato nella Palermo di fine Ottocento, ma, se gli si chiedeva quali fossero stati i suoi insegnanti, lui senza ombra di dubbio rispondeva: la musica. Consapevolmente, o meno, il suo stile letterario si avvicina alla partitura musicale, in special modo quella del Jazz. Una stesura che prevede la partenza da un nucleo di parole, da cui prende vita un altro nucleo, e poi un altro ancora, per quindi ritornare a quello principale; una parola stonata, metafore scorticate fino all’osso: una parola infreddolita e esuberante, buttata lì nel mezzo del calderone descrittivo. Un assolo: una metafora che da sola fa già un racconto. Brusche deviazioni di tema, percorsi oscuri con finale sfavillante. Poi una parola squillante. In “Si riparano bambole”, il protagonista non-protagonista è Pofi e la sua vita, personaggio che fluttua tra le correnti ondivaghe della trama non-trama. Ricordi e fantasie s’intrecciano senza sapere dove finisce uno e inizia l’altro. La vera protagonista, ovviamente, è la tecnica narrativa di Antonio Pizzuto. Un modo di scrivere a cui impartisce un forte senso del ritmo e dell’umorismo sentito. Le scene d’insieme, descritte in movimento, come in una danza, in contrasto alla statica scenografia, si fanno sempre più affollate. Un crescendo di ironia e abilità tecnica. In tutto questo, un personaggio, Pofi, che sembra non possedere la sua personalità, la sua psicologia, a tratti sembra avere la vena ermetico fantastica di Pinocchio, a tratti la lucida visionarietà di Don Chisciotte, nell'attraversare il saliscendi emotivo della sua esistenza: gli amori, le esperienze formative, il divertimento e l’impossibilità di trovare soluzioni per evitare l’impoverimento. Il finale, quindi, lascia largo spazio all’amarezza; la vecchiaia, con il suo carico di memoria, la solitudine, si può racchiudere tutta in una semplice immagine: Si riparano bambole. La cadenza vertiginosa dell’invenzione linguistica unita alla passione meridionale, inseriscono Pizzuto nel filone sperimentale che in quegli anni, a livello internazionale, si opponeva al realismo imperante nei vari campi artistici. L’opera dello scrittore siciliano dal 1959 al 1976, l’anno della sua scomparsa, prendendo in considerazione soltanto le opere edite (e non quelle giovanili seppur anche quelle di pregevole valore), si sposta in una direzione sempre più raffinata e decostruita. “Si riparano bambole” del 1960, insieme a “Signorina Rosina” (1959) e “Ravenna” (1962), si può inserire nella trilogia in cui prevale una certa forma narrativa simile al romanzo, la sua idea polimorfa di romanzo. Le opere seguenti “Paginette” (1964), “Sinfonia” (1966) e “Testamento” (1969) si spingono ancora oltre, introducendo la suddivisione in capitoletti, denominati lasse, termine mutuato dalla letteratura medievale ma con proiezioni lessicali ultramoderne, nel tentativo estremo di abbattere ogni logica, ogni tempo verbale, ogni senso. Per poi approdare alle pagelle (Pagelle I, Pagelle II, Ultime e Penultime), altra forma ancora più ardua di linguaggio, dove anche la grammatica deve rinnovarsi e spetta al lettore trovare, la logica, il senso, il tempo se lo vuole, con un’unica chiave di lettura per decifrare il ritmo, il movimento ellittico e il crescendo: la musica o la musicalità del verbo. Nel virtuosismo linguistico di Antonio Pizzuto, oltre al suo indubbio personale divertimento, da non confondere con l’autocompiacimento, c’è la necessità di trovare altre forme espressive che si possano avvicinare alle partiture emozionali che soltanto la musica può trasmettere.                                  

sabato 3 giugno 2023

FRANCESCO MASCIO - My Standards


Il chitarrista, compositore Francesco Mascio ha scelto il mio blog per rilasciare alcune dichiarazioni in merito al nuovo progetto musicale, "My Standards" uscito il 21 marzo.
In una formazione particolare che varia da brano a brano, si avvale della collaborazione di  Esharef Alì Mhagag | voce, Alberto La Neve | sax, Paolo Mazziotti | basso, Nicola Scagliozzi | contrabbasso, Domenico Benvenuto | batteria.

