sabato 6 maggio 2023

La motivazione del premio 2022

Come da tradizione, a ridosso della cerimonia del 2023, a distanza di un anno, sono uscite le motivazioni delle premiazioni AlberoAndronico 2022. 
Ed è bellissimo ricevere una recensione per un libro di poesie non ancora pubblicato...





 

domenica 30 aprile 2023

Ferdinand Morton: Mr. Jelly Roll




Quando Ferdinand Morton entrava in un locale, immediatamente attirava tutte le attenzioni su di sé. Indossava sempre un soprabito attillato su completi alla moda, sfoggiava uno splendido sorriso, reso ancora più scintillante dalla presenza di un grosso diamante sul dente incisivo superiore. Era pieno di sé, egocentrico e tracotante, non gli interessava attirare le simpatie degli astanti. Chiunque stesse suonando al piano lo invitava ad allontanarsi per fargli posto. Prima di sedersi spolverava lo sgabello con un fazzoletto di prelibata fattura e poi si esibiva sciorinando il suo repertorio che ne faceva uno dei più grandi pianisti del Jazz, come amava autodefinirsi. Il problema è che, probabilmente, era davvero uno dei massimi esponenti dello strumento a tasti di quel periodo storico, quindi chi non era un suo estimatore a livello caratteriale doveva comunque sopportare la sua supponenza.

Il suo stile fondeva la metrica scomposta del ragtime a generi musicali di varia provenienza, diluendo le battute sincopate con fraseggi melodici simili al tango o al valzer e la polka. Con brani come Jelly Roll Blues del 1915 (una delle prime incisioni jazz in assoluto), Tank Town Bump, Wolverine, Mama Nita, a tutti gli effetti può essere definito un traghettatore del genere rag blues, passando dallo stride style, allo stomp, e allo swing, al genere jazz. Uno dei più grandi esponenti del jazz, certo, ma non l'inventore del genere, sempre come amava autodefinirsi. Pur di avvalorare la sua tesi falsificava la sua data di nascita, l'aumentava di cinque anni. Si sa poco di certo riguardo il suo passato, ma una cosa è sicura, l'anno di nascita, che è il 1890. Nato nello stato della Louisiana da famiglia creola, quindi abituato fin da bambino alla musica e alla contaminazione. Il nome di suo padre è La Mothe, e quello del suo patrigno Mouton, Ferdinand lo trasformerà in Morton, forse perché non ama i termini francesi o forse sempre per la solita passione per la contaminazione. Il suo nuovo nome sembra una fusione tra i due.

All'età di diciassette anni si trasferisce a New Orleans e si stabilisce nel quartiere di Storyville, il quartiere a luci rosse, dove suona il piano nei bordelli per intrattenere gli ospiti mentre lui è intrattenuto dalle ragazze che ne apprezzano le capacità amatorie, grazie alle quali nasce il soprannome Mr. Jelly Roll, anche se si sospetta che si tratti ancora di un'auto attribuzione.

La maggior parte dei suoi colleghi lavora di giorno e suona di notte, mentre lui fa di tutto per non lavorare; giocatore d'azzardo e scommettitore, spaccone al tavolo di biliardo e pappone a tempo perso. Ovunque ci siano soldi e opportunità c'è lui. Nel frattempo affina il suo stile e stressa gli orchestrali.

La vita lo porta spesso a spostarsi per convenienze economiche. A Chicago conosce i musicisti giusti per formare La Red Hot Pepper, l'orchestra con la quale registrerà la maggior parte dei suoi successi tra i quali, Doctor Jazz Stomp, Dead Man Blues o Hyena Stomp.

Lo stile di vita vissuto sull'onda del fatalismo e dell'opportunità non sempre ha pagato il giusto prezzo, per cui la crisi economica degli anni trenta, che ha destabilizzato la carriera di tanti musicisti, complica la vita anche a lui, che è costretto ad adattarsi a suonare in locali sempre di più basso livello, fino al quasi totale oblio. Destino a cui non sa rassegnarsi. Combatte con tutte le sue forze per recriminare il suo status, e pur di riottenere un barlume di visibilità, scrive lettere disperate e deliranti agli speaker delle radio che trasmettono jazz, ma il suo carattere che ha seminato antipatie nel settore non lo aiuta a riemergere. La lenta deriva continua fino al 1941, l'anno in cui residui di malattie non ben curate e indebolimento cardiaco pongono fine alla sua vita. Negli anni in cui lui scintillava illuminava tutto intorno, e anche se per amore dell'azzardo diceva di essere l'inventore del jazz, per lo stesso azzardo sono nate perle come Finger Breaker o The Crave, che il jazz può sfoggiare con orgoglio tra i suoi archivi e di certo hanno consolidato le fondamenta di questo genere.








sabato 22 aprile 2023

La mia intervista a Greta Margaret Cipriani

Foto di Carlo Goretti

 

La vulcanica musicista Greta Margaret Cipriani ha scelto il mio blog per rilasciare delle dichiarazioni sui brani che eseguirà a Toronto proprio in questi giorni. La pianista, poetessa e compositrice di origine abruzzese è stata invitata ad esibirsi in Canada in una serie di concerti in qualità sia di pianista e compositrice assieme al soprano Bianca D'Amore e all'attore Donato Angelosante sia come pianista solista. Non c'è occasione migliore per proporre in prima assoluta il brano dedicato ai suoi luoghi natii: Terra d'Abruzzo, di cui ha composto testi e musica. Ho incontrato Greta per fare una chiacchierata su questa nuova avventura. 

