sabato 24 ottobre 2026

La Poesia è come il corpo

Per la rubrica: Indagine sulla Poesia AI tempi di AI, la chiacchierata con l'autrice Eva di Palma, sulla capacità di osservare, di distilare linfa poetica dalle ferite dell'anima, di dare voce ai fallimenti, e tanto altro...


Eva di Palma, nata a Carpi (MO) nel 1986, ha vissuto alla Spezia, dove ha svolto per anni la professione di avvocata penalista. Attualmente tiene un laboratorio di poesia presso la casa circondariale di Livorno. Scrive da sempre, prosa, ma soprattutto poesia e dopo alcuni riconoscimenti nel 2024 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, Eterna impermanenza / eterno svanire, per la casa editrice Erasmo. I suoi versi compaiono anche in alcune raccolte, tra le quali l’antologia Versi senza voce edita da Ensemble nel 2024. Recensisce libri sulla rivista letteraria ClanDestino e pellicole cinematografiche per il sito del movimento Giustizia Insieme. Realizza opere di collage art, rappresentazioni di poesia visiva, esposte in alcune gallerie. Il 20 ottobre è uscito il suo libro di poesie Bestiale, femminile per Mondadori. Il 27 ottobre verrà presentato a Sanremo dal poeta Giuseppe Conte.  

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un’importante forma di comunicazione?

Tutto parte da una profonda passione per la parola, una vera e propria attrazione. La lettura, prima ancora della scrittura, mi accompagna da sempre, posso dire da quando ho memoria. Con gli anni (anche con gli studi giuridici) ho potuto approfondire la ricerca sulla parola e alimentare la mia fiducia nel suo potere salvifico, che trova la sua fonte primigenia nella poesia. Scrivo da sempre e con gli anni la poesia è diventata la forma privilegiata della mia scrittura. Nel verso ho potuto affinare l’attenzione per la densità della parola, per il suo peso specifico. La parola poetica è intrisa di silenzio, di fronte al silenzio, nutrito di significato, deve lasciare lo spazio bianco. E non può ripetersi: la poesia è come il corpo, non può essere due volte, non nasce due volte. Compito della poesia è strappare la parola all’indicibile, sottrarla al buio, inchiodandola alla sua essenza, vergandola – lapidaria – sullo spazio vuoto della pagina bianca, come una ferita. Penso che non esista forma più pura di comunicazione.

Che rapporto hai con la poesia?

Con la poesia ho un rapporto ininterrotto, che parte da un’attività di scavo profondo, dalla quale si apprende a risalire in superficie con alcune pepite rubate all’oscurità, ancora grezze. Da lì parte il lavoro, l’ossessione di chi tenta di scrivere in versi, l’attività dell’orafo che deve maneggiare quelle petite, levigarle, lavorando di cesello, affinarle, fino a vederle splendere, lisce, inchiodate allo spazio bianco. Non si deve pensare, però, a quest’attività come a un mero viaggio introspettivo. Nulla di tutto questo sarebbe possibile senza l’osservazione di ciò che accade nel mondo, senza la tangibilità del reale, del corpo. Talvolta poeta non è chi inventa ma chi sa osservare. La parola poetica è parola agita, che passa dal sangue al verso sulla pagina, in un costante lavoro che conosce chi è abituato ad avere i piedi sporchi di fango e la testa carezzata dagli dei. 

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Poesia è creazione di mondi col potere della parola, forza creatrice, potente mezzo per modificare la realtà, per definire il magma ribollente del reale. Per questo ho parlato di parola agita. E per la medesima ragione ritengo che non esista alcuna lotta tra il verso poetico e l’utilizzo telematico della parola, ai due sono destinati piani operativi distinti. Se ci si riferisce all’abuso, ancora una volta il nemico non è – solo – il mondo telematico. Della parola indefinita, della parola vana si fa sfoggio quotidiano anche nel nostro consueto dialogare (termine fuorviante, perché nel discorrere comune raramente si fa esperienza del logos), nutrito di luoghi comuni e lontano da quel peso specifico che prima ho tentato di dire. Quando, però, nell’alluvione di parole una riesce a staccarsi, l’occhio allenato ha gli strumenti per accorgersene. Di lì passa l’elettricità, la luce.  

