domenica 30 ottobre 2022

La mia intervista ad Andrea Pomella

La depressione, la musica, la scrittura (2019)


Vorrei partire dal tuo ultimo libro “L’uomo che trema” che tratta una tematica delicata e complessa come quella della depressione. Quali sono le dinamiche mentali che ti hanno portato a sviluppare tale tematica? Quanto c’è di autobiografico? 

Ho affrontato il tema della depressione perché sono uno scrittore che pratica il genere dell’autobiografia, e ho capito solo recentemente che la mia vita non può essere disgiunta da questa malattia di cui soffro da sempre. Il libro tecnicamente è un memoriale. Tra le varie definizioni di memoriale la Treccani ne elenca una che mi piace più di tutte: “Scritto col quale s’invoca una grazia”.

Sia in “Anni luce” che in “L’uomo che trema”, in tutti i tuoi romanzi si parla molto di musica, anche quest’ultimo che sembra non avere legami invece poi si addentra nell’universo musicale. Fa pensare ad un tuo rapporto viscerale… cosa ci puoi dire in merito? 

Le fasi della mia vita da sempre sono scandite dall’ascolto di questo o di quell’album, li chiamo i miei cuori artificiali. L’ultimo di questi è stato Either/Or di Elliott Smith, un disco che mi ha aiutato molto a guardarmi dentro in un momento difficile, che è entrato a far parte in tutto e per tutto della mia terapia antidepressiva. La musica è l’esperienza artistica che più mi ha condizionato nel corso del tempo e nelle varie età che ho fin qui attraversato. Ha condizionato i miei comportamenti, il mio atteggiamento nei confronti del mondo, lo spirito con cui mi relaziono con gli altri. La musica è un luogo sicuro a cui so che posso tornare in qualsiasi momento e quando ne ho voglia.

La musica influenza anche il tuo linguaggio? 

Come tutte le cose a cui dedico la mia attenzione, che accolgo dentro di me, a cui faccio spazio, a cui concedo di toccare le mie corde più intime e sensibili. In questo senso non credo che influenzi solo il mio linguaggio, ma molto di più. 

Quanto di più? Quando si trattano certi argomenti così in profondità si possono toccare le corde anche della spiritualità. Che rapporto hai con la religiosità o con Dio?

Non sono credente, ma fin dalla prima infanzia ho avuto una fascinazione per la figura dell’uomo sulla croce. Uno dei miei giochi preferiti da bambino era mettere in scena la passione di Cristo, simulare coi miei giocattoli la scena del Golgota. Così Big Jim diventava un Cristo muscoloso che affrontava la morte con un sorriso ebete. Anche adesso quando osservo un crocifisso la prima reazione che provo è una sorta di trepidazione ludica.

Mi sembra che esista un Gesù Cristo della Mattel, se non esiste dovrebbero inventarlo. A proposito di linguaggio. Ci sono molte situazioni esemplari in cui ti addentri nella descrizione del particolare per trarne delle riflessioni universali sull’esistenza. Anche questo fa parte di una certa musicalità? Che legame hai con la parola, soprattutto in relazione a questi tempi moderni in cui il linguaggio è come impazzito? 

Se esiste un concetto di patria in cui mi riconosco, inteso come catalogo di fatti e relazioni che costituiscono un’identità condivisa, questo è legato alla parola, alla lingua in cui mi esprimo, e solo a quella. La violenza il più delle volte si manifesta quando manca la capacità di esprimersi a parole, è una reazione a uno stato di frustrazione. Viviamo tempi in cui la parola scritta è tornata al centro delle relazioni umane, pensiamo a quanto ne facciamo uso ogni giorno districandoci tra telefoni, computer e tablet. Ma ci manca la destrezza nell’uso delle parole, siamo disabituati al loro valore, e perciò le nostre interlocuzioni traboccano d’odio. Una vera civiltà fondata sulla parola è una civiltà di pace.

Dal mio punto di vista tu riesci perfettamente a fondare la Civiltà della pace sulla Parola. Quando ti sei accorto che scrivere era il tuo principale strumento di comunicazione?

Quando mi sono reso conto che per una forma psicanalitica di rifiuto c’erano alcune parole che non riuscivo a pronunciare ad alta voce. Per esempio il mio nome. Perciò non mi restava che l’ambito silenzioso della parola scritta.

Nell'ambito silenzioso trovi il tuo respiro profondo, probabilmente. Certe tue descrizioni ambientali sembrano lunghe particolareggiate passeggiate tra le strade di Roma. Quanto contano i luoghi nella tua scrittura? E l’influenza della periferia? 

La forma di scrittura che preferisco è il reportage, per molto tempo ho fatto passeggiate per le vie di Roma cercando di narrare l’esperienza prima ancora della storia. La scrittura è in gran parte un esercizio di divagazione, ha molto a che fare con il camminare, soprattutto col camminare senza meta. Camminare e scrivere sono due attività che hanno molto in comune. Quanto alla periferia, più che un’influenza è un’ossessione. Ancor oggi quasi ogni notte sogno le vie della borgata in cui sono cresciuto, e non potrebbe essere diversamente essendo quella borgata il microcosmo in cui si sono formate le connessioni più intime che governano la mia mente. Vale come il primo volto a cui siamo stati esposti, il primo latte, la prima voce.

Tutto ciò ha fatto di te quello che sei oggi, uno scrittore con parecchie pubblicazioni all'attivo. Ma quanto vale la pubblicazione cartacea in questo momento storico? Che rapporto hai con la materia carta? 

Non gli attribuisco alcun valore, non mi appassiona il dibattito intorno alla forma del libro. Sono più sensibile ai contenuti.

Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere questa strada? 

Ciò che è saggio dire prima di intraprendere qualsiasi strada che si prevede di una certa lunghezza: indossare scarpe comode.

In seguito sono uscite altre sue pubblicazioni:
I colpevoli (Einaudi)
Il dio disarmato (Einaudi)

giovedì 27 ottobre 2022

La mia intervista a Chiara Salvati

 La danza, tra tradizione e modernità (2018)



La danza può avere diverse sfaccettature e Chiara Salvati è una danzatrice che, grazie 

al suo ondivago percorso formativo, è riuscita a trovare la giusta sintesi tra spinta 

spirituale e sensualità dei movimenti. La sua ultima ricerca si concentra sulla danza 

tradizionale Sufi su cui sovrappone le sue capacità coreografiche, dettate dai 

sommovimenti interiori. Ho assistito ad una sua esibizione all’Auditorium Parco della 

Musica durante il concerto Jazz degli Erodoto Project ed indubbiamente colpisce la 

sua capacità di veicolare emozioni profonde attraverso una danza che è 

principalmente basata sulla rotazione. Il suo roteare è, battito di cuore, pulsazione di 

luce, sbocciare di fiori, partendo dal buio interiore.