Qualche mese fa sono stata chiamata per suonare in una serie di concerti in Canada. I concerti sono stati organizzati dal fondatore del Centro Scuola e Cultura Italiana di Toronto, Alberto Di Giovanni. Sono stata invitata sia in qualità di pianista compositrice, sia per suonare con gli artisti Bianca D'Amore (soprano)  e Donato Angelosante (attore) in un progetto di valorizzazione storico-letteraria. Per l'occasione, oltre a portare delle composizioni mie per pianoforte solo, ho deciso di scrivere un brano dedicato alla mia terra d'origine, dove ho vissuto la maggior parte dei miei anni. Questa composizione, assieme ad altre, verrà eseguita in Prima Assoluta nella città di Toronto.

Il legame con la mia terra posso definirlo più a livello di panismo che procede da un'esigenza interiore molto radicata. In D'Annunzio, lo scrittore e poeta di origine Abruzzese, il panismo permea gran parte della sua produzione poetica, tendenza che lo porta a confondersi con il Tutto Naturale anche nella definizione e ricerca di termini naturalistici forbiti, pregnanti, musicali.

Il mio 'panismo' è qualcosa di meno evidenziato linguisticamente, è un moto interiore profondo e ancestrale che si riferisce ad un'immedesimazione 'fisica', quasi 'biologica', emulativa, corrispondente, assonante nei confronti dei tratti caratteristici naturali abruzzesi.

Quante volte ho sentito risuonare in me la ruvidità e l'imponenza delle montagne delle Gole di Tremonti, oppure la dolcezza digradante dei vigneti sulle colline chietine, oppure, lo spirito esule che riecheggia in alcuni luoghi benedetti di colui che fece 'il gran Rifiuto'.

È pur chiaro che una terra che ha dato i natali a personaggi illustri, porta con sé l'humus germinale, la radice, di alcune intuizioni che avrebbero trovato sviluppo altrove, come quella propensione crociana a stabilire una visione quantomeno solida ed esaustiva del vivente, l'amore dannunziano per l'estetismo in ogni cosa, l'analisi ovidiana del mito e del reale, la profondità siloniana di un sentire 'puro'.

È a questa radice sottintesa che mi appello, pur in una semplicità tutta musicale, senza appigliarmi volontariamente a riferimenti troppo dichiaratamente intellettuali.

Inoltre, alcuni sentimenti profondi, ma più generici e non legati strettamente alla terra, li ritrovo in alcune poesie mistiche di mia madre, che conservo in qualche modo nel mio essere.

Per cui la Musica per me, anche se non meramente descrittiva a livello di linguaggio e proprio per questa sua caratteristica, mi permette di aderire meglio a quei moti interiori più vicini alla verità sensoriale della Natura che mi ha sempre circondato, oltre a farsi veicolo di riflessioni sulla Storia del popolo che la abita da secoli, attraverso l'uso della Parola, che può essere affidata al Soprano o al Tenore (in questa Prima al soprano) per essere 'detta'.


Abbiamo avuto la possibilità di collaborare in varie occasioni e ho avuto modo di apprezzare il tuo talento come pianista, compositrice, poetessa, cantante, amante delle sperimentazioni di varie forme musicali. Già con la vittoria del Tour Music Fest avevi dato prova del tuo estro compositivo, accostando, in quel caso, il pianoforte ad effetti elettronici. Qui, invece, riprendi la tradizione operistica Romantica, intessendola di un gusto personale, legato alla tua visione intima della musica e dell'atto poetico.


Sì, in questo brano, ritorno nella classicità pura, nella bella melodia e bel canto, scrivendo un testo poetico simmetrico ed evocativo dove protagonista assoluta è "la Terra", l'habitat della gente antica d'Abruzzo. Un'opera solenne e vera, legata alla gente nobile di cui io stessa sono figlia. 


Inoltre porterai il brano Magnificat. Anche In questo caso proponi una tua versione di Magnificat, in cui ti stacchi dall’originale invocazione (legata principalmente alla figura della Madonna), per mantenere solamente la solennità della preghiera mista ad un senso di meraviglia, che però viene dall’oscurità. 


Dalle oscure acque profonde viene la visione nobile. L’abisso dell’oscurità assomiglia ad un mare tremebondo, l’inquietudine assomiglia ad un paesaggio incerto e grave, dove le armonie lasciano sempre un senso di sospensione. Qui, In questo paesaggio, è la visione, l’idea di una possibile preghiera a riscattarci dal senso di gravità e smarrimento. Una preghiera di qualcosa di noto, antico, sacro.

Questo pezzo nella sua struttura e compagine armonica è stato scelto per fare da sfondo alla lettura di alcuni passi del Canto XXVI dell’Inferno, il Canto dove viene presentata la figura di Ulisse, in tutta la sua umana peculiarità, assetato di conoscenza e proprio per questo un eroe condannato a vagare per sempre a causa della sua inquietudine, per aver sfidato in qualche modo i confini “divini” e che manca nelle sue azioni della giustezza divina. L’incertezza ondeggiante del mare si lega bene alla scenografia iniziale del pezzo nel suo tremolio di ottave che fanno da pedale in un pezzo dalle tinte iniziali scure ma in seguito anche luminoso.

È da questo oceano quasi indefinito che si leva il canto, da questo mare di conoscenza imperfetta umana. Da questo mare le note, come dei canti salmodici, sono destinate a rinfrancare gli animi.


Quindi, In realtà, la tua non è una vera e propria opera religiosa, ma prende in prestito alcuni connotati del “sacro”...


