Nato ad Agrigento. Ha conseguito la laurea in Farmacia presso l’università degli Studi di Palermo.
Vive e lavora a Roma come:
farmacista preparatore galenico,
poeta, scrittore, operatore culturale attivo in svariate manifestazioni di carattere nazionale e internazionale,
blogger, gestisce l'omonimo blog in cui si occupa di Cultura e Controcultura, Poesia e Pirateria. Precedentemente (2016/2019) è stato caporedattore centrale della testata giornalistica online Magazzini Inesistenti.
Videomaker, ha realizzato la videopoesia Benvenuti nel primo mondo, vincitrice del 7°Concorso nazionale SINESTETICA per poesia inedita e videopoesia. E la nuovaOpera DeLirica appena pubblicata
Pubblicazioni:
“L’isola confine” (romanzo, 2014, Edizione Libreria Croce)
“Vino e Venere” (romanzo, 2012, Edizioni Libreria Croce).
”A respiro trafitto” (poesie, 2004, produzione clandestina).
“Io sono la vera vite”, simbologia e fitoterapia delle piante dei Vangeli (saggio, 2007, Edizioni Libreria Croce).
“La congiura dei poeti” (2005, Fabio Croce Editore).
“Il resto è poesia” (2005, Regione Lazio – Lettere Caffè).
“100 poesie di odio e di invettiva” (2007, Coniglio Editore).
"Cartoline da Firenze" (2022, Giulio Perrone Editore).
È uno dei poeti protagonisti del documentario “Poeti” del regista Toni D’Angelo in concorso alla 66ima edizione del Festival del Cinema di Venezia 2009.
Nel 2010 una poesia tratta dalla silloge “A respiro trafitto” diretta dal video artista Quinto Ficari ha partecipato allo ZebraPoetry FilmFestival di Berlino, il più importante festival di videopoesia in Europa.
Ha curato, inoltre, la pubblicazione delle opere inedite di Luigi Filippo Peritore “Il fascino di un’isola e delle sue contraddizioni”, vincitore del premio “Libro dell’anno 2008, opera antologica” (Ca. Gi. Editore) e la monografia del pittore Giorgio Pirrotta (2009).
Ha dato vita, insieme agli amici poeti Cony Ray e Marco Orlandi, al progetto “La Poesia E’ Reale” in collaborazione con il circuito delle biblioteche di Roma e a sostegno di Emergency.
Presente alla Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati in qualità di poeta per un progetto a favore dell’Aquila: L’orizzonte perduto e il dolore trattenuto.
A ottobre del 2020 è stato insignito di una menzione speciale per la poesia “Cadenza” all’interno del Premio Internazionale I Colori dell’anima e il Gran Premio della Giuria per la poesia “Il segreto del profeta” al Premio Nazionale Ossi di Seppia nel febbraio del 2021. Sempre nel 2021, in primavera, una menzione d'onore per il racconto "Il canto dell'africano" al Premio Nazionale Lorenzo Montano.
La silloge inedita "Canti galenici" si aggiudica il terzo premio al Premio Nazionale AlberoAndronico. Nella primavera del 2022.
Nel giugno 2022 rappresenta l'Italia insieme alla poetessa Marthia Carrozzo al Festival Internazionale di poesia di Sidi Bou Saïd.
Nel 2023 realizza insieme al figlio Luigi Filippo, la videopoesia sperimentale "Benvenuti nel primo mondo".
Per la rubrica: Archeologia musicale, ci proiettiamo in uno dei primi momenti in cui il blues diventa rock, nella scena musicale dei primi anni cinquanta a Chicago.