Pubblicato dalla Birdbox Records, la nuova etichetta discografica che si è già distinta per il particolare dinamismo nei lunghi e difficili mesi della pandemia, riuscendo con la rassegna Jazz Just Like This a portare 22 nomi della musica jazz internazionale su piattaforme digitali.


Nonostante il titolo, l’album non contiene Standards, tutti i 10 brani sono scritti da Francesco Mascio, che da sempre ci ha abituato ad una certa poliedricità tipica del suo “jazz crossover”. Anche in questo album si manifesta attraverso il sapiente utilizzo di numerose influenze di stile quali latin, world, soul, free, classica. Con disinvoltura si passa dal bellissimo tema in guitar solo di Notes from the Heart molto vicino alla tradizione folk americana, al prepotentemente etnico di Esharef's Moment, al soul di Black Mama, mentre il brano Soul of New York porta il jazz contenuto in questo progetto verso una libertà armonica e sonora post free. 


Se è vero che le nuove frontiere del jazz contemporaneo sono legate all’esplorazione di nuovi elementi legati al ritmo, My Standards di Francesco Mascio è un album necessario per comprendere come la commistione dei generi renda la pluripotenzialità di una musica che può essere tutto, pura tecnica e iperborea improvvisazione, sempre portando in viaggio l’anima cullandola con una chitarra intonata a 432 Herz.


Francesco, ho avuto il piacere di ascoltare il tuo disco e, come da sempre ci hai abituato, è di notevole pregio, la tua tecnica è sempre riconoscibile, la tua dedizione ti ha reso celebre tra gli ascoltatori, ma dicci la novità assoluta…


Sono felice di annunciare che presto, molto presto, entro l'estate, il progetto "My Standards" uscirà anche in vinile per gli amanti del genere e per tutti coloro che volessero avvicinarsi a questo tipo di ascolto.


È una vera chicca per i collezionisti e per gli ascoltatori di qualità, per una fetta di mercato che si sta allargando sempre di più perché il gusto che dà un vinile non lo dà nient'altro. 

Nel frattempo, in attesa del nuovo video, di prossima pubblicazione, ascoltiamo il bellissimo brano Notes from the Heart con la chitarra intonata a 432 Hertz. Ci spieghi meglio cosa vuol dire per te questo precisa intonazione?


Si basa su alcune ricerche che effettuo da anni, poiché, oltre la conoscenza delle note, dell'armonia e del ritmo, è importante conoscere la natura delle frequenze stesse che costituiscono la musica. Andando a scavare nella cultura musicale antica scopriamo che esistono delle frequenze specifiche e dei numeri specifici che costituiscono poi l'armonia complessiva della musica, e 432 è l'intonazione che si avvicina di più alla frequenza dell'anima. 










domenica 28 maggio 2023

James P. Johnson e lo stride style



Vivere appena fuori New York significa essere investiti da tutto il materiale sonoro che proviene dalla Metropoli, ma si è comunque esposti alle influenze canore che arrivano dai luoghi di lavoro duro, dove, per superare la fatica, si canta.

James Price Johnson, essendo cresciuto nel New Jersey, ha sviluppato un amore profondo sia per il ragtime di stampo jazzistico che proveniva dai locali fumosi di Harlem, sia per i lamenti e i cori dei cantieri, o dei campi, che in genere erano espressioni del Blues.

Sin da bambino mostra una predilezione straordinaria per il pianoforte tanto da riuscire a suonare a orecchio tutte le composizioni che più lo colpiscono, come le incisioni di Scott Joplin.

Si rivela un esecutore instancabile e brano dopo brano, spartito dopo spartito, ben presto riesce a delineare il suo stile unico e inconfondibile.

Con la mano sinistra tiene un ritmo ben preciso, dalle battute metriche fisse simili a quelle del Blues, e con la mano destra esegue scale melodiche improvvisate, estemporanee, spezzettate come quelle del ragtime. Per poi, se occorre, invertire le mani repentinamente senza spostarle dalla tastiera.

Una tecnica personale, elegante, che unisce musicalmente il Blues al Jazz, utilizzando svariati accorgimenti pianistici, che riescono ad intrattenere e al tempo stesso richiedono un ascolto attento, fornendo il materiale tangibile per la nascita di uno stile denominato "Stride", di cui Johnson verrà riconosciuto come uno dei fondatori.

Già prima degli anni venti, grazie alla sua prima incisione che prevede una cover del suo adorato Scott Joplin e un pezzo a suo dire più moderno, Euphonic Sounds, si guadagna l'indipendenza economica e un embrionale celebrità.

