domenica 27 novembre 2022

La mia intervista a Roberto Menabò

La grinta delle donne blues (2018)


Conosciamo Roberto Menabò come musicista Blues di eccelso valore e come 

maestro del fingerpicking (apprezzabile in album come “A Bordo Del Conte 

Biancamano” del 1985 e “Laughing The Blues” del 1995) ma lo abbiamo incontrato 

all’ultima edizione del Blues Made in Italy come autore di libri. Le storie, infatti, che 

ha fatto sue in musica si sono trasformate, grazie alla sua abilità creativa, in 

narrazione letteraria. Come nel caso di “Vite affogate nel Blues”, che raccoglie 

quaranta racconti di esponenti della musica del diavolo, e continua, adesso, con 

l’ultima pubblicazione, “Mesdames a 78 giri – Storie di donne che hanno cantato il 

Blues”, in cui si possono vivere le atmosfere degli anni trenta negli states attraverso le 

vicende di musiciste dalla grande voce e dalle esistenze travagliata e quasi 

dimenticate, come Ida Cox, Ma Raney, Lucille Bogan e tante altre. 


A proposito di “Mesdames a 78 giri… “ cos’è che ti ha fatto scattare l’idea di 

raccontare queste storie… e cosa ti ha guidato nella scelta di queste venti artiste? 


Avevo ancora voglia di scrivere delle storie sul Blues dopo le avventure al maschile 

mi è venuto spontaneo raccontare delle cantanti degli anni '30 che, a parte Memphis 

Minnie, spesso sono cadute nel dimenticatoio. La scelta è stata fatta, oltre che per la 

musica, cercando nella vita delle tante cantanti di quel periodo, qualcosa che mi 

permettesse di raccontare una storia accattivante e anche un po’ ironica. Mi 

sembrava che 20 storie bastassero per non allungare troppo il libro.


Il libro cita i 78 giri del vinile… che si può già considerare un elemento 

differenziante, perché riservati ai neri (ma questo vale anche per gli esponenti di 

sesso maschile)… Le donne, però, avevano più difficoltà nel trovare spazi per 

esibirsi, ancora fino alla seconda guerra mondiale e oltre. Quanto è importante il 

loro esempio?


E' stato importantissimo, hai ragione, indubbiamente, anche le Mesdames di cui 

parlo hanno avuto grinta, determinazione e in qualche modo hanno preso in mano 

la loro vita, allargando i gomiti e anche le sberle per affermarsi nel mondo delle case 

discografiche e degli organizzatori che erano esclusivamente in mano ad uomini. 


C’è qualche elemento in questo libro che risulta inedito o mai conosciuto prima? 

Quali sono stati gli spunti di riflessione o divertimento nel raccogliere i dati per 

completare questo libro? 


Mah, di inedito vi è la narrazione romanzata, non ho scoperto nulla di nuovo, anche 

se le notizie storiche sulla vita delle cantanti e del mondo in cui vivevano sono mistero 

ad un pubblico di non specialisti. La raccolta dei dati è stata divertente,

anche faticosa, ma ho scoperto tante cose nuove come i pickaninnies, spettacoli

interpretati da bambini in cui si voleva far conoscere in modo edulcorato la vita dei

giovani nigger sbandati, o il quartiere di Dago Hills a St Louis dove italiani e neri

convivevano. Ma è stato anche un bel ripasso sul minstrel show e gli spettacoli

vaudeville, troppo bistrattati dagli appassionati di Blues. Le mesdames del libro sono

diverse ognuna dalle altre, qualcuna più rude, qualcun'altra più raffinata, ma per

tutte mi sono divertito a raccontare i loro segreti.


Tu sei soprattutto un musicista e al tuo attivo hai già diversi album che

testimoniano enormemente il tuo talento alla chitarra, attraverso la tecnica del

fingerpicking, ma come è nato il tuo amore per questo genere musicale?


Credo fosse il 1970, ma non ne sono sicuro, a quell'epoca ascoltavo un sacco di Rock

e di Blues elettrico (Mike Bloomfield era tra i miei favoriti) quando alla tv diedero

una serie di brevi documentari sul Blues e vidi per la prima volta Big Bill Broonzy,

Memphis Slim, John Lee Hooker e altri: fu una folgorazione, il viatico per un viaggio a

ritroso nella musica del diavolo soprattutto quella degli anni trenta e la musica

acustica. E cominciai senza video, tablature, consigli ma solo con l'ascolto a cercare

di capire come diavolo facessero quei cantati dai solchi gracchianti a suonare in quel

modo. Fu un viaggio fantastico che mi intenerisce ancora al ricordo. Nella fase di

innamoramento adolescenziale il Blues era parte globalizzante e totalizzante, ora da

adulto anziano mi sono rimasti il piacere e la passione della penna e la sei corde.