In un’epoca in cui c’è stato lo “squarcio” di Nietzsche che ha messo in discussione i valori fondanti e dove l’umanità dovrebbe considerarsi più “democratica”, per me questo Magnificat è il ritorno ad un senso di solennità, però intima, personale.

La preghiera dunque può essere considerata questo desiderio di Armonia personale e magari anche Universale.


E, ultimo, ma non ultimo, il brano, My Piano, un brano che fa parte dell'album Piano Universo, che ho avuto il piacere di ascoltare e recensire in anteprima nel 2019. in cui la scrittura del pianoforte esce da sé stessa per proiettarsi in una dimensione ulteriore, quasi cinematografica.


È una melodia fortemente romantica, dai toni idealistici, quasi un canto di amore e di speranza. È dedicata allo strumento per cui scrivo maggiormente, il pianoforte.

Arrivare alla sintesi per qualcosa di semplice, diretto e universale è una sfida principalmente di natura filosofica.

Questo brano verrà eseguito assieme ad “Un cuore incorrotto” di Ignazio Silone, proclama della sua idea di Libertà, pura, incorrotta, scevra da condizionamenti.

Un cuore dove l’idea di Libertà è soggettiva, come personale è la propria visione del Mondo.



domenica 16 aprile 2023

Davide Cortese: "Tenebrezza"



Non posso che rendere omaggio a questo bellissimo libro di poesie di Davide Cortese. Da vero poeta, in questi versi,  Davide, riesce a mettersi completamente a nudo, rivestendosi esclusivamente di musica in strofe. Le paure, le incertezze, i desideri,  tutti gli intimi sommovimenti del poeta si muovono tra melodia e malinconia, insinuandosi profondamente tra i pori della pelle e le ghiandole lacrimali di chi legge, per fare esplodere tutto con estrema dolcezza. Ho incontrato Davide, come spesso accade, anche casualmente, tra i vari eventi culturali della Capitale, e ho avuto modo di chiacchierare un po' con lui del suo libro.  

Bellissimo già il titolo: "Tenebrezza", perché in una parola sei riuscito a cogliere vari stati d'animo, a evocare diverse sensazioni; è già esaustiva di per sé, ma che cos'è per te Tenebrezza?

Tenebrezza è per me una tenerezza crepuscolare, una dolcezza saturnina, una compassione per ciò che nell’umano è oscuro, una nostalgia dell’avvenire incerto, un timore della gioia del passato. È per me questo e molto altro.

In tutte le poesie si avverte questo senso di inquietudine, di dolce melancolia, come se qualcosa stesse sfuggendo nel momento stesso in cui te la godi. Tutto si consuma?

Sì, questo consumarsi di tutto è al centro di molti versi di questa raccolta e anche di altre precedenti. Sono ossessionato dal tempo che passa e che non torna, dal presagio della fine che è in ogni cosa, dall’addio che può leggersi ovunque e in ogni istante.

Forse l'unico modo per non consumare la vita è la Poesia, anche se poi si va a bottega dal diavolo, citando proprio dei tuoi versi. Cos'è per te la Poesia?

La poesia è l’incontro segreto tra bellezza e mistero a cui il poeta assiste accidentalmente, come al convegno notturno di due amanti. Di questo intimo incontro tra bellezza e mistero, il poeta-testimone serba solo un profumo: nessuna prova. Questo profumo ha la consistenza che hanno i suoi versi, che sono tutti indizi di poesia, e che solo insieme agli indizi del lettore diventano prove.

Quando ti sei accorto che era così importante per te essere poeta-testimone della bellezza e del mistero? 

Ho scoperto che esprimermi attraverso i versi mi dava gioia già da bambino. Privilegiavo le rime baciate, allora. La parola ha il potere di creare, di rivelare, di salvare dall’oblio.

Cosa ti aspetti, o cosa ti auguri, che un giovane lettore che si avvicina alla poesia trovi nei tuoi versi? Eventualmente che consiglio gli daresti?

Mi auguro che il lettore trovi tra le mie pagine qualcosa di significativo per sé  o anche solo che colga il guizzo di una luce nuova, di un sorriso inaspettato. Al giovane lettore consiglierei di leggere voci poetiche molto diverse tra loro. 

Grazie Davide, sono sicuro che il lettore troverà qualcosa di più, come in uno specchio, potrà riflettere le proprie emozioni e avrà la possibilità di riflettere ancora oltre... e magari salvarsi dall'oblio, proprio come dici tu...



domenica 2 aprile 2023

Uno sparo e un sorriso

Per il ciclo: Cronaca Lirica, il racconto liberamente ispirato ai fatti avvenuti durante l'attentato al Bataclan. Con un disegno di Miriam Autiero. 