Nel decennio successivo è richiesto i tutti i locali più chiassosi dell'East Coast dove con il suo modo di suonare contribuisce a diffondere il Charleston, come si puo apprezzare in una sua memorabile incisione.

Durante delle registrazioni per la Aeolian Hall di New York conosce l'allora giovanissimo George Gershwin. Divertirsi e suonare, suonare e lavorare indefessamente, per lui erano la stessa cosa. Non si stancava mai di aggiungere o togliere dettagli al suo stile, anche per andare incontro agli artisti che accompava.

La splendida artista polivalente Ethel Waters, dichiarò che non avrebbe mai smesso di cantare quando al piano c'era un musicista così sensibile ed elegante come James Price. Un'altra collaborazione fruttuosa sarà quella con la regina delle voci Blues Bessie Smith. Senza dimenticare gli accompagnamenti per Ida Cox.

La sua passione era la musica e non smetteva mai di suonare, neanche un primo ictus riuscirà a fermarlo, suonerà ancora per più di dieci anni. Si dovrà arrendere soltanto ad un secondo, più potente e paralizzante, ictus che lo condurrà al decesso nel giro di quattro anni, nel novembre del 1955.

Negli anni, la popolarità crescente di pianisti dalla tecnica raffinata come Count Basie, Duke Ellington, Art Tatum, Fats Waller, ha spesso oscurato l'importanza artistica di James Price Johnson, che invece, grazie al suo stile pioneristico, sondando lande musicali mai esplorate prima, ha aperto la strada ai virtuosi del jazz che lo hanno seguito. Il talento cristallino che ha vibrato tra le sue dita merita ben altra celebrazione.




domenica 21 maggio 2023

Will Shakespeare, la tua volontà

Intervista con l'autrice, Cinzia Pagliara 




Ho il piacere di presentare un prezioso libro uscito per le Edizioni Haiku “Will Shakespeare, la tua volontà” di Cinzia Pagliara. Uno scritto, intenso, sintetico, in cui l’autrice grazie a un flusso di coscienza, a un monologo interiore, che si presta all’intonazione polifonica, alla traduzione teatrale ma, anche, alla poesia, racconta di se stessa e del suo passato, attraverso le parole del bardo inglese William Shakespeare. L’intero libro ha un andamento poetico, infatti, e non poteva essere altrimenti, vista l’immedesimazione totale con personaggi del dramma shakespeariano come Ofelia, Giulietta, Desdemona ed Emilia. Un universo di parole che delinea la vita dell’autrice in un intreccio lessicale con la vita delle protagoniste dei drammi, gettando nuova luce sulla loro psicologia di personaggi/persone. Attraverso il suo passato si ricostruisce anche quello dell’universo femminile ideato dal genio del misterioso scrittore inglese. Una vita complessa nella sua semplicità, fatta di sismi emozionali, come quella di un’eroina tragica che, grazie al potere terapeutico delle parole, può anche intravedere il miraggio della guarigione. Ad impreziosire il volumetto c’è la traduzione, sempre curata da Cinzia, di una bellissima poesia “Shall I Die”  di cui non si conosce l’autore ma che gli ultimi studi vogliono che sia attribuita al nostro Shakespeare. Ho avuto modo di incontrare Cinzia Pagliara per farmi raccontare qualcosa in più del suo libro e per addentrarci nei particolari più intimi della sua scrittura. 

Ciao Cinzia, il tuo testo è una dichiarazione d’amore incondizionato per William Shakespeare e, proprio da lui vorrei partire per farti la prima domanda. Di lui si sa tutto e non si sa niente, sono infinite le teorie intorno alla sua figura, come è sterminata la sua letteratura. C’è un passaggio del libro in cui parli del momento in cui è scattato l’amore verso il suo modo di scrivere e mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa di più. Ti ricordi il momento preciso in cui ti sei invaghita di lui? E perché proprio lui, visto che tu sei nata a Roma ma sei siciliana d’adozione, e quindi avresti potuto imbatterti prima in Giovanni Verga, con la sua Capinera, e soprattutto in Luigi Pirandello? 