Ho incontrato Chiara Salvati per approfondire qualcosa di più del suo modo di 

danzare e della sua vita.


Ciao Chiara, devo inevitabilmente partire dall’ultima tua esibizione romana per 

iniziare a conoscere qualcosa in più della tua arte. Il tuo modo di muoverti mostra 

una naturalezza assoluta in questo tipo di ballo e mi viene da chiederti, per te che 

sei romana come è successo di approdare alla danza Sufi? E cos’è la danza Sufi per 

la tradizione islamica?


Il mio incontro con la danza SUFI è avvenuto molto prima di conoscerla: mia madre 

mi racconta che quando avevo una manciata di anni volevo sempre indossare le sue 

gonne lunghe e girare. Molti anni dopo, durante un ritiro di meditazione, un 

insegnante che mi aveva visto girare mi parlò dei SUFI e dei dervisci rotanti. A partire 

da quel momento la mia ricerca ha preso la direzione che, senza saperlo, stavo 

cercando da tempo. È stato come tornare a casa. La danza tradizionale Sufi, Sema, è 

un rituale religioso praticato all'interno dell'ordine Sufi dei Mevlevi. È un atto 

devozionale altamente strutturato e codificato, che acquisisce un particolare 

significato solo all'interno di quel contesto. Sperimentare tale rituale è stata 

un'esperienza toccante, tuttavia credo che l'essenza del giro, cioè una connessione 

profonda con noi stessi e l'esistenza, è qualcosa che possiamo sperimentare anche al 

di fuori del contesto religioso ed è questo il modo in cui lo propongo.


La danza rotante era già nel tuo DNA, quindi, fin dalla nascita. Poi, però,

crescendo hai trovato l’elemento che esprimesse meglio la tua interiorità; c’è 

qualcosa di più per te nella danza Sufi?


Si, c’è qualcosa di più. Prima di essere una danza, il giro è una porta che si apre verso 

l’interiorità e l’Esistenza: ti riporta ad una dimensione umana, infinitamente piccola, 

e poi ti spinge oltre. Certe volte mi sembra di dissolvermi, è come essere lo strumento 

di una grande energia che per un istante si trattiene nel corpo. Sono immensamente grata a questa pratica, mi ha permesso di conciliare due mondi che fino ad allora

avevo vissuto separatamente, l’arte e la ricerca interiore.


È strano parlare di ricerca interiore attraverso la rotazione... Ti ho visto roteare per

quasi dieci minuti ma so che puoi farlo anche per ore e ore, come si può

realizzare una cosa del genere? Qual è la sensazione principale che ti trasporta

durante la rotazione?


È come intraprendere un viaggio, la rotazione è il mezzo di trasporto, il corpo fornisce

il carburante, ma si usano gli occhi del cuore e i paesaggi sono interni. Il tempo

permette di andare gradualmente in profondità, anche se se ne perde la cognizione.

Si può apprendere la tecnica del giro ma ciò che permette l’esperienza è l’apertura

mentale, la disponibilità all’ascolto, il lasciarsi guidare. La sensazione è che qualcosa

si dissolva e poi torni a riunirsi.


Questo bellissimo concetto di dissolvenza e ritorno all’unità sembra indirizzare

verso uno stato di benessere interiore, l’unità più sana di ognuno di noi. In

qualche modo la scintilla infinita in ogni interiorità può ricongiungersi con l’infinito

dell’universo?


Credo che quella scintilla non si separi mai dall’universo, siamo noi che crescendo

costruiamo le barriere che ci allontanano da essa. Il viaggio interiore è un cammino

di ritorno all’Essenza e, a differenza di come lo descrive la new age (hahaha), è tosto:

ti sbatte in faccia gli aspetti peggiori dell’essere umani e ti espone al dolore di

vecchie ferite. Ma poi da qualche parte la luce entra: c’è un incredibile grazia nel

lasciare andare.


È impossibile non passare attraverso la sofferenza... Mi sembra di capire che,

quello che proponi, è un rituale di trasformazione interiore simile all’opera

alchemica; questa è anche l’intenzione del tuo percorso creativo?


Vivo ogni creazione proprio come un rituale. Anche se i contenuti attingono spesso a

vissuti personali, mi piace indagare quegli aspetti della fragilità umana che

accomunano tutti noi. La danza mi permette di esplorarli e viverli in una nuova

chiave...che piaccia o meno, ciò che importa è che sia vera, che permetta, a chi la

osserva, di riconoscere parti di sé e di lasciarsi condurre nello stesso viaggio.


Il tuo percorso creativo, basato sulla conoscenza profonda di questo tipo di danza,

ti ha permesso di sovrapporre movimenti appartenenti ad altre danze e

raggiungere la sintesi degli opposti, donando sensualità ad una danza spirituale… è una mia visione o può corrispondere un po’ anche alla tua visione?


Si, all’interno della rotazione, che è al centro delle mie performance, confluiscono

anche altri linguaggi. Per esempio i giri della testa, i movimenti fluidi di braccia e

mani, le rotazioni del busto, sono degli elementi espressivi che caratterizzano le mie

creazioni. È un modo personale di vivere e ricreare questa danza che chiamo “giro

poetico”. A volte mi chiedo se spiritualità e sensualità possano coesistere,

sinceramente non lo so. Ma quando leggo le poesie di alcuni mistici, Sufi e non, credo

che sia una sintesi possibile.


Io credo che anche tu ci riesca. E vederti ballare mi ha fatto pensare ad alcuni dei

miei poeti preferiti, Rumi, a proposito di Sufi, John Donne o Juan de la Cruz.

L’esibizione che ho visto io era all’interno di uno splendido concerto Jazz basato sul

dialogo interculturale, hai in programma altre collaborazioni o un tuo spettacolo

personale?


