domenica 26 novembre 2023

Jimmie Rodgers: Tra sorrisi e tristi yodel

 



Un sorriso stampato sul viso e la tristezza in fondo al cuore, è così che nasce il suo ululato ispirato allo Yodel che volteggia negli incisi dei suoi brani e che ne costituisce il suo stile, unico e pionieristico, che anticiperà molti degli stili musicali che verranno in seguito.

La musica è tra le sue passioni fin da bambino e ha una facilità straordinaria nel riprodurre i brani che più apprezza. Vivere negli anni venti sulle sponde del Mississippi significa entrare in contatto con musicisti che intonano blues per superare la fatica e per intrattenere la propria gente nei pochi momenti di libertà notturni. Nelle varie fughe da casa, la prima delle quali a soli tredici anni, per far accumulare esperienza alla sua chitarra, scopre il sound della sua terra fatto di folk bianco e blues afroamericano. Il gospel per innalzare preghiere a un cielo che conosce il suo dolore di bambino che ha perso la madre ed è costretto a crescere con il padre, che lo riporta sempre a casa, e i vari parenti di turno.

L'amore per la musica gli fa superare ogni difficoltà esistenziale e il piacere di comunicare, misto alla timidezza, gli disegnano quel dolcissimo sorriso che non lo abbandona mai.

Alla radio in quel periodo trasmettono artisti che utilizzano virtuosi gorgheggi di gola, Jimmie si lascia affascinare da artisti come Emmett Miller o Vernon Dalhart, ne è chiaramente influenzato. Ma non c'è soltanto questo nel suo Yodel, nel suo ululato gutturale c'è anche la sofferenza esistenziale e quella fisica.

A soli ventiquattro anni scopre di essere infetto da tubercolosi e la malattia mina tantissimo la sua salute.

Nei testi delle sue canzoni, che sono tra le prime nella storia della musica con struttura fortemente autobiografica, si respira, oltre le descrizioni della vita da bettola, tra scazzottate, amori complicati, anche le varie difficoltà dei lavori che doveva spesso lasciare a causa della malattia.

Proprio grazie alla molteplicità di lavori affrontati ha avuto la possibilità di entrare in contatto con il mondo dei lavoratori musicisti che lo hanno introdotto ai vari generi a lui cari.

Quando finalmente riesce a incidere la sua prima canzone nel luglio del 1927, grazie al produttore Peer che passa dalla sua cittadina per una serie di audizioni, il successo è immediato anche se il guadagno non è alto. Doveva presentarsi con la band con cui si esibiva in quel periodo, ma un insolubile diverbio capitato con gli altri elementi, la notte prima della registrazione, lo costrinse a presentarsi da solo. Alla seconda sessione di registrazione, con il primo T For Texas, il suo stile che unisce blues e folk arricchiti dagli unici Yodel tristi, gli permetterà di conquistare la celebrità e grazie alla diffusione nazionale ottenuta, contribuirà ad anticipare il rockabilly e alternative correnti country.

In pochi anni metterà a segno un successo dopo l'altro. Non c'è brano che non abbia il suo fascino intrinseco e che non abbia influenzato artisti come Hawlin' Walf e Mississippi John Hurt dichiaratamente ispirati al suo stile. L'apice lo raggiunge con il Blue Yodel N. 9 che permette a Jimmie di sperimentare le sue doti anche nel jazz e in altri generi innovativi per il tempo, registrando il brano con Louis Armstrong alla tromba e la moglie Lil Hardin al piano. 

Il periodo d'oro dura dal 1927 al 1933 quando il suo fisico non può più reggere il peso della malattia e a soli trentasei anni deve lasciare questo mondo. A me piace pensare che se ne sia andato così, con il suo sorriso sul volto e il cuore a ululare Yodel tristi, ma che regalano sorrisi a chi avesse la voglia di riascoltarlo ancora oggi.





sabato 18 novembre 2023

Gesualdo Bufalino: "Diceria dell'untore" (1981). L'intimo teatro della vita.