In un filo elettrico, un filo collegato all'amplificatore che espande il suono a svariati metri di distanza, confluisce tutta l'elettricità condensata nell'atmosfera tesa degli inizi degli anni cinquanta, quando, un paese come gli Stati Uniti d'America che potrebbe cullarsi sugli allori della vittoria del secondo conflitto mondiale, invece, sente sulla propria pelle il formarsi delle prime crepe nel sistema democratico fondato sul capitalismo liberale. Inizia a diffondersi, in maniera assurda, una grande immotivata paura del nemico comunista, forse per colpa di governanti non all'altezza della situazione, come è successo in tante occasioni e come succede tuttora, o forse per le guerre che scoppiano in giro per il mondo, appogiate, sempre in maniera non dichiarata, dai piani alti dell'ex Unione Sovietica, come quelle in Corea, o la rivoluzione che sovverte ogni sistema, nella vicinissima cuba, proprio sotto casa, guidata da quei maledetti seminatori di utopia quali Fidel Castro e Che Guevara. Il concetto di famiglia, lentamente si sgretola, sotto i colpi subdoli dell'incomprensione tra le generazioni, che non sanno comunicare tra di loro. Il dialogo si è interrotto. I giovani non sanno come sfogare la tensione interiore, se non nell'alcool, nell'autodistruzione, nell'abbrutita voglia di sopraffazione. Chi ne ha la possibilità si mette in sella alla moto cercando il brivido della libertà, scorrazzando per le sconfinate distese, dovendo comunque fare i conti con i confini interiori. I cercatori di libertà non sanno ancora aggregarsi e la rivoluzione beat arriverà soltanto qualche anno più tardi. Il clima di "caccia alle streghe" che incute la paura dell'estraneo, genera seminatori di utopia all'interno del sistema stesso. Dal punto di vista musicale i portabandiera di un certo genere di sonorità folk vivono un momento complicato. I suoni delle radici non sono più in grado di soddisfare le necessità espressive delle nuove generazioni desiderose di musica più vicina ai loro gusti. Si è ormai creata una profonda spaccatura; il blues legato al linguaggio dell'improvvisazione e al rag, e poi allo stride style, viaggia verso sonorità jazz che si dividono in infinite ramificazioni, mentre i tradizionali bluesmen, che sono sopravvissuti alla depressione economica degli anni trenta, per evolvere il loro linguaggio adottano una forma di amplificazione attraverso l'elettrificazione della chitarra, come Sister Rosetta Tharpe (vedi sotto), Lonnie Johnson (vedi sotto) o T-Bone Walker (vedi sotto) autori dei brani tra i più belli degli anni quaranta. A raccogliere la loro eredità è un giovane virtuoso delle sei corde: Elmore James. Quando Elmore si esibisce in un locale il suono della sua clhitarra si sente già a vari metri di distanza, tale è la potenza e l'energia che mette nel suonarla. Una volta dentro il locale è impossibile resistere al ritmo dettato dalle battute del suo strumento, bisogna muoversi, dimenarsi, lasciare andare il corpo alle cadenze rock, anche se sta suonando del blues. Sono le prime prove di evasione di massa, attraverso un genere musicale che viene dal termine rocking, che indica il movimento dondolante della danza, ma che vuole alludere al simile movimento del sesso. Con la sua chitarra Elmore riesce ad intrattenere il pubblico per ore, e questo per lui è soltanto il riscaldamento, poi si scatena con i suoi pezzi. Elmore James, nel suo girovagare, si porta dietro le sonorità del Mississippi, dove è nato, da una madre nella prima adolescenza e padre sconosciuto. Sin da giovanissimo mostra immediata propensione per il ritmo e la velocità di arpeggio e i riff che crea, utilizzando il vibrato dello slide e l'elettrificazione dei volumi, forniscono un sound robusto, anche morbido nella sua durezza, che probabilmente è il ponte tra il blues delle radici e il rock. Uno dei primi brani che incide è Dust My Broom, nel 1951, forse l'esempio più palese delle sue qualità; è un classico di Robert Johnson, ma rivoluzionato da un'introduzione travolgente, caratterizzata da un riff alla chitarra che influenzerà generazioni di musicisti a seguire, e che diventerà una delle sue firme più collaudate. Riesce anche a valorizzare il suono, elaborato qualche anno prima dal talentuoso Tampa Red, che addensa le sonorità del blues del delta a quelle più cittadine, e che prenderà il nome di Chicago Blues. Elmore lo ama a tal punto da interpretare a modo suo un cavallo di battaglia del musicista, It Hurts Me Too. Così come ha continuato a fare nel corso degli anni e delle registrazioni, reinterpretando e collocandoli sotto una nuova luce, brani di svariati autori come Willie Dixon, Pinetop Green, oltre a quelli già citati. Fino ad arrivare a pezzi in cui compare personalmente come autore, come ad esempio The Sky Is Crying del 1960, un blues lento in cui si sente tutta la sua intensità vocale e di musicista. In quegli anni in cui incominciano a muovere i primi passi artisti come Ike Turner, Jerry Lee Lewis, Elvis Presley, Billy Halley, Chuck Berry, che affilano i loro strumenti e affinano la tecnica che porterà al genere musicale che rivoluziona le partiture di tutto il mondo, Elmore James, con la sua energia e intensità, è uno dei protagonisti assoluti di quel periodo ormai elettrico in tutto e per tutto. Fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1963 a soli 45 anni per un arresto del suo debole cuore.