Entrambi! Sia in Italia che in Spagna collaboro con diversi musicisti, non solo di

musica tradizionale, mi piace esplorare anche altre sonorità se trovo la giusta

ispirazione…come è stato con il bel concerto jazz di Erodoto Project! Lo scorso

settembre ho presentato a Barcellona un primo studio di “voces”, uno spettacolo

personale cui desidero lavorare ancora un po’ e magari portarlo prossimamente in

Italia!


Speriamo, allora, che arrivi il più presto possibile in Italia. Anche se tu hai scelto

di vivere in Spagna, a Barcellona, e mi sembra di capire che le possibilità sono ben

diverse rispetto a quelle italiane… ci dici qualcosa in più delle due realtà?


A Barcellona mi sento a casa, è una città bella e con un gran fermento artistico. Tra le

varie risorse, trovo bellissimo che esistano ancora i centri di quartiere, delle strutture

perfettamente attrezzate che oltre ad offrire una vasta programmazione artistica

sono un importante punto di incontro tra diverse generazioni. Del resto anche Roma

è meravigliosa e artisticamente viva, solo che non sempre è facile trovare spazi

adeguati. Per questo trovo importante che esistano movimenti sociali volti a

costruire nuove realtà di condivisione e creatività.


Fortunatamente i tuoi legami artistici con il nostro malconcio Paese sono ben saldi

e quindi ti vedremo spesso. Qual è il prossimo impegno italiano?


Per il momento so che starò in Italia a settembre, con performance e seminari sia a

Roma che in Toscana. A breve verranno pubblicate le prossime date!


Per salutare i lettori sapresti indicare un percorso per intraprendere tale

attività artistica?


Ma certo, prima di tutto direi loro di venire ai miei corsi, hahaha!

Il mio consiglio è di imparare tanto e da chiunque, di trovare insegnanti bravi ma che

sappiano trasmettere anche da un punto di vista umano, di appassionarsi e di

ricercarsi...perché nell' arte, dopotutto, possiamo metterci solo quel che siamo e per

farlo, almeno un pochino ci dobbiamo conoscere...no?


Io ti ringrazio per la disponibilità e per questa profonda chiacchierata che ci ha

dato modo di apprezzare una danza appartenente alla pratica tradizionale ma in

una tua chiave personale e moderna.


Ringrazio te Gabriele per l'interesse e per lasciarmi condividere ciò che mi sta a cuore. Grazie ai miei maestri, di vita e di danza,senza i quali oggi non avrei ciò che posso dare. Alla mia famiglia per insegnarmi a lottare per ciò che voglio e agli amici, per credere in me più di quanto a volte non faccia io. Un saluto, alla prossima!

domenica 23 ottobre 2022

La mia intervista a Isabella Dilavello

 Il Teatro fuori dal Teatro (2017)



Ovunque ci sia una storia da raccontare c’è lei: Isabella Dilavello, attrice e autrice in 

grado di dar vita alle parole, di portare il Teatro fuori dal Teatro. Perché una storia 

per essere raccontata non ha bisogno di un luogo fisico ma di quella chimica che si 

crea tra chi recita e chi fruisce, tra attore e spettatore, ovunque ci si trovi. Da questa 

interazione scaturisce la vera magia del Teatro, fino alla fusione delle parti. La 

sensibilità espressiva di Isabella le consente di padroneggiare testi estremamente 

complessi e viverli nel suono della voce, nei movimenti del corpo. Teatro e ricerca 

aderiscono alla perfezione e questa perfezione si manifesta ovunque vi sia la 

possibilità di intrattenere, seducendo il cervello di chi si ferma ad ascoltare. 

Abbiamo intercettato Isabella Dilavello, durante una sosta, cercando di cogliere i 

suoi passaggi, i suoi spostamenti; cercando di curiosare nel suo vagare, perché di 

questo si tratta, di vagare… di errare… la sua vita… la sua arte… 


Isabella tu sei di Roma ma è difficile pensarti in un luogo ben preciso… che 

rapporti hai con la tua città natale? 


Da bambina dicevo di soffrire della sindrome del piccione viaggiatore, con la 

necessità di allontanarmi, andare, portare qualcosa (una storia, una visione, un 

desiderio?) lontano e poi tornare a casa. Il problema era ed è, che io non so cosa 

chiamare casa. E allora dove torno? Sono nata e cresciuta a Roma, da padre pugliese 

e da madre abruzzese, con il vento di mare nelle ossa e la continua attrazione per le 

onde. Stranamente al mare non ho mai vissuto, salvo le vacanze estive. Ma è lì che 

vorrei morire. Per questo mi sento una errante, anche se passo lunghi periodi 

stanziali, lunghissimi, come adesso. Eppure non appartengo mai al luogo in cui sono 

e raccontare storie è sempre aprire una finestra, la porta, l’immaginazione per 

accogliere quella cosa lì che ancora non so, non ho visto, conosciuto … vagante fino 

alla fine.


… E il tuo vagare ti ha portato a fermarti a Verona da un po’ di tempo… c’è 

qualcosa di magico in questa città che ti ha attirato?


Ora sono a Verona, sì, da tanti anni. Ci sono arrivata per caso e per disamore. Ed è 

buffo a pensarci, visto che per tutti Verona è la città dell’amore, benché debba la 

sua fama agli amanti più tragici di tutti i tempi. Magia? Verona potrebbe davvero 

essere magica, con il fiume che ne cambia la forma e i colori, con un centro storico 

che commuove, con una provincia fatta di colline e lago, di vigneti e ciliegi. Ma poi a 

viverci finisci per scontrarti con quello che non si vede e cioè con il suo essere ruvida e scontrosa, una bella signora di provincia, restia alle novità. Se solo si rendesse conto di quanto è bella e quanto più potrebbe essere, sarebbe una esplosione. Mi

chiederai: perché ci resti allora? Perché c’è una Verona che resiste, un po’

sotterranea, che mi somiglia, perché mi è capitata qui la fortuna di cominciare un

percorso di teatro in carcere che merita tutta la fatica per farlo e ancora non ci

voglio rinunciare. Ma non sarà per sempre.