Disegno realizzato da Miriam Autiero


Uno sparo! Bang! Ogni volta che percuoto la bacchetta sulla pelle del tamburo risento quello sparo. Il botto secco e intenso nell’aria, lo scoppio che stordisce. Riprovo la stessa sensazione di intontimento e rivedo, sì rivedo, il sorriso di lei che muore tra le mie braccia. L’intontimento, l’incredulità, il dolore. Nel battere sul tamburo, come in una detonazione, rivivo tutto di quel giorno. Il giorno in cui ho perso lei. Era la sera in cui decidemmo di andare al concerto di una band che si stava affermando proprio in quel periodo grazie all’energia e alla tecnica del batterista. Lei mi aveva appena regalato una batteria. Non una batteria completa, i pezzi base, una gran cassa, un rullante, due tom tom, i piatti charleston e un ride. Li aveva presi di seconda mano su internet, una volta incassato lo stipendio, perché io potessi iniziare a suonare. Era il regalo più bello del mondo per me. Per me che volevo fare il musicista. Il batterista. Lei ha sacrificato alcuni stipendi perché potessi suonare su una batteria vera e non su percussioni improvvisate o inventate come ho sempre fatto. Il regalo più bello della mia vita. Faceva freddo quel giorno. Avevamo indossato cappottoni pesanti e sciarpe e cappelli. I nostri respiri si trasformavano in vapore all’uscita dalla bocca a contatto con l’aria esterna. Tremavamo dal freddo. Ci abbracciavamo il più possibile per scambiarci calore. Tremavamo per i brividi ma eravamo felici, lì in coda, in attesa del concerto. Già pregustavamo il vino che avremmo bevuto, la musica che avremmo sentito, le tecniche che avrei potuto imparare. Quando faceva freddo le si spaccavano le labbra ma non aveva voglia di togliere i guanti per mettere il burro cacao, così chiese a me di passarglielo sulle labbra. Cercai di fare il miglior lavoro possibile ma, nonostante tutto, la mia poca abilità nel passare il burro cacao, la fece sorridere. Eravamo in tanti lì fuori in attesa del concerto. Poi all’improvviso lo sparo, un uomo che inneggia ad Allah, la folla che si disperde, lei che si fa più pesante tra le mie braccia. Poi altri spari, che non sento. Non riesco a capire quello che sta succedendo. Vedo gli altri fuggire impazziti ma noi non possiamo, siamo bloccati. Lei è sempre più pesante tra le mie braccia. Non riesco più a tenerla, la adagio sulle mie ginocchia e cerco di chiedere cosa succede. Lei mi sorride, non risponde. Mi sorride, non respira. Mi sorride, il cuore non batte più. Mi sorride, non è più viva. Mi sorride. Un proiettile le ha trapassato il polmone da dietro, si è fermato sul cuore. Mi ha fatto da scudo. Avrebbe potuto prendere me quel proiettile. Avrei preferito che prendesse me. 

Rimaniamo lì da soli in un angolo della piazza del mercato dove di solito c’è fermento e brulichio continuo di gente che brama sprazzi di vita. Adesso invece soltanto, desolazione, il lastricato che riflette la luce dei lampioni, i banconi chiusi, gli alberi spogli, tristezza. L’incapacità di capire cosa è appena successo. 

L’intontimento, l’incredulità, il dolore, l’impotenza. Un attentato terroristico di matrice islamica, dicono gli agenti di polizia appena arrivati. Un attentato terroristico, dicono i giornalisti. Un attentato terroristico, dicono tutti. Lei è morta, dicono i medici. Io ho visto soltanto un folle che si è messo a sparare tra la folla e poi si è disperso con il disperdersi di essa. Ed io sono rimasto lì, con lei tra le mie braccia, mentre mi sorrideva. 

Quell’esplosione è rimasta dentro di me, ammutolendo le mie percezioni. 

L’incapacità di comprendere quello che è successo. Non saprei come chiamarlo adesso. Attentato. Follia. Ingiustizia. Destino crudele. Un vuoto. Sicuramente un vuoto doloroso e incolmabile. Nessuna lacrima a lenire il dolore. L’incapacità di riconoscere la vita. Da quel momento tutto ha assunto un altro senso. Non ha avuto più nessun senso. Nessuna passione. Nessuna musica. Soltanto uno sparo e poi il nulla. 

Ho sentito quello sparo nella mia testa per moltissimo tempo. E andava a finire sempre allo stesso modo. Con il suo sorriso. Guardavo la batteria che mi aveva regalato e la odiavo. Eppure era la cosa che più mi ricordava lei. Nessuna passione. Nessuna musica più. Nessuna salvezza. Continuavo a sentire quello sparo nella mia testa. 

Poi un giorno per assordare lo scoppiare del mio cervello mi sono seduto alla batteria e ho percosso con la bacchetta la pelle del tamburo, con tutta la forza che avevo. Un’esplosione! All’esterno. Finalmente un’esplosione all’esterno di me, che apriva i canali del mio cuore, i canali delle mie lacrime. E ho continuato a battere, ho continuato a battere, ho continuato ancora. Per tirare fuori tutto quello che avevo dentro. Ogni battito sulla gran cassa il battito del mio cuore. Tum tum tum prende ritmo, tum tum tum prende vita. Tum tum tum prende rabbia. Un battito dopo l’altro. Il ritmo prende quota. È il ritmo della mia rabbia. E batto, ribatto. Uno squarcio di tempesta a ciel sereno. Follia, maledetta follia degli uomini che si abbatte sempre sugli uomini stessi. E io schianto, percuoto. Una valanga rotolante di massi inarrestabili. Quante vittime ancora, quante vittime innocenti servono a questo dio. E io scasso, fracasso. Un boato sismico che scuote le fondamenta. Quale famelico dio può avere tutta questa sete di sangue e continuare a uccidere. E io scasso, sconquasso. Un’onda d’urto per l’abbattimento del muro del suono. Quale famelico dio se non il dio denaro, di chi ha interessi economici, di chi ha interesse che tutto rimanga così. E io frango, rifrango. Girano le armi, girano i soldi, girano le vite. E io sfascio, distruggo. A chi fa comodo, a chi fa comodo tutto questo… Le mie domande non hanno risposte. Solo disperazione. Le mie domande non hanno risposte ma lentamente il mio spirito si rasserena, il ritmo si fa simile a quello del cuore, come una pioggia notturna in primavera. E il cuore che sento è il cuore di lei. Era il suono che le piaceva di più. Quello della pioggia notturna in primavera. Così rara, così intima. Io beccheggio sul rullante, sui piatti, come se le bacchette fossero i miei polpastrelli e potessi praticare un massaggio cardiaco nel petto di lei. Perché il suo cuore batta ancora insieme alla mia batteria. Perché il suo cuore viva. Perché il suo sorriso sia un sorriso di una persona in vita. Sì, così la sento. Viva. Non è possibile tutto questo, no. So che non è possibile, lo so, ma ogni volta che mi siedo alla batteria e percuoto la bacchetta sulla pelle del tamburo sento quello sparo e rivedo il suo sorriso. 