Riprese video liberamente ispirate al Mito della Caverna di Platone. Nel tentativo di cogliere l'eterno conflitto tra Caos e Armonia, come si può evincere anche dai contenuti del testo.
Testo, voce e video: Gabriele Peritore
Musica: Marco Pofi
Arrangiamento e prod: Carlo Zambon
Aiuto regia video: Luigi F. Peritore
Estratto dall'opera "Lo scompiglio" con musiche di Marco Pofi e testi di Gabriele Peritore
“Non riesco a non pensare che ciò che è dentro è anche fuori”, ecco il refrain dove prende corpo il mito platonico, nella sua dialettica poeticamente espressa fra immagini-ombre e realtà-luce, difficile da guardare direttamente, per l’uomo. Dentro la caverna gli uomini prigionieri possono soltanto osservare le illusioni, sotto forma di riflessi, ombre, ma l’io non riesce a non pensare al fuori, alla liberazione, alla possibilità di attingere una realtà più vera. Ritmo ripetitivo, litania che spinge verso la conquista della luce attraverso il desiderio e la passione. Anche a questo spinge la poesia.
Cristina Simoncini
In “Opera Delirica”, nelle atmosfere di paesaggi sonori batte il tempo dei remi dei versi. Il non pensare che “Ciò che è dentro è anche fuori”, il mantra che spinge a cercare oltre la realtà, oltre le ombre di uno stato delle cose, altre verità. È spingersi nel cercare la luce anche se la luce accecava. Liberarsi è approdo nell’unione che genera nuova vita, per altre forme di luce.
Cony Ray
Un bellissimo viaggio alchemico, da fuori a dentro e da dentro a fuori, trasformativo. Davvero bravo! Sempre più bravo, tu❤️ Tutto molto bello, testo, riprese e musica.
Marthia Carrozzo
Minchia. È bellissima. Compiuta. Potente. Ha la forza e insieme l'essenzialità di un senso. un nuovo senso, il sesto, il settimo, il venticinquesimo.
Toti Careca
Bellissimo, parole e ritmo all'unisono. Profondo, appassionato e coinvolgente.
Lina Gueli
A dir poco G E N I A L E
Stefania Giammillaro
Stupendo veramente! Sia la poesia che il video e la musica... sintesi perfetta della tua poetica fluviale marina fantastica. Un intimismo che si riversa fuori in modo veramente avvolgente... mi viene in mente un movimento contrario di acque che vorticano intorno a un buco che invece di risucchiare le spinge fuori... poesia sorgiva che ricrea il mondo schivandone la dissoluzione
Alessandro Contadini
Atmosfera onirica, incanto, brividi di emozione: grazie Gabriele!♥️
Maria Avanzini
La forza dell'artista sta tutta nel comunicare a noi, comuni mortali, verità nascoste, spesso con crudezza, a volte con delicatezza ipnotica come tu sai fare magistralmente. 🔝
Maurizio Celloni
Potente!
Max Pieri
Molto suggestiva!🙂
Gaspara Stampa
Grazie Gabriele, molto significativo. Da meditare ogni parola. Bella e adatta anche la musica, bravi!
Claudia Martini
È stato un piacere ascoltarla, perché mantieni sempre uno stile leggero e sospeso.