 



Può capitare, sì può capitare di girovagare tra i paesi che sorgono assecondando il dolce digradare dei Monti Iblei, di perdersi tra architetture barocche, a naso all'aria, ad ammirare le curiosità strutturali di balconi e finestre, dove putti e mascheroni si agitano per attirare attenzione; decori, manierismi, forme urlanti che sbracciano e si dimenano per ricordare la pochezza della vita nel pieno del loro clamore. Di inerpicarsi tra i dislivelli dei vari piani stradali collegati da infinite scalinate e gradini e gradoni, di farsi accogliere dalle facciate delle chiese che tremolano al calore dell'afa. Di trovare ristoro, soltanto all'interno, dove la frescura fa rifiatare. Per raggiungere i vari paesi e comuni confinanti bisogna attraversare le sconfinate campagne di olivi e carrubbi perimetrate da muri a secco che cuociono al sole, dove soltanto le lucertole si azzardano al movimento, alla ricerca del coccio più caldo, mentre tutto il resto della vita cerca improbabili fili d'ombra che diradano. Passando da Ragusa, poi Modica, fino ad arrivare a Comiso. Come può capitare di perdersi tra le trame ordite dal talento narrativo di Gesualdo Bufalino, scrittore di Comiso appunto, il cui modo di scrivere ricorda incredibilmente i volteggi dell'architettura barocca. Uno stile costituito da eleganti arabeschi, tremolare festante di parole intrecciate e improvvisi silenzi ecclesiali. La sua biografia parla di una scarsa attitudine al movimento, agli spostamenti, al viaggio. Comiso è la sua tana, ama trascinarsi da casa al bar e viceversa. È normale che la sua scrittura rifletta il movimento strutturale dei luoghi in cui vive. Anche perché il luogo in cui vive offre tutto, tutto quello che è necessario per la fantasia di uno scrittore. Nel magnifico spettacolo del vivere quotidiano, il bandire dei venditori, il contrattare delle casalinghe... le persone diventano personaggi, la struttura urbanistica si presta a farsi palco di teatro, pista di decollo per il volo della mente aperta all'immaginazione che dà vita al grottesco. Perché la vita è una farsa, l'ispirazione una burla, che cerca di ingannare la morte; è soltanto il lasso di tempo che intercorre nel momento dell'unirsi delle palpebre delle tenebre in un solo battito. Così come la storia messa su carta è il lasso di tempo che intercorre nel momento dello sbattere delle palpebre dell'ispirazione dello scrittore.

Per questo motivo lo scrittore Bufalino instaura un rapporto speciale con i suoi personaggi e le sue storie. Vive a lungo con loro, ne assiste in infinite esibizioni private al loro spogliarello e al vestimento, ne vuole subire l'affabulazione per un periodo indeterminato.

Così la stesura del suo primo romanzo, Diceria dell'untore, dura più di vent'anni e quando viene pubblicato nel 1981 lui ne ha sessantuno, anche se la scrittura e la lettura sono presenti nella sua vita fin dalla tenera infanzia, grazie al padre accanito lettore, e i riconoscimenti arrivavano ad ogni sua produzione artistica, ma per indole caratteriale ha preferito la condizione intima della solitudine nella sua isola, in una forma d'isolitudine. Non ha importanza che il tempo sia passato, lui ne ha goduto per quanto ha voluto considerando il suo rapporto con il tempo... appunto: non esiste, o se esiste è soltanto un sogno. Proprio con la descrizione di un sogno inizia il romanzo Diceria dell'untore, ambientato in un sanatorio palermitano, forse unico elemento autobiografico, che riporta al periodo della fine della seconda guerra mondiale, quando, dopo essere scampato alla prigionia nazista, si ammala di tisi e vive un lungo calvario, tra strutture ospedaliere, che lo porta alla guarigione. Il sanatorio è più che altro un luogo di incantesimo dove tutti i personaggi sono soggetti ad affatturazione ed eroicamente costretti a districarsi tra gli incanti della morte e del sublime. La guarigione, non è una vittoria, è il materiale delatorio che prepara il terreno, tra retorica e pietà, all'untore per la sua diceria.

Forse il romanzo in cui il linguaggio barocco di Bufalino, che alterna flussi torrenziali a frasi affilate e sintetiche come rasoiate, trova il suo apice, è Le menzogne della notte del 1988. La trama narra di quattro condannati a morte, che dividono la stessa cella, e che per passare la loro ultima notte di vita, si raccontano a vicenda il loro ricordo più bello. Una prosa esemplare per come realtà e finzione si sovrappongano impedendo di capire dove finisca l'una e inizi l'altra. Fondamentale è la comprensione del concetto che memoria e menzogna (da mentire) sono attività della mente, che possono innalzarsi per raggiungere la perfezione, concorrendo nel tentativo, glorioso e vanaglorioso, di ingannare la morte, senza riuscirci ovviamente, mostrando tutta la loro fallacia, perché il dolore non si può curare ma si può recitare.