Alcuni pareri dei lettori:


Dire che questa storia è toccante è poco.... ti entra nel cuore e nell’anima.... Grande Gabriele.

Luca Paoli


Caro Gabriele come sempre riesci in un racconto a emozionare chi lo legge. E il legame tra "uno sparo e un sorriso" è molto sottile e quel che mi rimane è il "sorriso" di una persona che rimarrà per sempre.

Bravo sopratutto per non dimenticare ciò che è accaduto.

Enrico Belbusti


Bellissima Gabriele!

Dario Lastella


Con abbondante ritardo ci tenevo a dire la mia:...bello, gran ritmo e ricco di pathos...mi ha emozionato...😢❤️🙏🎼

Francesco Mascio


Vivo e avvolgente, grazie

Roberto Menabò


Certe storie vanno "ascoltate" più che lette...onorata di aver incrociato il tuo cammino 💗

Valeria La Rocca


Un racconto molto bello Gabriele😊

Maurizio Fierro


Trasuda di vita il tuo racconto, drammatico ma con una rara potenza evocativa che riporta al ricordo, ricordo che vive e, con esso, vivono la vittime innocenti della guerra, di tutte le guerre. Bello davvero Gabriele.

Maurizio Celloni


Qualcuno doveva pur raccontare per non dimenticare. Tu hai saputo... 🌟

Isabella Dilavello


Bella storia.

Pupi Bracali


Un bel racconto, che purtroppo ricorda fatti recenti, che hai saputo raccontare con sensibilità.

Gabriele Dodero


il dolore di ognuno tra la folla. Il dolore che si porta dentro. È Il vuoto di ciascuno a dare la misura della sofferenza.

Lucia Gargano


L'ho letto fino in fondo tutto d'un fiato, straziante ma immenso è sempre un piacere leggerti 👍❤️

Rosario Buonfiglio


In “Uno sparo e un sorriso” di Gabriele Peritore

l’incredulità, il dolore, l’impotenza, un labirinto di schegge che riflette nella lucida memoria del protagonista e giunge a me lettore come ad interrogarsi su quale via da scorgere oltre il buio, se per il potere di una cieca violenza i nostri occhi non torneranno alle carezze della luce di un sorriso

Cony Ray


Hai una narrazione tumultuosa e travolgente, si percepisce il battito del romantico e il senso del ritmo del musicista.

Stefania Giammillaro





domenica 26 marzo 2023

Nick La Rocca: una luce italiana all'alba del jazz

                                                    


Come succede anche attualmente era difficile vivere di sola musica nella New Orleans degli inizi del Novecento. Il padre lo ripeteva sempre al piccolo Dominic, chiamato Nick per abbreviare, il quale aveva una passione pura e incontenibile: non riusciva proprio a fare a meno di sfilare la tromba del padre dalla sua cornice sulla parete. Prima per gioco e poi per esercitarsi seriamente. New Orleans di inizio secolo è un crogiolo ribollente di razze ed etnie diversissime tra loro. Alle due comunità più grandi, Quella afroamericana e quella francese, vanno aggiunte altre corpose comunità di spagnoli e italiani. Tra gli italiani ben 30.000 sono siciliani. Una di queste famiglie è quella di Nick. I La Rocca partono dalla Sicilia, da Salaparuta, perché il giovane Girolamo, da poco sposato con Vita, non riesce a sostenere le spese del fresco matrimonio con i suoi piccoli guadagni da ciabattino. New Orleans in quel periodo è una delle città degli Stati Uniti che permette facili assunzioni per i suoi vasti campi di cotone e per il suo fiorente porto fluviale che tanto comunica con l'Italia, importando agrumi dalla Sicilia e facendo lavorare il cotone nell'industria tessile di Genova: il tessuto ricavato, di ritorno in America, verrà ribattezzato jeans. Girolamo e la moglie decidono di stabilirsi nella cittadina della Louisiana per iniziare una nuova vita e finalmente mettere su famiglia. Porta con sé la sua tromba, o meglio la cornetta, il ricordo di quando era bersagliere e suonava nella banda In presenza del generale La Marmora. La incornicia come un cimelio, minacciato soltanto, qualche anno dopo, dall'arrivo del piccolo Nick e dalla sua passione irrefrenabile. La tromba è spesso motivo di grosse liti tra il padre e il figlio, nel tentativo di fare comprendere all'aspirante musicista i valori del "lavoro vero", che richiedono sacrificio e impegno, e soprattutto che l'arte non dà il pane. Le parole accorate provengono da un uomo che ha conosciuto la fame, mentre Nick sente l'esigenza di assecondare fin da ragazzino la propria personalità, focosa, turbolenta e ambiziosa. Il padre, per non fargli toccare la tromba, in un gesto estremo, dettato dalla rabbia, distrugge lo strumento, per poi colto da pentimento, ripararlo. Questo episodio si ripete spesso in casa La Rocca e, in questo clima, cresce Nick, costretto a nascondersi nei posti meno appropriati per allenarsi a suonare, disturbando l'intero vicinato. Fin quando, all'età di 15 anni, non perde il padre e scopre il dolore, ma anche la libertà. A New Orleans grazie alla commissione di etnie, per le vie, nei luoghi di lavoro, nei locali, si sente suonare tantissima buona musica, ma prevale, tra le altre, l'improvvisazione a turno di strumenti in assolo sul blues, un genere che forniva le basi al jazz, che nello slang locale veniva chiamato jass. In particolare il jass di New Orleans, così eclettico e vitale, veniva definito Dixieland jass. Nick studiava con ammirazione le improvvisazioni alla cornetta del grande Buddy Bolden su cui si esercitava improvvisando i suoi assolo, che nascevano dall'imitazione dei suoni di tutti i giorni, i versi degli animali e i clangori metropolitani. Con le prime esibizioni e i primi guadagni può permettersi un nuovo strumento e di conoscere la gente giusta per formare il primo nucleo di un'orchestra, con cui non ci sarà manifestazione pubblica della sua città in cui non suoneranno. Uno dei pochi bianchi in un genere prevalentemente nero afroamericano. Presto si accorge che per avere più ingaggi deve snellire l'orchestra, portandola a una band di cinque elementi, tra cui un altro oriundo italiano, Tony Sbarbaro alla batteria. Durante un evento sportivo di importanza nazionale vengono notati dal produttore Johnson della Victor che propone loro di incidere un disco. Così, nel 1917 nasce "Livery Stable Blues", di Nick La Rocca And The Original Dixieland Jass Band (termine in seguito sostituito con Jazz), una delle prime incisioni del genere, che grazie a brani come Tiger rag, Clarinette Marmalade, dal ritmo energico ed energetico per chi li ascolta, venderà più di un milione di copie, contribuendo a diffondere il jazz a livello nazionale e internazionale. Grandi artisti come Louis Armstrong si formeranno su questa incisione, proponendo i brani che ne fanno parte come standards. La fama di Nick La Rocca e la sua band li porterà a suonare per la famiglia del re d'Inghilterra, Giorgio V. I successi si susseguono costanti, a livello mondiale, ma il carattere di Nick rimane sempre lo stesso, anzi, con la pressione crescente, peggiora, non riuscendo a evitare litigi furibondi, fino allo scontro fisico, con gli altri membri della band, arrivando all'inevitabile scioglimento. Il carattere turbolento e ambizioso che ha portato La Rocca alla vetta del successo lo ha anche precipitato nel baratro dell'oblio. A distanza di cento anni forse è arrivato il momento di tirarlo fuori da questo oblio, riconoscendo la sua importanza nella diffusione del jazz e rendendogli gli onori che merita.