M. P.
Il gioco delle ombre (la barca in particolare, poi le figure umane successive) e la voce "Non riesco a non pensare" diviene un loop che ora mi è entrato come un mantra. Più lo vedi più ti rimane. Ottimo l'utilizzo della pietra monumentale.
Marco Orlandi
Molto belle le parole e anche la musica… perfetta!
Ivana Miccichè
Bellissime parole! Importante e coinvolgente! Complimenti davvero!
Alma Lico
Bello, complimenti. Un ritmo incalzante, musicale ma nello stesso tempo anche angosciante. Surreale, onirica, evanescente. Immagine e parole dense non oziose. Mi è piaciuto molto, complimenti.
Valen Tine
Meraviglia! Veramente toccante, dolce e pieno d'ispirazione.
Benito Saluzzi
Complimenti davvero, ho goduto a vedere belle immagini e anche a sentire la bella poesia!
Maryam
Un'avventura onirica che ti fa sfondare le pareti della coscienza. Tensione creativa che ti costringe a esplorare l'abisso che ci attraversa.
Immagini e parole intrecciate abilmente, ti portano altrove, e danzano tra le ombre di questa gemma d'autore.
Alberto Bottoni
"Lo stesso pianto del fuoco...". Dall'idea al tutto, effusa è l'anima nel cosmo, che in lei stessa si compie. Non è da tutti rendere la tridimensionalità del sentire. Quest'opera ci riesce, in modo unico.
Viola Bruno
Sogno di luce!
Riccardo Ragozzini
In un mondo dove l'essenza primaria è l'apparenza questo piccolo capolavoro dovrebbe essere proiettato sulle pupille di tutti noi per costringerci a guardare il mondo con i nostri veri occhi. Bravissimi
Sandro Medici
È sonora già nelle parole. È sonora nel commento musicale, in questo commento musicale. È sonora nelle immagini. Da qualunque lato apri questo libro si spalanca un inizio. Potente!
Alessandro Ciulla
Bellissima poesia di grande impatto emotivo accompagnata da video e musica superlativi. Complimenti di cuore
Valentina Ferrara
Complimenti Gabriele, alla semplicitá delle immagini si contrappone un linguaggio poetico profondo, musica e testo si fondono alla perfezione, bravissimi!❤️
Antonio Franciosa
Perfetto l'accordo tra parola e immagine video, un gioco da ombre cinesi, sospeso tra favola e dramma, che rende l'impasto di luci e ombre di cui siamo fatti. I versi, scanditi dal refrain e di una interna musicalità, sono come un canto cosmico - riassunto nel desiderio e nell'amore umano - che agglutina i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Un pensiero filosofico che si fa sinestesia poetica
Cinzia Farina
Straordinario viaggio interiore. Trovo che la tua sensibilità poetica sia commovente e coinvolgente. I tuoi versi conducono verso ed oltre il confine indefinibile dell'eternità del nostro essere e dell'universale destino.
Giacomo Carioti
Con Gabriele Peritore ombre, visioni e tentennamenti ci accompagnano nella ricerca del vero. La voce dell’autore si fa eco del reale, eco che oscilla tra più dimensioni: onirico, apparenza e verità.
Barbara Dall'Idro
Un ipnotismo culla l’ascoltatore che oscilla nel ripetersi di un urlo composto. Il sogno, il sangue, la luce, sono tutti slanci vitali espressi con la grazia delle onde del mare.
Giulia D’Anca
Molto bella. La lettura e la musica hanno un ritmo sincopato, che è proprio quello delle domande che restano senza risposta eppure (o forse per questo) continuano incessanti.
Cinzia Pagliara
Molto bella
Miriam Piro
Ho sempre creduto che l'opera, attraverso la musica, il dramma e lo spettacolo, sia uno specchio che riflette le nostre esperienze, invitandoci a esplorare le profondità delle nostre emozioni e ad affrontare la complessità dello spirito umano. Immagini e parole "si innamorarono". Tutta la varietà, tutto il fascino della vita, tutta la sua bellezza è fatta di luce e ombra. Nella vita bisogna essere sognatori, perché se non sogni "muori". Complimenti per tutto.