Riesci a portare il Teatro dappertutto, anche in carcere… deve essere

un’esperienza dura da metabolizzare…


Non l’ho ancora sviscerata in modo lucido e razionale. È una roba tutta emotiva,

fatta di ingressi e portoni chiusi alle spalle, sguardi dolorosi, storie assurde, tempi

impossibili, sensazioni di gabbia, mutazione del concetto di giustizia e pena,

sospensione affettiva, sospensione di giudizio, percezione del rifiuto da parte del

mondo fuori dell’esistenza di quel mondo dentro…


Anche se l’argomento è interessante comprendo quanto sia difficile parlarne e

allora cambiamo contesto, curiosando un po’ sul come è nata la tua idea di fare Teatro…


Confesso, ho perso un po’ di tempo nella formazione. E quando mi sono decisa, era

troppo tardi per provare ad entrare in Accademia, ma non proprio tardi per ogni

cosa. Quindi, sono andata a bottega. Devo davvero quasi tutto quello so di Teatro a

due veri maestri, Guido d’Avino per la fatica e il sudore e l’incertezza e le domande,

ma soprattutto per la felicità e la grazia. Poi Monica Giovinazzi, attrice, regista e

performer: con lei ho risposto alla domanda “cos’è che vuoi dire davvero quando ti

esponi, nuda al mondo?”, ed è cresciuta la mia idea del Teatro, un teatro come

generatore di dubbi, un osare il confine. E, in un’epoca di confini che si fanno muri e

filo spinato, questo diventa atto politico. Ma per me sono maestri tutti coloro dei

quali ho amato ogni lavoro e scelta poetica, come Peter Brook o Claudio Morganti,

per fare due nomi su tutti (ma sono tanti, tantissimi).


Teatro e superamento dei confini, attraverso la parola, non c’è niente di più

affascinante… Stai lavorando come autrice, insieme al musicista Enrico Breanza, ad

uno spettacolo che si chiama: “Fuori da queste ore faziose”, incentrato sulla parola

e sul suono della parola in continua trasformazione… ce ne vuoi parlare?


“Fuori da queste ore faziose” nasce dalla necessità di fermarsi. Sia io che Enrico

Breanza riflettevamo su quanto intorno a noi sia pressante di richieste, di urla, di

barricate, di posizioni da prendere (chissà quali), soprattutto “contro”. Volevamo

confrontarci con un “Con” … con il corpo, con la voce, con il suono. A favore di …

quando si è a favore, si crea una risposta, un dialogo. Così io mi ritrovo a dialogare

con il suono della chitarra di Enrico, ne amplifico i movimenti e ne vengo smisurata.

La parola lascio che si apra. Io sono convinta che le parole che scegliamo di dire rappresentino qualcosa, ci rappresentino. E lo fanno in relazione al modo in cui la

diciamo. La parola usa il corpo e il corpo usa la parola. È una questione fisica, un

esperto del suono te lo saprebbe spiegare meglio, il corpo è cassa di risonanza. Il

suono esce da lì, si espande e incontra, sbatte su ciò che trova di fronte. Un muro, le

persone, corpi. Torna indietro. Lo senti ovunque. Dal punto di vista emotivo potrei

dire che accade lo stesso, il peso e il significato di ogni parola incontra la sensibilità

e i ricettori di chi ascolta. E io che ne raccolgo il ritorno ne vengo modificata,

comprendo altre cose, la parola stessa si evolve. Al principio di “Fuori da queste ore

faziose” gioco con le parole DECADENZA e MALEVOLENZA, inevitabilmente colgo più

indulgenza sul suono della decadenza. Retaggio poetico, credo …


Bello il concetto del corpo come cassa di risonanza della parola… La tua ricerca

sulla parola, appunto, ti ha portato a concentrarti sulle storie di donne. Donne

complesse… le partigiane con le armi in pugno o con sensibilità di poeta come

Amelia Rosselli.. Si tratta di affinità o…? Quanto conta l’essenza femminile oggi?


L’affinità è nella complessità, forse. Le donne delle quali scrivo e che poi interpreto

entrano nel mio immaginario per la loro esistenza sul bordo, per le loro scelte che

pongono un problema alla società che le guarda, per il loro corpo offerto alla vita.

Amelia Rosselli è poeta con una lingua difficile e potente, il “giogo della mia inferma

mente” diventa poesia, la sua paranoia diventa poesia, il suo passato e l’eredità di

un padre anarchico e assassinato dai fascisti diventano poesia, il desiderio e la

musica diventano poesia, ma così facendo apre squarci sulla sua fragilità ed è quel

dualismo, fragilità e potenza, che provo a raccontare, fino a quel suo ultimo volo a

testa in giù. E credo sia la stessa cosa anche quando metto in scena “Con vestiti

leggeri”, partendo dalla vicenda di Rita Rosani, partigiana combattente, ebrea,

morta sui monti veronesi per un agguato fascista, morta imbracciando un fucile. In

lei c’è tutta la fragilità e la potenza della gioventù e di una donna innamorata. Ma un

amore in guerra fa vergogna, una donna armata fa vergogna e non si alzi il

sopracciglio al mio uso del presente verbale: fa ancora vergogna. Ora ho appena

iniziato ad avvicinarmi a Janet Frame, e mi trovo di fronte ancora una volta a fragilità

e potenza, di fronte a “latte, panni e spazzatura”. Fragilità e potenza. Vedo così

l’essenza femminile. E forse qui risiede la necessità di non nasconderla. Ci viene

spesso negata e questo in generale: è difficile da digerire che si possa essere forti se

ci si può rompere. Eppure si può. Eppure si deve. Eppure sarebbe un passo avanti

nell’umanità. Eppure se anche l’uomo capisse che se ci spezziamo non significa necessariamente che lo si debba fare, i rapporti ne uscirebbero sani. 


Il tuo modo di fare Teatro è perfetto per comunicare a livelli più profondi; è

molto legato alla fatica, alla ricerca che è un vero e proprio lavoro, ma poi, in

realtà, in questo periodo storico, è sempre più difficile vederselo riconosciuto…


Ho scelto di essere ai margini. Mi spiego, ho scelto di fare un teatro senza inserirmi

nelle logiche dei premi, dei bandi, dei fringe, delle commissioni cultura, dei giochini

degli assessorati e dei comuni. Di questo inevitabilmente si paga il prezzo. Perché se

non partecipi a questa giostra, praticamente non esisti. Se sei indipendente, se hai

storie tue e nessuno che ti mette un timbro, sei trasparente. Quindi ogni volta che

c’è un pubblico di 50 persone, per me è un successo paragonabile al sold out del

Teatro Argentina. Poi mi capita di confrontarmi con altri attori e registi, che magari

un po’ invece ci stanno dentro e hanno comunque difficoltà a farsi pagare, a vedere

riconosciuto il loro lavoro. E se poi andiamo a vedere come funziona davvero il FUS

(fondo unico per lo spettacolo), si capisce che è un sistema assurdo e incompetente.