 


domenica 19 marzo 2023

Pirandello segreto

 Pirandello segreto - una chiacchierata con Arianna Fioravanti (2017)


Quest'anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello e ci siamo ripromessi di tracciare un profilo inedito dello scrittore siciliano grazie al fondamentale e sensibile contributo di Arianna Fioravanti, autrice del libro "Una vita senza vita. Pirandello in cinquant’anni di lettere" che ci restituisce un'immagine intima e sconosciuta di Pirandello, ricostruita attraverso il voluminoso epistolario tenuto, con diversi destinatari, fino alla fine della sua vita. Ho incontrato Arianna alla consegna del Premio Internazionale Pergamene Pirandello, che si svolge ogni anno ad Agrigento, e ho avuto modo di rivolgerle qualche domanda per avventurarci in questa impresa. Le prime curiosità sono legate ai luoghi; Arianna, tu sei di Roma e la Capitale offre un lungo elenco di scrittori di altissimo livello... cosa ti ha spinto a dedicarti all'opera del drammaturgo agrigentino? 

Ora che mi ci fai pensare se avessi dovuto scegliere uno scrittore romano senza dubbio avrei scelto Moravia, ma non sono i confini geografici né altri tipi di confine a condizionare l’amore, e con Pirandello è stato grande amore… a 15 anni avevo i suoi ritratti appesi in cameretta, a 18 conoscevo tutta la sua opera, lo portai anche come argomento a piacere all’esame di maturità, conservo ancora la tesina. Della sua opera mi colpirono in particolare la filosofia arzigogolata, la distruzione delle certezze assolute, la ribellione ai formalismi (da cui egli personalmente non riuscì mai a liberarsi), l’umorismo, la vita come «enorme pupazzata», insomma, per dirla con Gramsci, «le tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori» e dei lettori, producendo «crolli di banalità, rovine di sedimenti di pensiero».  

Sappiamo che, pur essendo Pirandello uno scrittore di importanza mondiale, la stragrande maggioranza della sua opera è legata alla Sicilia (Agrigento in particolar modo), e ai siciliani, passando da correnti letterarie quali il verismo e il naturalismo, che prevedevano una abilità espressiva mimetica dei luoghi in cui erano ambientate le novelle o gli altri testi. Se ne potrebbe dedurre un grande amore verso la sua terra: dalle lettere si evince qualcosa a riguardo? 