Ricordo perfettamente il mio "incontro" con Shakespeare: avevo quattordici anni e mi innamorai di Amleto e della sua risposta "parole, parole, parole" alla domanda di Polonio. Parole: quello che andavo cercando. Pirandello è arrivato dopo, al liceo. Ma William è rimasto il mio amore. Certo, ho letto e leggo tanto, e mi piacciono tanti scrittori, con un debole per chi ha sempre un quid di poesia, nell'uso degli aggettivi, soprattutto. Ho un debole per gli aggettivi. Ne userei in quantità industriale… 

Anche io amo Shakespeare, o quello che penso sia lui, per la sua capacità di strutturare in maniera estremamente elegante frasi, in cui riesce a congiungere espressioni forbite e aggettivi, appunto, dal significato opposto. Adoro, infatti, il personaggio di Mercuzio e non ti nascondo che sono affascinato da Iago e dalla sua sottilissima malvagità. Tu fai proprio un elogio della parola e ti avvicini sensibilmente alla qualità espressiva di Shakespeare. Un tessuto epidermico per il corpo e una trama di sinapsi neuronali per la mente... Cos’è per te la parola?

La parola è la ricchezza maggiore che si possa avere. È un'arma che può uccidere, e una medicina che può salvare. È strabiliante, portentosa, implacabile, paziente.. (eccola, la mia dipendenza dagli aggettivi). Preziosa. E ormai in via di estinzione, perché si scrive (e si parla) secondo schemi. Ma la parola è libera, altrimenti, poco alla volta, perde il suo senso. Credo che oggi si sentano molto tristi, le parole. 

Ti riferisci forse a questa modalità espressiva odierna in un universo di comunicazione globale e multimediale che può comunicare tutto e invece non comunica niente?

Sì. Un lessico molto povero, sempre più ristretto, ripetitivo. Sono sparite le sfumature. Tutto è omologato, le storie, i personaggi, i dialoghi. Mancano quelli che io chiamo i "Benedetti"= detti bene. Quelli che fanno scordare il tempo. Quelli che fanno sorridere. In inglese si dice "witty". 

Trovo che sia… “witty”… la tua immedesimazione con i personaggi femminili di cui riesci a tracciare un profilo psicologico parallelo al tuo, come se avessero anche loro un passato, un presente e un futuro. Parli della follia di Ofelia, della purezza seduttiva di Giulietta; scopri personaggi poco studiati come Emilia e soprattutto mi piacerebbe che ti soffermassi un po’ di più su Desdemona per parlare dell’affermazione dell’identità femminile e del femminicidio in questo periodo storico… a te la parola…

I personaggi femminili sono attuali eppure atemporali, mi piacciono per questo. Vivono ancora oggi, ma sono "altro" dalla normalità. Giulietta con la sua seduzione mentale, Ofelia con la sua purezza che lascia senza fiato, "usata" da tutti gli uomini della sua vita  per i loro contorti interessi eppure incapace di "non amare". Chiede amore nella sua follia: "ecco del rosmarino, questo per il ricordo.." e le sue parole non mi sembrano folli. Sono amore puro. Desdemona è la prima vittima di femminicidio che io ricordi, moderna anche lei, nel suo accettare un amore patologico e giustificando il "possesso" che non è mai amore. Come oggi, come ogni giorno nella incessante guerra dei femminicidi. In questo la donna non è riuscita ad emanciparsi, imbrigliata in sensi di colpa e del dovere che la portano sempre sul bordo del baratro. Sono vive, le donne di Shakespeare. Dopo cinquecento anni. Straordinario. Emilia è stata una "scoperta", è la donna che si emancipa dal suo ruolo di sottomissione e davanti al cadavere di Desdemona pronuncia parole di accusa e di riscatto, consapevole di consegnarsi alle mani dell'assassino, il più perfido personaggio che Will abbia creato: Iago. Mi sembra di sentirla urlare ancora oggi "ni una mas", nelle piazze affollate e colorate di rosso delle manifestazioni.

Ecco Iago che torna… lui è molto bravo con le parole…  che sono il marchio di fabbrica anche del nostro poeta… tu, ad esempio, ti sei innamorata del termine “Deliquio”, e soprattutto del poliedrico “Will” nelle sue varie sfumature. Perché, per un lungo periodo della tua vita, hai dovuto affrontare dei problemi seri di salute, come la depressione e l’epilessia del tuo figlio più piccolo ma hai trovato anche un valore terapeutico sempre nelle parole. Ti va di dirci qualcosa in più? 