Dopo la prima estirpata e corteggiata pubblicazione ne seguiranno altre con cadenza costante, in modo da rifarsi degli anni trascorsi senza. La produzione letteraria dal 1981 in poi prende un ritmo forsennato fino a metà degli anni novanta. Mi piace ricordare tra le tante opere edite il romanzo Argo il cieco, le riflessioni di Museo d'ombre e La luce e il lutto, e le poesie I languori e le furie. Stava lavorando al romanzo Shah Mat, sullo scacchista cubano Capablanca, quando uno strano e predestinato incidente d'auto gli toglie la vita nel 1996.

Le tematiche affrontate, che lo avvicinano alla letteratura di immensi pensatori come Jorge Louis Borges e Samuel Beckett, ne fanno uno dei maggiori scrittori siciliani e italiani del ventesimo secolo e in questo caso anche se può capitare di perdersi, come dicevo all'inizio, coinvolti nei labirintici ghirigori narrativi o architettonici, è una piacevole e formativa sensazione perché può capitare anche di ritrovarsi.







domenica 12 novembre 2023

Città fantasma, alchimia, maschere e mascherine

 La mia intervista a Flavia Cidonio 



Ringrazio la poetessa Flavia Cidonio che ha scelto il mio blog per parlare del suo nuovo libro e di molte altre cose. 


Flavia Cidonio ha collaborato con la rivista di critica cinematografica «Sentieri Selvaggi». Scrive per il magazine culturale «Parallel Vision». È autrice di testi teatrali, racconti, poesie e ha pubblicato le raccolte Antimonio (Gattomerlino, 2019; premio nazionale di poesia “Maria Marino” 2021) e Lieta sciagura (Nulla Die, 2021). Città fantasma è il primo libro pubblicato con Ensemble.

Suggestivo il titolo: “Città fantasma”. Fa pensare a quello che abbiamo vissuto durante la pandemia ma ovviamente non è così. È tutta un'altra storia…

Questa raccolta nasce da una piccola fascinazione: Roma disabitata. Con lei vivo uno di quei rapporti di amore vicini alla reciproca consunzione. Ho voluto disegnare una mappa di incontri. Celebrati, vissuti o nascosti. A questo credo corrisponda una città. Ricordo e immaginazione costruiscono un reticolo sovrapposto che crea l'opportunità di nuove interpretazioni. Punti di raccordo per chi ha imparato a smarrirsi, confine che non consente di dimenticare la strada di casa. Scritta nell’altro ancora prima che in terra. Del tempo con le sue condizioni abbiamo imparato a farcene gioco: la città che brucia è un discorso di fantasmi. 

Si può dire che tu sia nata in un’epoca tecnologicamente avanzata in cui la parola è legata alle comunicazioni tecnologiche e alla virtualità. Ci può essere ancora emozione materiale, sensoriale, nel comunicare attraverso la parola? 

Non credo di avere risposte nette, ma solo considerazioni. Cambiano i supporti, la modalità e i tempi della comunicazione, eppure la sostanza mi sembra resti la stessa. Nei suoi limiti e nelle sue potenzialità abbiamo modo di esplorare quotidianamente un confine mutevole, che forse esiste solo nella nostra immaginazione. La tecnologia spesso è un ponte che senza dubbio può aggirare molti ostacoli che il mondo reale offre (ostacoli a cui peraltro non necessariamente credo sia un male arrendersi), ma non per questo mi sembra ci renda immuni alla crudeltà. O alla permeabilità di provare e trasmettere sensazioni, anche attraverso strumenti così asettici. Un discorso a parte credo si possa fare in merito al desiderio: in un mondo dove tutto sembra apparentemente a disposizione credo che una fame autentica sia preziosa.

A proposito di fame… parliamo di emozioni… ti ricordi la tua prima emozione legata alla scrittura? 

Ho molti ricordi di questo tipo, anche se non saprei dire quale sia stata la prima emozione legata alla scrittura. Se dovessi raccontare un momento in particolare mi viene in mente quando ho scritto Mattino, la poesia che si trova sulla copertina di “Antimonio”. Rileggendola di getto ho avuto la sensazione che ogni lettera corrispondesse a quel che ero, nella sua contenutezza. Come leggersi in uno specchio. È stato molto bello.

Ricordo bene “Antimonio”, la raccolta con cui ti presenti al mondo, con un bagaglio di parole che piovono come trasognate dall’emisfero della casualità ma si materializzano con meticolosa precisione nella realtà a scolpire sensibilmente i vari stati d’animo interiori. Un gran modo per presentarsi al mondo che mostra tutta la tua eleganza e incisività stilistica. “Antimonio” richiama ad un preciso elemento alchemico. Ci puoi dire se ci sono dei riferimenti o se è soltanto una suggestione? 