Pirandello è uno scrittore siciliano. La Sicilia ha condizionato la sua formazione e la sua opera in mille modi diversi. Mi vengono per esempio in mente le grandi amicizie che influenzarono la sua produzione artistica, come quella con Luigi Capuana che lo attrasse nel mondo della narrativa, o con Nino Martoglio, che lo spronò a scrivere per il teatro, che agli inizi del suo successo fu appunto in dialetto… ma soprattutto per “l’aria” che Pirandello respirò in Sicilia nei suoi primi venti anni di vita, prima di lasciare l’isola. La Sicilia dell’Ottocento, quella dei latifondi, dei privilegi, delle rigide caste sociali, a cui lo scrittore rispose con esplosività distruttiva; ma anche la Sicilia dei formalismi, dell’allusività, della reticenza, dell’onore, sotto la cui oppressione si agitava senza liberarsene mai completamente la ribellione del nostro autore. E a proposito di ribellismo pirandelliano, come non notare una connessione con gli avvenimenti rivoluzionari che sconvolsero la Sicilia preunitaria? E pensiamo anche al tabù sociale del sesso e alla concezione rigida di famiglia che Pirandello aveva ereditato dalla sua terra, e contro cui, anche qui, in contraddizione con sé stesso, scaraventava il suo umorismo. In particolare c’è una lettera in cui, raccontando alla sorella del modo semplice in cui in Germania si faceva amicizia con le ragazze, scrisse al riguardo: «Comprendo anche che tal modo di vita non si addicerebbe per nulla ai nostri paesi, dove regna l’ipocrisia e la buona educazione fa difetto in presso che tutti gli uomini». Pirandello amò la sua terra ma i rapporti con la società siciliana furono molto conflittuali. 

Tu invece che rapporti hai con la Sicilia? 

In Sicilia sono come a casa. Per la cordialità delle persone, la simpatia, l’affabilità, e forse anche un po’ per averla da sempre sentita vicina attraverso le opere di Pirandello.

Pirandello è stato un maestro nello svelare la profonda spaccatura tra l'identità percepita di se stesso dall'individuo e quella percepita dalla folla di individui attorno dello stesso soggetto. Un maestro altresì nel descrivere la crisi dell'io e della possibilità di indossare delle maschere per sfuggire a tale crisi o a peggiorarla. Volendo fare un gioco sfruttando le tematiche pirandelliane, scavando nel suo carteggio, secondo te... Pirandello riusciva a sfuggire a queste dinamiche o ne era vittima? 

Pirandello era costantemente alla ricerca di un Io autonomo e autentico. Le maschere non sono solo quelle che si indossano in società, davanti agli altri, ma soprattutto quelle che si indossano per nascondere a sé stessi parti del proprio Io ritenute sbagliate. Lo dice chiaramente il Padre nei Sei personaggi, uno dei personaggi più autobiografici di Pirandello insieme a Laudisi del Così è (se vi pare). Non ci intendiamo con gli altri, ma non ci intendiamo nemmeno con noi stessi, se non siamo pronti a riconoscere e ad accettare le tante parti di cui si compone e si frantuma il nostro Io. Reprimere parti di sé equivale a togliersi pezzi di vita. Riuscire ad accettare ogni parte che chiede di esistere e coesistere insieme alla altre, con cui potrebbe essere in contraddizione, comporta invece la liberazione dalle maschere. Ma a questo, in una società dominata dalle convenzioni, corrisponde la contropartita della “follia”. Non credo che nella sua vita privata Pirandello sia mai riuscito a superare questo conflitto.

Per quanto ti riguarda ci sono stati momenti della tua vita che definiresti pirandelliani in questo senso? 

Si tratta di un disagio universale, che riguarda tutti gli uomini. Sì, mi è capitato di non volermi conoscere e riconoscere per intero, nella mia moltitudine. 

Nella sua infinita genialità, Pirandello, suggerisce anche delle vie di fuga all'annullamento dell'identità; dall'umorismo, che da espediente comico, si trasforma in profondo atto di comprensione umana, alla follia, unico elemento che permette di guardare in faccia la realtà e smascherare l'ipocrisia; al sentimento amoroso così simile alla follia. Sappiamo che questi elementi hanno avuto un ruolo importante nella sua vita, come emergono dalle sue parole più intime? 

La follia e l’amore come fonte di vita. La tua è una osservazione molto pertinente e acuta. L’innamoramento riusciva a scuotere Pirandello dall’inedia esistenziale, ci sono molte lettere al riguardo. Uno dei periodi più felici nella vita di Pirandello, e forse veramente l’unico, fu durante il soggiorno a Bonn, dove con Jenny Schultz-Lander visse un amore spensierato. E mi viene in mente una lettera scritta ad Antonietta alcune settimane prima del loro matrimonio. Vale la pena citarla:

«Io immaginavo la vita come un immenso labirinto circondato tutt’intorno da un mistero impenetrabile: nessuna via di esso m’invitava ad andare per un verso anzi che per un altro: tutte le vie mi parevan brutte o inamabili. [...] Io non trovavo in questo labirinto una via d’uscita. Né nulla potevo trovarci, perché nulla vi mettevo, né un desiderio, né un affetto qualsiasi: tutto m’era indifferente, tutto mi pareva vano e inutile – ero come uno spettatore annojato e smanioso, a cui era di peso il rimanere, e pur non sapeva decidersi ad andarsene, ero come un espulso dal fiume, che consideri dalla riva la corrente senza più la voglia di lasciarsi portare. […] Oh, in che orrenda notte, Antonietta mia, era avvolto il mio spirito! I miei sogni di gloria eran baleni a un tratto oscurati: e invano chiedevo la luce, invano il sole… Ora il sole per me è nato! Ora il mio sole sei tu, e tu sei la mia pace e il mio scopo: ora esco dal labirinto e vedo altrimenti la vita».