Per dirla con le parole di Roberto Latini, “ma perché la mia capacità teatrale, se ne

ho una, deve essere mortificata dalla mia capacità di sopravvivenza? “. Io sono

dell’idea che dovremmo smetterla di aderire al sistema, smontarlo, rivoluzionarlo,

rifiutarci di stare al gioco… forse davvero non è possibile senza radere al suolo tutto.

Compresa me.


Se non ci fosse il Teatro ci sarebbe, comunque, la scrittura. Sei autrice, infatti, di

alcuni racconti, firmati con uno pseudonimo. Questa volta il tema è l’eros, ritratto

in due intensissimi momenti, captati con sensibilità e attenta curiosità… e mi viene

da chiedere quanto è importante il corpo in questo periodo virtuale?


Oh! Ma come si può prescindere dal corpo? Anche quando lo martoriamo, lo

neghiamo, lo condanniamo, il corpo è lì a metterci o a toglierci dall’imbarazzo. Il

virtuale da un lato mette dei filtri e ci protegge (dall’essere visti come realmente

siamo, dal toccare e dal farci toccare), dall’altro ci espone al pubblico ludibrio. La

guerra al corpo si è fatta più crudele. Anch’io ho la mia battaglia con lui. Ma al

corpo, bene o male, anche se solo alla fine e nella morte, torniamo sempre. Scrivere

racconti erotici (entrambi nella raccolta Hot Stuff edita in formato Ebook da

Simonelli Editore) è stato un modo per portargli delicata attenzione e non solo in

relazione al sesso. Se ne può scrivere e parlare senza svilirlo, senza umiliarlo. Farci

pace, almeno ogni tanto.


Sembra che questo rapporto complicato con il tuo corpo non t’impedisca,

comunque, di provare gioia in vita e in scena. Ma non c’è soltanto il Teatro, hai

fatto anche un film, perché non ci racconti qualcosa? 


A marzo 2017 è uscito nelle sale Per un figlio, primo lungometraggio di un giovane

regista italo srilankese Suranga D. Katugampala, già menzione speciale al festival

internazionale del cinema di Pesaro. Quando Suranga mi chiese di prendere parte a

questo film low budget credo di aver accettato soprattutto per i suoi modi e i tempi

dilatati. Poi… la storia, non è un film sull’immigrazione e l’integrazione, per quanto

lo sia. È lo scontro generazionale genitore/figlio, è la solitudine, è l’abbandono. È

l’universale nel particolare. Dal punto di vista recitativo, è stata una esperienza fatta

di lunghe attese, di profumo di spezie, di tempi espansi, di fierezza del farne parte

http://www.perunfiglio.it/


E in ultimo, per salutarci con qualcosa che inviti ancora alla riflessione ti vorrei

chiedere: quanto è importante la parola in questo periodo storico dominato

dalla comunicazione globale?


Recentemente ho letto un articolo in cui si evidenziava il numero di parole

realmente usate d’abitudine, partendo dal vocabolario base comune a tutti di circa

6.500 lemmi: sono 2.000, tutte sempre più semplici. Certo, qui si parlava non di

tecnici, o letterati e filosofi, per quanto poi anche il loro vocabolario si stia

restringendo al settoriale: si parlava delle persone nella quotidianità. La

semplificazione regna nell’epoca della comunicazione globale. Chissà, magari è per

via della fretta di questa comunicazione, è per quell’illusione di poter essere capiti

facilmente. Il fatto è che ci stiamo impoverendo, anche e soprattutto in capacità di

comprensione. La descrizione di un qualcosa che ci ha emozionato, di un incontro, di

una qualsiasi cosa ci appaia importante da condividere, non può ridursi a un nome e

un aggettivo, non riusciremmo mai così a ricreare e a passare a un altro quella

sensazione. Io credo sia responsabilità di noi tutti che in qualche modo ci occupiamo

di comunicazione, la parola. Dovremmo averne cura.


Io ti ringrazio per la tua essenza di attrice e autrice che fa ancora dell’impegno una

passione e una professione e riesce a trasmetterla a chi ascolta…


Posso ringraziare pubblicamente te in particolare per l’attenzione e per la

possibilità di avere una voce, in modo diverso dal solito?

mercoledì 19 ottobre 2022

La mia intervista a Ginevra Di Marco

Il Canto è Conoscenza (2018)



Ciao Ginevra, per noi che, conosciamo tutto il tuo percorso artistico (dalle prime collaborazioni con gli Üstmamò e i CSI), tu sei “La Voce”, il soffio vitale che ha trasmesso emozioni e I valori dell’impegno e… invece, per te, cos’è la tua voce?
Tu che rapporto hai con lei? Canti anche per te stessa?

È l’espressione della mia parte profonda, sia emotiva che intellettuale, è il mio linguaggio. Adesso ho un rapporto con lei più pacificato. Sento che in qualche modo aderisce a ciò che desidero esprimere. Per anni non ne sono stata abbastanza soddisfatta, per me cantare  è un continuo cammino verso una maggiore conoscenza. Certo, ogni volta che canto per gli altri. Canto per me e per i miei morti.

Ti ricordi il primo momento in cui hai pensato che quella del canto sarebbe stata la tua strada?

L'ho sempre sentito, fin da piccola. Più che altro ho sempre avuto la certezza che non avrei saputo fare niente di meglio.

La scintilla che ha fatto scattare l’innamoramento per la musica?

La musica stessa, le canzoni, dal momento in cui capisci che lei è il linguaggio che più di qualsiasi altro ti fa volare e ti porta via, ti cura, ti consola insomma, parla ai tuoi sentimenti, sa dare risposte, ti salva anche la vita.  

E la tua città, Firenze, che ruolo ha giocato in tutto questo? 

Un ruolo importante: a Firenze sono avvenute tante concatenazioni di eventi e incontri che sono stati determinanti. La sala prove che gestivo con il mio primo gruppo (dove c’erano anche Orla e Nuto della Bandabardó), aver conosciuto lì Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo, Ferretti e Zamboni che venivano tutti lì a fare le preproduzioni dei dischi che avrebbero prodotto (gli Ustmamo che hai citato per esempio) e da lì tutto è partito.