Marzena Anna Tynior
“Non riesco a non pensare che ciò che dentro è anche fuori… follemente scalpita la luce, oltre la roccia”, oltre il muro… Siamo prigionieri delle nostre ombre. La luce un atto di coraggio, forse amore. Sperimentazione artistica seducente.
Antonella Caggiano
Il dentro e il fuori convivono nello stesso sguardo, ma la visione pesa nei suoi confini, non va oltre il quadro, si limita in un piccolo spazio. L’occhio del video di Gabriele Peritore scandaglia il muro e il pavimento, in cerca di qualcosa. Così incontra disegni di ombra, un carosello di forme che non può riconoscere, né nominare. Questa è la realtà, l’unica verità per chi non ha esperienza diretta del mondo.
Per la rubrica: Archeologia musicale, il passaggio dagli anni quaranta ai cinquanta, in Italia, quando il modo alternativo e divertente di fare musica era ancora lo swing, e c'era chi lo sapeva fare alla grande.
Un cappello a larghe falde sulle ventitré, un doppiopetto gessato e un paio di baffetti da sparviero, fanno balzare immediatamente alla mente l’immagine di Fred Buscaglione, un po’ gangster un po’ guascone. Un’immagine costruita ad arte, ispirata alla figura di Clark Gable, e impersonata con estrema naturalezza, perché cucita su misura. Come la risata da gradasso e l’uso del fischio- classico richiamo da uomo di strada- presenti nelle incisioni e nelle sue esibizioni. Fred (Ferdinando) Buscaglione, a dispetto dei natali poveri ha sempre studiato musica fin da bambino, anche al conservatorio di Torino (la città in cui è nato nel 1921) finché le finanze hanno permesso. Quando non ha potuto più frequentare le scuole ha continuato comunque a fare musica, ovunque e con qualsiasi strumento, pur di suonare, facendo dei lavoretti di bassa manovalanza per mantenersi. Fino alla chiamata alle armi per la seconda guerra mondiale. Ma non c’è guerra che tenga per uno come lui. L’amore per la musica è più forte, così anche da prigioniero in Sardegna trova il modo di intrattenere i suoi commilitoni. Venendo a contatto con le truppe straniere si impratichisce con i ritmi d’oltreoceano. Rock’n’roll, tango, milonga, merengue, rumba, ma soprattutto swing. La capacità di far tesoro di ogni esperienza gli permette di mettere su una band, gli Asternovas, composta da amici musicisti in grado di swingare tutto, ma proprio tutto, in presa diretta, e anche di cambiare genere al volo in base all’esigenza. Di passare, ad esempio, dallo swing al tango con tutti gli strumenti nel tempo di una battuta, nel caso in cui dalla frenesia urbana si doveva passare alla tematica della gelosia. Grazie al rapporto di amicizia fraterno con lo scrittore Leo Chiosso può costruire a tavolino l’immagine che porta in giro per l’Europa, anche nei più infimi locali. Esperienze queste che, però, contribuiscono a alimentare la sua leggenda. Un vero e proprio personaggio che parla e si muove come uscito da un romanzo hard- boiled. I testi si avvicinano prevalentemente alle tematiche del genere Bulli&Pupe. Il bullo ovviamente è lui. In molti dei brani più belli si presenta con tutta la sua spavalderia ed è un piacere per le orecchie ascoltare ancora oggi: Whisky Facile, Io Piaccio, Che Notte, Il Dritto Di Chicago, Le Rifififi. Tra la gente dei localetti di periferia il successo è immediato ma la celebrità è ancora lontana. Non è facile imporre il suo personaggio negli anni cinquanta. Un periodo storico in cui il nostro Belpaese subiva enormi cambiamenti. L’avvento del rock’n’roll, l’avvento della televisione, e i gusti degli italiani che si dividevano tra Domenico Modugno e Nilla Pizzi. Difficile soprattutto per lui che sceglie di presentare tematiche legate al sesso, all’alcol, alle botte, tutto comunque proposto e infarcito da un’impareggiabile ironia e altrettanta capacità di tenere il palco. Per ogni brano sceglie delle storie da raccontare con il suo stile da istrionico guitto e le porta in scena con gli Asternovas pronti, prontissimi, a trasformare in partiture le sue idee e a improvvisare se necessario. Il successo vero arriva