Io so che le parole sono "curandere" come dice la Pinkola Estes in "Donne che corrono con i lupi". Scavano, portano in superficie, e poi ricoprono, nascondono, proteggono. Qualche anno fa sono stata male, non vedevo più i colori, non vedevo un poi. Capita. Per i motivi più vari. È come cadere e non sapere più come rialzarsi. È allora che, invece che scrivere solo per me, ho deciso di raccontare la mia fragilità, il mio senso di inadeguatezza e di colpa, il mio tempo-non-tempo-fuori dal tempo. E Shakespeare mi ha regalato il termine Deliquio, che è pura poesia. Anche una malattia può essere poesia. Non è stato facile, scrivevo e stavo male, rileggevo piangendo. Ma le parole curano, davvero. E sono tornati i colori, ed è tornato il "poi".

Vorrei che parlassi ai lettori di questa meravigliosa poesia che hai tradotto… 

"Shall I die?" è una poesia che parla di amore e di bellezza. Niente di nuovo, l'amore è il tema più ricorrente in poesia: il desiderio, il piacere, l'attesa. Mi ha attratto per questo: per parlare di amore, cercando rime e ritmi, cosa insolita per me. Non posso né voglio provare che questo apocrifo sia di Shakespeare, mi piace crederlo: si conclude con versi  in cui si trova la parola "will" , il legame tra me è William. Credere nell'amore, dargli una possibilità, questo è il senso che ho letto. E l'ho tradotto in versi. Io amo l'amore, quello che scavalca i muri e non teme ferite.

Sono felice di avere avuto la possibilità d leggere “Will Shakespeare, la tua volontà”, e di poterne parlare con te. In ultimo vorrei chiederti cosa speri che il tuo libro riesca a  comunicare ai tuoi lettori.... Che percorso ti piacerebbe che facesse? 

Vorrei che il lettore (ri)scoprisse il valore emozionale delle parole, e il gusto per le sfumature impercettibili che tutte le vite hanno, e che passano inosservate, confuse nella massificazione generale. Vorrei riuscire ad emozionare, come Will ha fatto con me. Ma soprattutto vorrei che il lettore trovasse will, volontà ( questo il senso del titolo), per non lasciarsi andare mai, per continuare a cercare come Giulietta, e come me, parole che abbiano un "poi". Un sogno? Arrivare nelle scuole: come parola, e come verso. Io e William insieme: what else?

Grazie Cinzia per questa intensa chiacchierata. 

Grazie a te Gabriele… è stato molto bello e stimolante rispondere alle tue domande. 





domenica 14 maggio 2023

Lucio Piccolo: Gioco a nascondere (1960)

 