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell’intelligenza artificiale? Sapresti riconoscere uno scritto artificiale da uno umano?

Non può competere ciò che è umano con ciò che non lo è, o meglio, con quello che prende linfa dall’umano, affinando al meglio ciò che l’umano offre (una massima forma di interazione, a ben vedere, anche se l’uomo rischia di esserne tagliato presto fuori, come suggeriscono alcuni aneddoti). Quindi se si vuole parlare di competizione pura e semplice, ritengo che la gara sia impari. Ma la forza dell’umano sta nel saper fallire, nelle sbavature della vita, cui solo la parola umana può dar voce, intrisa di quel sangue che prima si è tentato di dire, forte della sua stessa debolezza. Occorre, però, fare attenzione, perché di quello stesso sangue si sono nutrite anche le risorse che hanno allenato le intelligenze artificiali (non possono sentire, ma hanno studiato su Dante più e meglio di noi, questo dato deve accettarlo anche chi se ne sente spaventato o si illude di potersene allontanare). E la distinzione in sé per sé penso sia sempre più difficile – e non so fino a che punto utile. Ultimamente sono stata sfiorata spesso dal dubbio che alcuni versi scritti da giovanissimi non venissero dal palpitare dei loro polpastrelli, ma fossero sputati ad hoc da un programma digitale, ormai disponibile ai più. Devo dire, però, che, in casi come questi, ho preferito soffermarmi sulla ricerca del perché il giovane abbia così paura di fallire da affidare a una sorta di post-umano un prodotto creativo che dovrebbe essere tipicamente suo. Questo dovrebbe valere in tutti gli ambiti, anche a scuola: invece che studiare sanzioni sempre nuove occorrerebbe modificare gli strumenti di impartizione e verifica del sapere.    

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Sono stata a lungo senza un libro sottobraccio, da proporre durante i reading poetici ai quali ho partecipato spesso. Non ho sentito l’esigenza della pubblicazione per anni. Ho letto tanto, ho scritto sempre, mi sono lasciata contaminare, ho preso parte a raccolte. Solo nel 2024 ha visto la luce la mia prima silloge, Eterna impermanenza / eterno svanire, edita da Erasmo. Un libriccino ancora claudicante, dove hanno trovato voce i filoni principali della mia ricerca poetica, quelli da cui tutto è partito. Da quel momento l’impegno non si è allentato, ma ha preso col tempo una forma maggiormente definita. Fino all’odierna pubblicazione, Bestiale, femminile, il libro uscito il 20 ottobre 2026 con Mondadori. In questi versi ho cercato di cantare la poliedricità del desiderio femminile, dando voce a un eros carnale, selvaggio, talvolta oscuro, scabroso, ma per le medesime ragioni anche spirituale, mi spingerei a dire addirittura sacrale. Ho voluto cantare la femminilità come forza propulsiva di vita, spinta ferina, in costante connessione con la natura, madre e matrigna. In quel bestiale ho provato a racchiudere l’elevazione massima della donna, erotica e mistica al contempo. Nei prossimi mesi saranno molte le occasioni in cui parlerò in pubblico di questo libro, che ha ricevuto fin da subito un’attenzione inattesa.



La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?

Non solo ritengo che la poesia possa ancora comunicare, ma che debba farlo, che questo sia il suo compito. E che debba farlo soprattutto ai giovani e a chi è ai margini della società. La poesia, lungi dall’essere meramente terapeutica, può, però, essere via per una concreta liberazione. Il potere salvifico e libertario della parola poetica può essere d’aiuto ai giovani per definire ciò che ancora appare informe, per strappare a quel buio una parola, salvandola dal privo di senso nel quale galleggiano. E questo potere può esplicare tutta la propria forza anche in altri ambiti, come quello carcerario, dove attualmente sono impegnata con un laboratorio di poesia che mi sta regalando potenti soddisfazioni.