E mi viene in mente un’altra lettera molto significativa a testimonianza del nesso Amore-Vita, scritta 36 anni dopo la precedente all’attrice e musa Marta Abba:

«Perché dopo tre anni di starti vicino, ora, senza Te, per quanto mi sforzi, per quanto cerchi di resistere, sento che io muojo. Muojo perché non so più che farmene della vita, in questa atroce solitudine non ha più senso per me vivere, né valore né scopo; il senso, il valore, lo scopo della mia vita eri Tu, nell’udire il suono della tua voce a me vicina, nel vedere il cielo nei tuoi occhi e la luce nel tuo sguardo, la luce che m’illuminava lo spirito. Ora tutto è morto e spento, dentro e intorno a me. Questa è la terribile verità. È inutile che te la faccia sapere; ma è così. La colpa è mia che mi son lasciato riprendere dalla vita, quando non dovevo. Ora non mi è più possibile sentirmene abbandonato».

Abbiamo detto amore e follia come fuga dalla morte, anche se, in tanto naufragio, l’unico scoglio a cui Pirandello riuscì a restare sempre saldamente ancorato fu l’Arte.

Ci vuoi raccontare della tua follia nell'inseguire questo progetto? 

Certe follie si compiono solo se mossi da una grande passione… questa è stata una “follia” che ha riempito quattro anni della mia vita. Ho letto e analizzato mezzo secolo di lettere, cercando di tracciare un filo narrativo attraverso il punto di vista dello scrittore, senza lasciarmi influenzare dalla critica. È la vita di Pirandello raccontata da Pirandello, la sua “verità”.

Dal matrimonio in poi, tutte le scelte fatte nella sua vita pubblica e privata sono state fonte di discussione; l'interventismo riguardo la prima guerra mondiale, l'adesione al fascismo, il suo cattolicesimo interrotto... ci puoi dire qualcosa al riguardo? 

Proverò a rispondere quanto più sinteticamente possibile. Cominciamo dall’interventismo. Va ricordato che dopo l’iniziale entusiasmo Pirandello sembrò retrocedere da quel patriottismo che aveva tanto animato i suoi avi. A un certo punto infatti dovette apparirgli secondario, se non deprecabile, quel fervore che muoveva alla guerra. Ne troviamo per esempio testimonianza in alcune righe che Pirandello inviò al figlio Stefano quando questi, dopo l’armistizio, poté lasciare il campo dove era prigioniero e tornare in patria. Già in questa lettera Pirandello sembrava voler suggerire al figlio di sostituire gli entusiasmi bellici con l’attenzione da dedicare alla sofferenza umana. In cima a ogni pensiero non c’era più la Patria, ma il dolore delle famiglie spezzate dalla chiamata alle armi, tema che ritroviamo anche nelle opere. In relazione all’adesione al fascismo non possiamo che sottolineare anche qui forti conflitti interiori. Pirandello aderì al fascismo e non rinnegò mai la sua scelta, almeno ufficialmente. Ma per Mussolini ebbe parole anche molto sprezzanti, ne intravedeva il dispotismo e se ne sentiva schiacciato: «Ciò che vuole è che nessuno predomini, nessuno alzi la testa. Attorno a Lui, un livello di teste che gli arrivino appena al ginocchio e non un dito più su. Tutto, così, resta in basso, per forza, e confuso», scrisse a Marta nel 1928. Non era l’uomo che Pirandello apprezzava in Mussolini, ma il Mito, di fronte a cui si poneva come artista. In un contesto storico in cui gli ideali risorgimentali erano stati spazzati via da una società alla deriva, Mussolini incarnava per Pirandello il male necessario. Il Duce avrebbe potuto aiutarlo a risollevare le sorti del teatro italiano attraverso la costituzione di Teatri di Stato, aspettative che però vennero regolarmente deluse. Tutto questo è raccontato bene nel mio libro attraverso le lettere. In ultimo, riguardo al cattolicesimo, sappiamo che da bambino Pirandello era stato religiosissimo e che la prima frattura con il culto si ebbe quando, una domenica di lotteria, il parroco gli fece vincere un premio che spettava ad altri. Il ragazzino non digerì la “frode” con cui erano stati macchiati gli insegnamenti cristiani e da quel momento non si fece più vedere a Messa. Spostandoci avanti negli anni, soddisfo la tua curiosità citando una lettera che nel 1895 Pirandello indirizzò alla sorella Lina, divenuta mamma per la seconda volta e in procinto di far battezzare la figlia.

«[…] la tua bambina dunque sarà battezzata tra pochi giorni. Che ne capirà lei? Quest’imposizione di fede non la capisco affatto. È una violenza, per me, frutto della più cieca intolleranza! Tollerante invece son io, che non vorrei imporre a mio figlio, prima che lui possa o sappia dir di sì, una fede. Se poi lui, venuto su negli anni ed entrato nella ragione, volesse il battesimo, io stesso, lo porterei per mano in una chiesa per farglielo avere. Ma è inutile ragionare… Son menzogne convenzionali che tutto il mondo oggi pratica, e a ribellarvisi si rischia di parer pazzi, o peggio!». 

Nell'ultimo periodo della sua vita si stava impegnando nell'affrontare testi di argomento spirituale che probabilmente dovevano essere il suo vero testamento, ma rimasti incompiuti. Per concludere questa intervista in modo che non rimanga incompiuta ci vuoi svelare qualcosa che ritieni di fondamentale importanza? 

Maria Antonietta Portolano. Credo che vada riscritta la storia della sua “pazzia”, ma non aggiungo altro, nel rispetto dei lettori che vorranno scoprirlo nel libro. Dunque, lasciamo pirandellianamente incompiuta la risposta…

Arianna, nell'augurarti buona fortuna per i prossimi lavori intanto ti ringrazio per averci presentato il tuo libro "Una vita senza vita. Pirandello in cinquant’anni di lettere" e per la bella chiacchierata su uno dei più importanti scrittori che il nostro Paese possa vantare.