A volte si deve guardare il mondo da una certa distanza per poter vedere meglio le sue dinamiche, la sua grandezza, le sue trasformazioni; per comprenderne meglio la natura, irraggiungibile, crudele e materna, lussureggiante. A volte bisogna rimanerne fuori per entrarci dentro e andare più a fondo. Coltivando un mondo interiore che orbita intorno al mondo reale per interagire solo a livelli aerei di stratosfera materica. Proprio come predilige operare Lucio Piccolo, da osservatore esterno che, ogni tanto viene raggiunto dalle onde un po’ più lunghe della vita reale. Forse perché la “realtà” reale ha già riservato per lui una gran fetta di dolore. Ha visto il padre giocarsi a carte il patrimonio di famiglia, i titoli nobiliari, i possedimenti palermitani, i luoghi legati all’infanzia di Lucio; poi si è giocato la famiglia stessa, scappando con una ballerina d’avanspettacolo e morendo in giovane età, lasciando i tre figli e la moglie, Donna Teresa Tasca Filangeri di Cutò, nella necessità di ricostruire tutto daccapo lontano da Palermo. L’abbandono del padre Giuseppe Piccolo di Calanovella, li costringe all’esilio dorato della villetta di Capo D’Orlando, a strapiombo sul mare, circondato da un verde rigoglioso ma lontana dal paese, lontano dal Capoluogo siciliano, lontana dal mondo. Nel forzato buen retiro i tre fratelli Piccolo hanno creato un loro mondo fantastico. Il fratello maggiore Casimiro, appassionato di magia e spiritismo, predilige vivere di notte, per dipingere sul momento le presenze manifestantesi al suo richiamo. La sorella Agata Giovanna indirizza le sue passioni verso la botanica, facendo provenire specie rare da ogni parte del pianeta e donando quell’aspetto verdeggiante esplosivo al giardino. Lucio, il più piccolo, sviluppa un personale sentimento per le Lettere; si avventura nella traduzione di poeti suoi contemporanei, si perde nella ricerca e nella scoperta di autori per lo più sconosciuti. Come un segugio dal fiuto raffinato scova la poesia dove è più improbabile che si nasconda: tra i trattati scientifici e gli atlanti geografici, o le guide turistiche di una volta. Poco più che maggiorenne intrattiene una corrispondenza epistolare con il Premio Nobel irlandese William Butler Yeats, in cui trattano i temi a lui più cari, di letteratura, filosofia ed esoterismo. Tra di loro parlano in inglese o forse in latino ma sono innumerevoli le lingue in cui potrebbero parlare. In questo ambiente estremamente chiuso, estremamente aperto alle proposte culturali provenienti dall’estero, in questa segregazione più o meno volontaria, prende forma il linguaggio di Lucio Piccolo. Parte dalla musica, perché sa anche leggerla e comporla, e sa impartire il giusto ritmo ai suoi versi, con dolci giri di boa, o brusche spezzature quando serve. Utilizza parole ricercate, con estrema cura per l’eleganza e attenzione per i termini dimenticati, desueti, con una forte componente sonora. Arricchisce le sue strofe di simboli, di una simbologia ermetica, evidente soltanto a lui stesso, accostando forme anche contrarie tra di loro per creare effetti paradosso. Il suo è uno stile barocco, arzigogolato e visionario, che non prevede l’aspetto terreno o materiale dell’argomento che sta trattando, così non c’è traccia di Sicilia o altre concretezze nei suoi scritti se non nella scelta tecnica; nel suo modo di comporre, come una partitura, come un’architettura che prevede alla perfezione il gioco di geometrie tra luce e ombre, proiettandosi verso tematiche universali. “Se noi siamo figure di specchio che un soffio conduce/senza spessore né suono/pure il mondo dintorno/non è fermo ma scorrente parete/dipinta, ingannevole gioco,/equivoco d’ombre e barbagli,/di forme che chiamano e/negano un senso”. Spesso utilizza il verbo all’infinito, tecnica di montaliana memoria, per impartire più musicalità alla lirica e dare un senso di fluidità perpetua. Proprio Eugenio Montale, dopo aver ricevuto il dattiloscritto di “9 Liriche” stampato con mezzi rudimentali e accompagnato dalla lettera del cugino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (ancora prima che venisse pubblicato il suo romanzo “Il Gattopardo”), presenta Lucio Piccolo al convegno poetico di San Pellegrino del 1954. L’impatto è devastante, il poeta siciliano sembra provenire da un’altra epoca, sia per l’abbigliamento che per la cultura, e non può passare di certo inosservato, anche perché non è più un ragazzino, ha già cinquantatré anni ma la sua nobiltà interiore e il suo candore puerile traspaiono da ogni poro, oltre alla sua immensa sete di sapere che gli fanno guadagnare la stima dei più grandi intellettuali del periodo, spianandogli la strada presso la casa editrice Mondadori che pubblica le sue opere senza un ritorno economico. “Canti Barocchi e altre liriche” esce nel 1956. Il formidabile “Gioco a nascondere” nel 1960 e “Plumelia” nel 1967. Lui vive nel suo mondo che non ha tempo e non sa nemmeno cosa vuol dire allinearsi alle correnti artistiche del suo periodo storico; e questa sua distanza lo fa spesso porre ai margini della letteratura contemporanea, anche perché, per un lungo lasso di tempo poi, è totalmente oscurato dal successo del cugino, con un romanzo come “Il Gattopardo” (1958) di cui tanti capitoli sono stati scritti nella villa di Capo D’Orlando e in molti punti presenta forti influenze piccoliane. Gli unici a non dimenticarlo sono gli intellettuali siciliani che iniziano a frequentare Villa Piccolo in maniera assidua. Si susseguono, così, le visite di Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Antonio Pizzuto e ancora Sergio Corazzini e tanti altri, a sradicarlo da un isolamento che con gli anni diviene sempre maggiore, fino al 1969 l’anno della sua dipartita dal mondo terreno, lasciando tante opere che verranno pubblicate postume, a viaggiare sottotraccia tra gli intenditori; uniche a sciogliere la perfetta solitudine di un genio che bastava a se stesso e che conservava la sua nobiltà interiore dopo aver perso quella degli effimeri titoli.