nel 1958 con l’intramontabile Eri Piccola Così, brano che parla della gelosia e dello strapotere delle donne anche sull’uomo più duro. Tematiche che aveva già messo a fuoco con l’altrettanto celebre Che Bambola o anche in Teresa Non Sparare. Era sua abitudine prendere notizie fresche e ridurle in piccole storie da cantare, come nel caso della casalinga che spara al marito infedele. Oltre le sue capacità interpretative e dallo swing le sue storie erano arricchite da innovativi effetti sonori che ricreavano nell’incisione, sirene, frenate, sgommate, strilloni, tutto il mondo della strada, insomma. Proprio grazie a queste caratteristiche Fred Buscaglione è da annoverare tra gli artisti di quel momento che hanno contribuito notevolmente al cambiamento dei gusti musicali. La sua cifra stilistica già esplosiva si espande ancora di più grazie al suo lato romantico che lo porta a interpretare lo spaccone dal cuore tenero. Nella sua produzione sentimentale troviamo capolavori indelebili come Guarda Che Luna, Criminalmente Bella, Love In Portofino e come non citare Una sigaretta, Buona Sera (Signorina), e ancora Carina e Non Partir. In cui vengono esaltati il suo rispetto e la sua adorazione per le donne. La bellezza femminile è il centro dell’universo e il desiderio maschile gravita attorno con galante corteggiamento generando follia, felicità se contraccambiato appena da un semplice sguardo; tormento, sofferenza se non ricambiato. In poco tempo ha disseminato di genio le sue numerosissime creazioni ed è un peccato non poterle citare tutte. Ognuna andrebbe ascoltata come merita. Aveva trovato la strada per le luci della ribalta e le percorreva ogni notte alla massima velocità. Era richiestissimo da TV, radio e cinema. Proprio una di quelle albe del 1960, dopo una notte allegra, in cui si doveva recare a registrare uno spot pubblicitario, sfrecciando ad alta velocità con la sua Cabrio, si schiantava contro un camion che trasportava porfido. Uno scontro, proprio come nelle sue storie, la fine della vita, l’inizio della leggenda. Una scintilla la sua manifestazione artistica impressa con un sorriso nel firmamento della Musica.
Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Asia Vaudo sul valore della lentezza e su quanto possa propagarsi l'onda della Poesia.
Asia Vaudo è laureata in filologia moderna e da diversi anni porta laboratori di poesia nelle carceri italiane. Dall’attività svolta sono nate delle antologie e una biografia scritta con un ex detenuto. Porta i laboratori anche in alcune scuole di Roma. È direttrice artistica del Poetry Village di Roma, conduce e ha condotto diversi eventi letterari in Italia, tra cui diverse volte al Museo MAXXI. Ha all’attivo cinque pubblicazioni.
Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?
Ho sempre saputo l’importanza della poesia, che arriva laddove tanto altro non riesce a giungere. Ho sempre amato scrivere, da quando sono piccola. Ho avuto una meravigliosa maestra alle elementari che mi ha sempre spronata a farlo. Ho sentito il bisogno di fare poesia soltanto negli ultimi anni, poiché ho capito la natura fortemente lirica e poetica della mia prosa. Così ho iniziato un processo di “asciugatura”, lasciandomi incantare dalla parola che splende essenziale sul foglio bianco.
Che rapporto hai con la poesia?
La poesia è il mio modo di amare, di stare nel mondo nella maniera più autentica. Di arrivare agli altri, di permettere a chi mi legge di specchiarsi in ciò che scrivo. La poesia è visione, materia, fuoco bruciante. La poesia è tutto ciò che so.
Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?
Siamo in un periodo in cui si corre continuamente, e nella frenesia dei giorni ci stiamo dimenticando della lentezza. Rieducarsi alla parola significa ritornare alla lentezza, al suo antico significato. La parola ci costringe a fermarci sul foglio, come fa una farfalla su un fiore. Solo fermandoci possiamo ricominciare a sentire il profumo di tutto ciò che ci circonda.
Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?