Ascoltarti dal vivo nel tuo ultimo concerto romano (‘Na cosetta estiva, 7/9/2018) mi ha fatto provare una sensazione come di sospensione del tempo. Alcuni brani che hai cantato fanno già parte della Storia della Musica, e ho visto ascoltare con attenzione giovani e meno giovani. In effetti, il tuo percorso, dopo le esperienze dei CSI e PGR, si è sviluppato in maniera coerente, grazie anche al sodalizio, artistico e sentimentale, con Francesco Magnelli… in realtà, però, i periodi storici che hai attraversato sono pieni di cambiamenti epocali. Che differenze hai riscontrato nel modo di comunicare degli anni novanta, o in quelle del duemila?  

Gli anni 90 sono stati anni di grande fermento musicale, in cui sono nati tanti gruppi e artisti che sono stati tutti diversi uno dall’altro e che hanno creato grandi correnti musicali dopo di loro. Si faceva musica per la necessità di  esprimersi, per l’urgenza di di dire delle cose, questo mi pare piuttosto assente in questi tempi.

Pensi che le nuove generazioni possano recepire ancora certi messaggi che erano la forza culturale del periodo in cui hai iniziato? In che stato di salute vedi la scena musicale italiana?

Il nodo sta proprio qui. Mi manca una visione sul mondo, mi manca il musicista intellettuale che può farci aprire gli occhi, che possa essere stimolo al ragionamento, che sia cultura….

Da Giovanni Lindo Ferretti a Franco Battiato, da Max Gazzè a Cristiano Godano, e poi Cristina Donà e tantissimi altri grandi artisti… sono innumerevoli le tue collaborazioni eccellenti in studio e dal vivo, come sono innumerevoli le esperienze che hai vissuto ma, ci vuoi raccontare una di queste esperienze che ti è rimasta particolarmente nel cuore o un aneddoto che non hai mai rivelato a nessuno?

Ho fondato molta della mia carriera sulla collaborazione con gli altri, ho sempre cercato occasioni di condivisione perché credo molto nella forza dell’incontro, in tutti i sensi. Mi è quindi nel cuore “Stazioni Lunari” lo spettacolo ideato da Francesco Magnelli che ha ideato per condividere e far vivere la musica a 360 gradi sempre con tanti artisti sul palco che suonano e condividooo la musica oltre ogni inutile barriera di genere e di tempo. Francesco mi volle “padrona di casa” e ogni concerto è stato un evento meraviglioso, dal 2004 a oggi, in cui ho collaborato con altri e mi sono scoperta interprete. Un aneddoto? Posso vantare il primato di aver imparato a  fare le punture sulle chiappe di Giovanni Lindo Ferretti! (ride… ndr)

Durante il concerto hai evocato lo spirito di una delle intelligenze più luminose del nostro Paese, Margherita Hack, astrofisica di portata mondiale. Ci puoi o vuoi dire qualcosa di più del legame che vi unisce?

Con Margherita abbiamo fatto 4 anni di spettacoli insieme.Una donna straordinaria, grande intelligenza, sagacia, umiltà. Mi ha insegnato l’inutilita degli orpelli e l’importanza di concentrarsi sulla sostanza mantenendosi umili e aperti al prossimo.

Negli ultimi anni ti sei dedicata allo studio delle tradizioni musicali, non solo italiane ma anche internazionali, intensificando in musica il dialogo interculturale e in questo periodo storico in cui sembra prevalere la chiusura e la paura dello straniero, questo dialogo sembra ancora più importante rispetto al passato… per questo hai scelto questa direzione?

Ho sempre pensato l’incontro di culture un’occasione di bellezza e, finita l’esperienza con CSI prima e PGR poi, mi ci sono tuffata con passione, nella musica popolare. Adesso cantare il mondo assume un significato molto più profondo, necessario, proprio per il momento socio-politico che stiamo attraversando. Occorre andare in direzione ostinata e contraria e io cerco di farlo con la musica.

E poi è arrivata la passione fatale per Mercedes Sosa che ha portato alla produzione del tuo ultimo disco “La Rubia Canta La Negra”(2017). Ci diresti qualcosa di più su di lei e sul disco?

Per lo stesso motivo cantare Mercedes Sosa e farla conoscere a un pubblico “altro” come può essere in parte quello che mi segue, diventa un atto politico. Che la gente conosca e si ispiri per sempre a un personaggio come lei, armato di grande talento ma che ha operato scelte coerenti e irremovibili di giustizia e uguaglianza, pagando sulla sua pelle. Una donna piena di coraggio, resistenza e profonda umanità allo stesso tempo. Ha dato speranza al mondo intero.

E in ultimo per salutare i lettori te la sentiresti di dare un consiglio a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso? 

Fatelo con passione, sincerità e verità del cuore. Come un percorso di vita. La musica è una grande opportunità di crescita, abbiatene rispetto senza considerarla un mezzo per”arrivare”.

domenica 16 ottobre 2022

La mia intervista a Marthia Carrozzo

La Poesia, la Parola, i Sensi (2019)

Foto: Fonte Silvia Meo

Pensando al tuo modo di verseggiare è difficile non farsi coinvolgere da questa prorompente sensualità, come se ogni aspetto dell’esistenza fosse legato ai sensi, appunto. Tra le tue varie produzioni si avverte sempre questa vicinanza agli aspetti sensuali anche quando affronti tematiche diverse e più profonde. Che percorso ha fatto la tua scrittura per strutturarsi in questo modo? Da dove nasce il tuo amore per questa forma di espressione?


“Una donna che scrive troppo / è sensibile e sensuale”, scrive Anne Sexton: ecco, io credo che la sensualità debba rimanere caratteristica intrinseca della scrittura, ancor più della poesia, come un'attitudine, un gesto di apertura, una tensione tutta protesa dal corpo del poeta alla pelle di chi lo ascolta, di chi lo riceve e prende parte allo stesso convivio. La poesia e i poeti credo abbiano in tal senso una grande responsabilità, che è quella di coinvolgere l'altro, edurlo (che è condurre, non sedurre, attenzione!), facendosi voce del proprio cerchio, dalla propria comunità, come un tempo erano gli aedi, i rapsodi, mettendone in voce la vita, facendosi carico delle istanze della collettività, per poi manifestarle per il tramite del loro stesso corpo, per quello che è un dovere etico e parte, per me, di un agire politico imprescindibile.