In alchimia l’antimonio rappresenta la natura più ferina dell’uomo, l’stinto. Si dice fosse usato come antidoto contro l’avvelenamento, sebbene in realtà sia notevolmente tossico. Con questa raccolta di poesie ho provato a interrogarmi sulla forma di questa radice, così oscura e contraddittoria. Così vitale. Il riferimento quindi è legato esclusivamente al nome, sebbene l’alchimia (da assoluta profana) mi interessi molto.

Dalla lettura della silloge il tuo interrogarti su questa natura oscura e contraddittoria emerge attraverso una naturale intima musicalità. Quali sono i passaggi, le emozioni, le riflessioni fondamentali che hanno portato alla stesura? 

Mi è difficile ricostruire un percorso, ma diciamo che l’idea essenziale è il rifiuto dell’assertività. La natura di Antimonio è anti vitalistica, in chiave sorniona. Non amo la certezza, mi appassiona l’equilibrio del dubbio. Non desiderare punti di riferimento o approdi per diverso tempo mi ha fatta sentire sola, più di ogni altra cosa. Probabilmente l’adesione al paradosso, la figura retorica che prediligo e uso abbastanza spesso, arriva da qui. Ci sono molte piccole storie che non combaciano in queste poesie, pezzi che non ho bisogno di ricondurre all’interezza. 

L’adesione al paradosso probabilmente ti ha permesso di eliminare delle maschere, e dopo il periodo delle mascherine non è poco… O ne hai indossate altre?

In questo libro la maschera corrisponde al volto: non ce n’è neppure una, eppure ce ne sono molte in ogni verso. 

Interessante risposta che però sembra indicare una sorta di distanza. In questo momento ti senti pienamente rappresentata dai contenuti riportati nel libro? 

Direi di no o almeno non del tutto. In verità ho cominciato a percepire la distanza già una volta terminata la stesura, ancora prima di capire se avrebbe visto luce o no. E credo sia un bene, perché questo passaggio ti offre l’occasione di riflettere su come desideri proseguire, se desideri farlo e per quale ragione. Anche le impressioni restituite da chi lo ha letto chiaramente hanno contribuito a questo senso di estraneità piacevole. 

Il tuo ascoltare il silenzio della musica interiore come si pone nei confronti del frastuono mediatico? 

Penso che il frastuono mi sia necessario, altrimenti non potrei apprezzare così tanto il rifugio che offre il vuoto, che amo mantenere tale senza l’ansia di una decodifica. In virtù di questo penso che la confusione favorisca spesso processi interiori interessanti. Di mio tendo emotivamente al caos, entrare in contatto con ciò che è simile mi porta a osservare con più cura le sue componenti essenziali.

Il caos mi fa pensare nuovamente ad Antimonio. Tutto torna. Quanto conta la poesia oggi e soprattutto la parola nell’epoca del caos telematico? 

Potenzialmente moltissimo, proprio nel momento in cui la parola scritta mi sembra sia lo strumento principale. Direi che l’ostacolo è il tempo di reattività, la produttività. L’efficienza a ogni costo. Errare maggiormente in questo senso può essere utile, anche attraverso il linguaggio. Quindi concedersi di sbagliare, di rivedere e formulare nuovamente con tempi che ci corrispondano. Così come esplorare territori nuovi e non suggeriti dall’assonanza con quanto abbiamo già ascoltato.

Corrispondeva alla stesura interiore. Come hai vissuto il passaggio da stesura ideale alla forma cartacea? 

Credo non sia mai esistita una stesura ideale di ”Antimonio” dal momento che non si è mai trattato di un progetto. Scriverlo è stato necessario, entusiasmante e per certi versi quasi divertente. Ma allo stesso tempo per ogni nuova poesia rivedevo tutto quel che avevo scritto in precedenza. Molte hanno mutato completamente forma, altre che mi piacevano moltissimo non hanno più avuto un senso alla luce dei nuovi versi. Quindi probabilmente non mi sono resa neppure conto di quanto abbia corretto e modificato dal momento che è accaduto un po’ alla volta.

Senti che nel tuo modo di scrivere ci siano le influenze del tuo percorso formativo? 

Ho studiato drammaturgia per due anni in un corso professionale, lettere all’università, sceneggiatura e negli ultimi due anni redazione editoriale. La mia è una formazione un po’ eterogenea ma direi che ognuno di questi passi mi ha portata a ragionare molto sulla scrittura, mia e altrui. Certamente ho attinto moltissimo dalle letture suggerite anche grazie a questi studi.

Quali sono queste letture? Ci sono autori o autrici che per te sono fondamentali? 