Sono convinta che l’intelligenza artificiale non sostituirà mai il valore della parola poetica, la sua forza. Per scrivere una poesia occorre un’anima, e l’intelligenza artificiale non ce l’ha. Non si può “creare” l’anima. Nessun robot o ciò che non è umano potranno mai scrivere una vera poesia. Saranno soltanto imitazioni senza alcuna autenticità.
Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?
Un’opera che mi sta molto a cuore è Storie di vecchie e di pane, una plaquette, un prosimetro in edizione limitata con la prefazione di Davide Rondoni e le tavole di Roberto Pavoni, per le edizioni di Lamberto Fabbri. Un’opera in cui indago la dimensione della “vecchiezza” in tutte le sue sfumature, da quella ironica a quella erotica, e paragono la pelle, la carne dei “vecchi” alla consistenza del pane.
La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?
Certo, la poesia comunica con le nuove generazioni e continua a farlo. Conosco tantissimi giovani poeti che quotidianamente incontrano il valore profondo del verso e ci lavorano con pazienza e passione.
Ogni singola cellula dell'organismo può vibrare. Che sia del cuore o dei polmoni, che sia dei muscoli o della pelle, della parte più nascosta a quella più esposta del nostro corpo, dalla profondità alla superficie, ogni singola orbita di atomo della nostra essenza può vibrare. Ogni singola vibrazione può riprodurre un suono. Seguendo lo stesso percorso, dall'interiorità più segreta che propaga verso l'esterno, ogni suono che passa attraverso le corde vocali, si slancia dalla laringe, rimbalza tra il palato e i denti, viene modulato dalla lingua, facendosi voce, trova la sua essenza più materiale, più sensuale, può trasformarsi in parola. Chi conosce la poesia di Marthia Carrozzo, chi ha avuto la possibilità di leggerla, ma, soprattutto, di ascoltarla, sa quanto può essere musicale il suo modo di verseggiare, più esattamente, è un vero e proprio canto, che coinvolge anima e sensi, insieme. Ogni sillaba una nota, magicamente accostate e incastonate tra loro a comporre la melodia vocale che veicola il verbo. In questo caso un poemetto caratterizzato da una sapiente struttura anaforica. Ogni anafora, ogni iterazione, detta il ritmo e l'ipnotico incanto. Ogni ripetizione, come ogni battito, ogni respiro, è sempre uguale ma sempre diverso, come è sempre diverso il sangue pompato dal cuore in ogni battito, come è sempre diversa l'aria insufflata dai polmoni in ogni respiro. Seguendo questo stesso identico andamento, dalle viscere ai pori della pelle, di cui la sacerdotessa della Poesia conosce ogni linguaggio, ogni pulsione, ogni brivido, ogni effluvio, effonde verso l'estasi dei sensi, l'intreccio dei sensi. Lo stesso effetto, infatti, lo ottiene in chi ascolta: una commozione che sommuove il corpo in un trionfo di sensi. Questa la sfida che si propone e propone l'autrice nel libretto, uscito per Kurumuni Edizioni nel 2022, “Di bellezza non si pecca, eppure (O del corpo che muove prima), che fa parte della collana Camminamenti, di cui è anche direttrice. Attraverso le gesta dell'eroina di Otranto, Idrusa, in una versione riletta e riscritta, riportata sulle sue corde personali preferite, in cui la donna rivendica la gestione del proprio corpo, della propria sessualità libera e tracimante, che sa trovare la corrispondenza dei sensi anche nel conflitto imposto. Un esempio che viene dal passato per ispirare tutte le donne dei nostri giorni. Il poemetto è suddiviso in cinque canti, cinque incandescenti stanze, che poi apre, concedendo le chiavi segrete, al Maestro Claudio Fabi, per un intenso scambio che sarà dialogo e interazione. Il Maestro, in questi ambienti, si trova a suo perfetto agio, perché l'intesa con la padrona di casa è autentica e tocca punte di intimità profondissima; parlano la stessa lingua artistica anche se in forme diverse: la Musica e la Poesia. Fabi riesce a raccontarsi ampiamente, sin dalle sue origini musicali; dall'amore per la classica per poi approdare alla contemporanea, per una scelta intima e anche politica, inevitabilmente coinvolto nell'atmosfera rivoluzionaria degli anni settanta, che stravolgerà tutti i settori delle attività sociali e delle creatività sperimentali. Anni di affinamento della sensibilità artistica che lo hanno visto protagonista in campo internazionale sia come compositore sia come consulente di grandi musicisti. Anche se è bellissimo poi sentire raccontare degli anni passati come direttore artistico dell'etichetta discografica Numero Uno e della sua collaborazione con tutti i più grandi esponenti della canzone italiana. Lungo il racconto si delinea la sua affascinante idea di Arte, di fare musica, che ne esalta tutta la sua umile grandezza. Idea che metterà a disposizione di Marthia Carrozzo per una splendida interazione artistica che, a noi, non resta che leggere o, ancora meglio, ascoltare dal vivo.