Angelo Semeraro, che negli anni della mia formazione a Scienze della Comunicazione a Lecce è stato un maestro dello sguardo, avrebbe scritto, riferendosi a Calypso, al suo modo complice di accogliere, comprendere e poi lasciar andare Ulisse: 

"È propria di Eros la dismisura che trabocca e sconfina, conducendo l‟umano oltre la finitezza, aprendogli con forza corrosiva una visione ampliata della realtà. Eros ha il potere di sospendere le parole e annullare ogni altra comunicazione che non sia l'esclusività complice e nascosta". 

Mi chiedi come si sia strutturata la mia poesia: la mia è una scrittura innamorata del teatro. Viene dal teatro, dall'amore per i classici greci, per la mitologia e i suoi archetipi; viene dalla sala prove, dal laboratorio, al liceo classico, prima, poi, ai miei vent'anni, con una compagnia di matrice Grotowskiana che mi avrebbe insegnato la fatica che è nel corpo prima ancora che nelle parole, riversata poi in esse, elette ed esatte, cesellate sino a suonare nello spartito unico del testo; che mi avrebbe insegnato l'azione, in movimenti sempre perfettamente conseguenti e la necessità di farsi partigiani, di parteggiare senza esimersi mai.

“Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro e insegnale lo splendore della disubbidienza. È rischioso ma è più rischioso non farlo mai”, scriveva Sofocle nella sua meravigliosa Antigone, già circa 2500 anni fa. 

Poi, chiaramente, c'è da aggiungere l'amore per la letteratura, per la poesia, dalla Nin alla Dusas, alla Yourcenar, dalla Rosselli a Sanguineti e poi Bene, Artaud, Kleist, Hofmannsthal, prediligendo sempre quella scrittura capace di non sottrarsi, di affrontare le passioni a viso aperto, attraversandole sino ad uscirne profondamente trasformati.


Ho sempre curiosità di sapere da chi, come te, lavora con la parola, come si trova in questo periodo storico in cui l’utilizzo della parola sembra impazzito. Che importanza ha per te la parola, il suo rapporto con il suono e la voce? Che ruolo svolge oggi la parola (o la poesia)? 


Inscindibile dal corpo e dalla voce del poeta, è impensabile per me immaginare una poesia che non suoni, che non faccia risuonare un messaggio nel corpo stesso dei suoi versi, nelle parole che cerco sempre di scegliere con cura, acuminando la freccia che da lì a poco, dall'intera stesura, andrò a scoccare a voce alta.

E se è vero, quanto è vero, che ci si trova in un momento storico difficile, in cui, in special modo a causa dei social media, una certa comunicazione è appannaggio non più esclusivo di intellettuali ed educatori, ma anche di quelle “legioni di imbecilli” già attaccate da Eco, che tanto rischiano di danneggiare una collettività poco incline a discernere, è altrettanto vero che proprio in un presente così pericoloso, la responsabilità della poesia e dei poeti è proprio quella che dovrebbe portarci a non tacere, a presidiare gli spazi in cui una collettività si muove, senza abbandonarla in balia dell'ultimo pifferaio di turno, ma resistendo e continuando a dire, perché proprio in quelli stessi spazi quella collettività, che è poi la nostra, possa riconoscersi e ritrovarsi. Ci vuole molto lavoro, certo, e molto amore, ma è la sola via che scelgo di percorrere. “Io credo nell'uomo”,  diceva Brecht, che ci ricorda: “Generale, l'uomo fa di tutto. / Può volare e può uccidere. / Ma ha un difetto: / può pensare.”. Per questo è necessario non arrendersi, non tacere, tenersi stretti ai maestri, alle parole che prima di noi sono state gettate a baluardo di questo orgoglio di appartenere alla stessa specie umana e bellissima, destinata - che chi abusa degli strumenti di una comunicazione facile lo voglia o no - al libero arbitrio.


Il tuo ultimo progetto letterario si chiama “Piccolissimo compianto  all’incompiuto” ce ne vuoi parlare un po’? 


Si tratta di un poemetto: 7 monologhi in prima persona in cui 7 degli incontri destinali di Achille, il Pelide, il condottiero dall'ira funesta, ci ripropongono, in sua assenza, 7 occasioni mancate attraverso cui, non l'eroe, ma l'uomo, se avesse potuto sgravarsi di tale peso, sarebbe potuto essere altro. Teti, Agamennone, Briseide, Paride, Patroclo, Deidamia e in fine Pentesilea, ultima chance concessagli di scegliere l'amore, in luogo di un ruolo sociale, del proprio dovere portato con sacrificio, rettitudine e rassegnazione nei riguardi di un destino già deciso da altri per lui. 

”Su Achille, se non avesse dovuto portarne il nome”, recita il sottotitolo al mio piccolissimo compianto a un uomo, più che a un eroe, che resta incompiuto, forse ancora fortunatamente, almeno nell'esempio che ci offre. Cosa sarebbe potuto essere se davvero avesse scelto? Cosa sarebbe stato, se in fine avesse scelto l'amore? Cosa potrebbe essere per noi che restiamo, per noi che possiamo ancora assumercene il rischio?.

Tra i tanti nomi che ho letto nella tua biografia ce ne sono alcuni che davvero colpiscono l’immaginario. Alda Merini, Giovanni Lindo Ferretti, Danio Manfredini e tanti altri ancora. Ci dici qualcosa di queste collaborazioni e di un tuo particolare ricordo legato a qualcuno di loro? 

 

Benché io sia arrivata a ciascuno di loro spinta dall'amore per le parole, quello che poi mi è come sempre rimasto più caro sono le persone. Così, posso dirti che Alda Merini resterà sempre, per me, legata a un lunghissimo viaggio in treno notte Lecce - Milano solo per poterla incontrare, ai tempi di “Utero di Luna” (Besa, 2007), prima che il mio primo libro vedesse le stampe, quando, pensando a un prefatore possibile, la scelta di mio padre sarebbe caduta su di lei senza il minimo dubbio, noncurante della distanza, tanto meno del fatto che per la Signora dei Navigli non potessi essere altro che una perfetta sconosciuta. 