Moltissimi, negli ultimi anni quasi principalmente donne. Antonia Pozzi, Paul Celan, Cristina Campo, Audre Lorde, Patrizia Cavalli, Octavio Paz, Wisława Szymborska, Borges, Anne Sexton, Chandra Livia Candiani, Emily Dickinson. Dovessi nominarne una fra tutte direi Sylvia Plath. Ma sono sempre in cerca di nuove voci da amare.









domenica 5 novembre 2023

Meade Lux Lewis: Il blues del treno sulle rotaie del boogie woogie

 



Nell'epopea del Blues sono infiniti i canti dedicati al treno, basti pensare a Leadbelly con la sua When That Train Coming Along, o Waiting For A Train di Jimmie Rodgers, a Lonnie Johnson con Long Black Train o al più celebre Robert Johnson con Love In Vain Blues, tra quelle più belle che mi vengono in mente, ma in realtà non c'è Bluesman che non abbia dedicato almeno un brano al treno in vita sua.

Il motivo è che il treno, con tutti i suoi annessi e connessi, oltre le piantagioni di cotone, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, ha rappresentato una delle principali fonti di guadagno e di fatica per gli afroamericani che prestavano la maggior parte della bassa manovalanza, e dove c'è fatica, per superare la fatica, appunto, si canta. 

I cantieri delle ferrovie, inoltre, per orecchie sensibili, fornivano una serie di rumori ripetuti che con la fantasia del musicista diventavano suoni. Il battere del martello sulla rotaia, lo spalare della vanga, lo scarico dei sassi. Anche la stessa meccanica del treno a vapore forniva spunti interessanti.

Con il tempo il treno assurge anche al ruolo di simbolo. Può simboleggiare il viaggio in sé, e il mistero che comporta. Verso nessuna destinazione o una destinazione fantasma, verso la felicità o verso l'inferno. Può essere il simbolo della comunicazione perché riesce a mettere in contatto tra di loro punti dello sconfinato territorio americano fino ad allora irraggiungibili.

Fino a diventare simbolo sessuale, simbolo dell'organo che può addentrarsi, tra gallerie e ponti, nelle lande inesplorate della natura selvaggia.

Il pianista di Chicago, Meade Anderson Lewis, poi Lux, nel tentativo di intrattenere la sua gente nei Junkie Joint, le bettole dove si ritrovano gli afroamericani nel dopolavoro, decide di velocizzare le battute del blues rendendolo ballabile e parlando loro di un argomento che conoscevano a memoria, il treno appunto, in questo modo lo esorcizzava.

Così nasce intorno al 1927, Honky Tonk Train Blues. Non si sa cosa fosse Honky Tonk, forse un altro modo di definire i juke joint, o un modo scherzoso di chiamare il piano, o ancora un genere musicale proveniente dal rag, ma in ogni caso è un fonema in cui chi aveva voglia di fare chiasso clandestinamente si riconosceva. Lo spartito mostra tutti i dettagli del viaggio del treno: la partenza, gli scambi, il suo passare vicino ai viaggiatori che aspettano, lo sbuffare della locomotiva, il passaggio sui ponti, il prendere velocità, l'arrivo in stazione.

Lo stile musicale caratterizzato dalla velocizzazione delle battute con le tre dita della mano sinistra nel tipico walking bass e le improvvisazioni melodiche con la mano destra, complesse ma orecchiabili, ballabili e sensuali, contribuiscono a creare in quel periodo, insieme ad altri musicisti che utilizzano le stesse modalità espressive, il genere che verrà chiamato boogie woogie, termine che non ha nessun senso ma che include tutti questi elementi.

La registrazione del brano arriverà grazie alla produzione della Paramount e così la diffusione nazionale. La celebrità di Honky Tonk Train Blues lo porta a diventare uno standard del blues, con versioni realizzate dai più grandi bluesmen della storia.

Lewis porta il boogie woogie in giro per gli Stati Uniti per tutti gli anni trenta, inseme ad altri due pianisti, Ammons e Johnson (vedi sotto), fino al celebre concerto tenuto al Carnegie Hall nel 1938. Il fenomeno boogie diventa una vera e propria mania e come tutte le manie ad un certo punto perde il suo potere di traino.

Il suo talento musicale gli permise di reinventarsi e cimentarsi con altri strumenti e poi di approdare al genere rag, diverso ma con le stesse radici del boogie, che continua a suonare fino a cinquant'otto anni, cioè fino all'incidente d'auto del 1964 che gli toglie la vita. Quando si ha voglia di ballare, a distanza di quasi cento anni, il Blues Del Treno mantiene intatto il suo fascino.




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