Per la rubrica: Viva la Musica dal Vivo, la pianista Alessandra Celletti ci racconta di una serie di concerti tenuti in giro per l'Italia come se fosse un unico continuo concerto, nato principalmente da una grande folle idea e dalla volontà di realizzarla.
Alessandra, l'idea è talmente affascinante che non possiamo non partire dall'inizio, invitandoti calorosamente a raccontarci come e quando è nata questa idea.
Era l’estate del 2013, e l’Italia si trovava nel pieno di una crisi economica. Nonostante le difficoltà, sentivo il bisogno di trasformare quel momento difficile in una sfida avvincente, un’opportunità di cambiamento. Non avevo nemmeno un concerto in programma, ma il desiderio di suonare per le persone era fortissimo. Così mi venne un’idea un po’ folle: caricare il mio pianoforte su un camion e portare la musica ovunque, attraversando l’Italia e percorrendo tutto lo stivale. Il progetto nacque dal mio desiderio di libertà e dal sogno di suonare per tutti, ovunque. Una raccolta fondi su Musicraiser rese possibile quell'avventura, coprendo interamente le spese e permettendomi perfino di guadagnare qualcosa. Ho scoperto la generosità delle persone e il loro amore per i progetti autentici. Mi sono sentita amata ed ero felicissima.
Per “suonare ovunque” cosa intendi precisamente? Perché da quello e da come racconti non sembra che tu sia passata da luoghi classici come teatri o arene, o siti istituzionali…
Quell’estate suonai in luoghi incredibili: in riva al mare, immersa nei boschi, tra i sassi di Matera, e persino sulle montagne di Piano Battaglia in Sicilia, dove le mucche, con i loro campanacci, sembravano una piccola orchestra. Gli sguardi sorpresi e felici delle persone resteranno per sempre impressi nel mio cuore. Quella pazzia, alla fine, si trasformò in un successo e divenne anche un documentario: Piano Piano on the Road, prodotto da Primafilm e diretto da Marco Carlucci. Tra coloro che hanno sostenuto il mio viaggio c’era anche il regista francese Patrice Leconte, che scrisse un testo per presentare il progetto; un piccolo "gioiello" di parole che conservo come fosse una preziosa lettera d’amore:
"Conosco bene le composizioni di Alessandra Celletti, questa straordinaria pianista che, quando si siede al pianoforte, si illumina di una luce che la rende ancora più bella. Mi ha raccontato del suo progetto un po' folle, ma appassionante e originale: portare la musica in lungo e in largo, sedurre le persone lungo i chilometri. La immagino seduta al suo pianoforte, a bordo di un grande camion, avvolta dalla luce del tramonto, mentre le stelle cominciano a disegnare il cielo blu marino. Lei si lascia andare alle melodie più dolci, come un'immagine sognante di un film di Fellini."
Condivido pienamente il pensiero di Patrice Leconte e trovo di una generosità e genialità uniche l'idea di portare la musica tra la gente che abitualmente non ha la possibilità di frequentare i luoghi adibiti alla divulgazione della cultura. Cosa ti ha lasciato dentro questa esperienza?
Quell’estate ha rappresentato una delle avventure più magiche della mia vita, un sogno realizzato grazie al potere della musica e alla forza dell'immaginazione.