Ecco, anche senza passare per le parole della sua prefazione, “Qui le premesse sono eccellenti e ci aspettiamo che fiorisca la grande poesia”, che mi dettava al telefono a una settimana esatta dal nostro incontro nella sua casa di via Ripa di Porta Ticinese, con un “Attenti al gatto!” sulla porta e due sedie messe vicine tra pile di libri, ad accogliere le mie lacrime commosse, Alda resta, prima di ogni cosa, per me, lo specchio della fiducia dei miei genitori, della mia caparbietà, del nostro credere nelle possibilità di un lavoro fatto con cura. La dolcezza che ebbe con me, l'acutezza di una donna e di una poetessa sempre consapevole, mi sono cari tutt'ora come l'eresia di alcuni suoi versi che amavo a vent'anni. Giovanni(Lindo Ferretti): anche lui appartiene al tempo lontanissimo dei miei esordi, ormai quindici anni fa. Anche di lui tengo per me la dolcezza che sempre seguiva alla sua durezza nello spronarci, nei pomeriggi roventi d'agosto, tra le mura dell'ex Convento degli Agostiniani, nei venti giorni intensissimi, sotto l'egida di “tradizione e tradimento”, che avrebbero preceduto il Concerto finale; il suo avermi insegnato la sottrazione, perché ogni verso potesse in fine risultare nitido, mirare al pubblico con la precisione di una freccia e la sua mano sulla mia schiena, alla cui carezza sarebbero seguite quelle di un intero gruppo di poeti partecipi con me di un'esperienza indimenticabile, a infondermi coraggio mentre da dietro le quinte, a palco vuoto, la poesia per il tramite della mia voce si spandeva su un sagrato gremito dando avvio alla lunga Notte.

In fine, Danio: per me è il migliore di tutti, un attore eccellente davanti al quale non ti resta che dire “ecco, lui lo sa fare: è così che si fa!”, prenderne atto e applaudire sino a consumarti le mani. L'ho amato nei lavori del Teatro Valdoca, come nei suoi. Ne ho amato la voce, la sapienza del corpo in scena, l'estrema profondità di ogni gesto con cui si offre all'incontro con il pubblico. Ne ho amato, in fine, la sorprendente umiltà che è solo dei grandi uomini. Quando gli proposi di firmare la prefazione del mio “Piccolissimo compianto all'incompiuto” (Besa, 2016), non solo accettò di leggere il mio poemetto, ma in soli venti giorni mi presentò un lavoro attento e sentito, vivo di quella scintilla che non avrei potuto che riconoscere come la sua cifra distintiva.  Mi ha dato veramente tanto, molto più di quanto probabilmente immagina, come già, ogni volta, in scena e di più.


Oltre che scrittrice, autrice di testi per musica e teatro, sei molto attiva anche come organizzatrice di eventi artistici che promuovono il dialogo interculturale. Come l’ultimo che si chiama Camminamenti di cui noi vorremmo sapere un po’ di più.


Si tratta, in realtà, di una neonata collana di poesia e scritture contemporanee diretta da me e che sarà edita per i tipi di Kurumuny edizioni: “Camminamenti, piccola collana di scritture in movimento”. L'idea è quella di fare dei camminamenti la spina dorsale di un giardino in divenire, capace di nutrirsi di uno sguardo liberato sul mondo. Gli autori invitati, poeti o drammaturghi italiani e internazionali, saranno accompagnati, per ogni numero, da uno sguardo non convenzionale – da un musicista, uno psicologo, un sociologo, un attore, un musicologo – che, partendo da un tema dato, userà la loro scrittura, la loro poesia, come lente sul mondo. Il nostro primo numero, “Al Maqam, la storia di Naìma (O del corpo che si rivela)”, vedrà le poesie scelte - in arabo e in italiano - di Joumana Haddad, poetessa libanese tra le più note del panorama arabo contemporaneo, una donna, una scrittrice, giornalista nota non solo per la forza e la bellezza dei suoi versi, ma anche per il coraggio delle sue idee e per la determinazione con cui sa portarle nel mondo, e avremo un Saggio di Nabil Salameh, fondatore, voce e autore dei Radiodervish ma anche un giornalista - dal 1998 al 2007 ha lavorato come corrispondente dall’Italia per al-Jazeera - un traduttore, un docente di Etnomusicologia e storia della musica araba, un intellettuale di raffinata sensibilità che utilizzando i versi di Joumana, attraverso le vicende vere o presunte della storia di Naìma, ci narrerà delle origini della musica araba, delle modalità del Maqam e ancora della danza, della poesia mistica ed erotica, offrendoci uno spiraglio privilegiato attraverso cui, liberi da immagini stereotipate e limitanti, da ogni preconcetto fuorviante e sempre pericoloso, poter guardare a un mondo certamente pieno di contraddizioni, ma anche generoso, affascinante e misterioso.

Un libro, dunque, che per ragioni etiche ho chiesto di poter pubblicare in Crowdfunding.


Quali sono i prossimi progetti che ti vedranno come protagonista? 


Fermo restando che è meraviglioso anche restare dietro le quinte, se un progetto bello come “Camminamenti” mi permette di avvalermi della collaborazione di un editore coraggioso e lungimirante che come me crede nella possibilità che proprio la parola, e la parola della poesia, possa muovere a consapevolezza, disponendoci all'incontro sempre arricchente con l'altro di cui cercare le narrazioni più autentiche e con autori stimati come Joumana e Nabil, scelti, oltre che, chiaramente, per la loro competenza, proprio per l'adesione a un medesimo pensiero sul mondo, il mio prossimo lavoro da autrice sarà un lavoro di cui vado molto fiera, nella gioia di appartenere a un progetto più grande che condivido completamente, che da poetessa reputo prezioso e necessario: CANZONIERE, una collana di poesia con musica e poetry comics che vanta la direzione artistica di Lello Voce, Gabriele Frasca, Frank Nemola e Claudio Calia e che, edita da Squilibri Editore, altra casa editrice illuminata e attenta, ha già pubblicato poeti eccellenti del calibro di Alberto Dubito, Yolanda Castaño e Raul Zurita.

E si, non posso che andarne fiera, essere profondamente grata a chi ci ha voluto con sé e lavorare sodo. Come sempre. 


Nell'estete del 2022 è uscito il più recente lavoro: 
Di bellezza non si pecca, eppure 
(o del corpo che muove prima)
Poesie di Marthia Carrozzo
in un dialogo/intervista 
al Maestro Claudio Fabi
Kurumuny Edizioni