La tua passione ti ha portato a visitare i luoghi sacri del Blues lungo le sponde del

Mississippi?


No, come Salgari ho viaggiato molto con la fantasia e con le letture. In questo modo i

luoghi del blues mantengono, per me ovviamente, quell'aspetto di aurea magica che

dà sbocco alla fantasia. Ci andrò di certo, ma nella vecchiaia, come a fare un viaggio

a ritroso nel mio tempo.


E nella tua fantasia salgariana cos’è per te il Blues? Ha ancora potere

comunicativo?


Una grande passione, lunga come una vita intera. Io penso proprio di si, se il Blues

viene suonato spontaneamente, senza retorica e con gusto colpisce chiunque. Ho

suonato in alcune scuole, anche medie inferiori e i ragazzini hanno sempre

dimostrato entusiasmo e si sono divertiti.








domenica 20 novembre 2022

La mia intervista a Monica Matticoli

Una regina in ascolto (2019)



Hai all’attivo già diverse produzioni e proficue collaborazioni con tanti artisti ma io vorrei partire dall’ultima pubblicazione (per Oèdipus Edizioni, 2017), «L’irripetibile cercare» un libro che contiene anche un disco, «L’essenza dell’io», perché mi sembra che sia un po’ il compendio della tua ricerca poetica. Riesce a fondere armonicamente Poesia, Musica, Immagine, e vede la collaborazione di Miro Sassolini con la sua voce e la partecipazione di Marco Olivotto agli arrangiamenti. Per cominciare a chiederti qualcosa vorrei iniziare dal punto di vista della poesia. Da quello che ho avuto la possibilità di leggere sbirciando nella tua produzione ho avuto la sensazione di un approccio molto legato alla materia, anche se poi è la descrizione di un’emozionalità molto profonda. La ricerca della parola mi sembra legata ad una realtà molto potente. Ecco, la parola. Cos’è per te?  

Per me la parola è lo scenario dove convochiamo gli altri e le altre in una relazione: è possibilità di trasformazione, di evoluzione. Mediante la parola diamo un corpo all’immagine, che sta prima della parola stessa, cerchiamo di portarla nel mondo, di mettere in condivisione esperienze differenti. Le parole arrivano fino a noi con una storia e con una vita (sfumature sonore, ritmiche, semantiche, dismissioni di senso e riconfigurazioni): pertanto, le parole non sono nostre ma lo diventano nel momento in cui scegliamo quelle e non altre e in quel preciso istante ce ne assumiamo la responsabilità poiché le incarniamo in voce, in corpo, in gesto: in chi siamo, insomma, e nella qualità delle relazioni cui diamo impulso – e le due cose, a mio parere, non sono separabili. Responsabilità. Ecco: per me la parola è il luogo della formazione delle responsabilità individuali e sociali e, di conseguenza, delle identità. La parola dice al mondo chi siamo e, dicendolo, lo informa di noi.

Lo informa di noi, appunto. Quando ti sei accorta che era la tua forma principale di informazione? E, ovviamente, per informare bisogna prima formarsi. Quali sono i tuoi punti di riferimento letterari o di altro tipo?

Diciamo che la parola per me è sempre stata zona di ricerca nel senso che ho impiegato una vita intera (e quel che mi resta non basterà a completare il processo) a trovarne una che potesse “dirmi”. Fondamentali e imprescindibili sono state le relazioni con le donne ovvero il luogo dove ho fondato la mia identità e mi sono rimessa al mondo: di conseguenza, ho dato gambe alla mia scrittura perché entrasse nel mondo separata da me, come ogni altra creatura fa. E poi le madri simboliche: Luce Irigaray, Adriana Cavarero e, in letteratura, Christa Wolf, Amelia Rosselli, Anne Sexton. A scuola e all’università invece ho studiato prevalentemente autori maschi: Federigo Tozzi, Carlo Emilio Gadda ed Eugenio Montale li ho particolarmente amati insieme alla lirica trobadorica; quest’ultima mi affascinò così tanto che abbandonai la letteratura contemporanea per laurearmi in filologia romanza. Attorno ai 17-18 anni mi piaceva leggere poesia inglese, T.S. Eliot e W.B. Yates in cima alla lista, ma anche Italo Svevo. In tempi più recenti sono stata folgorata da «Moby Dick» nella traduzione di Cesare Pavese e da Dylan Thomas, con cui sto cercando un dialogo in traduzione (uno dei miei progetti futuri con Miro: chissà!).

Hai citato autori che toccano le tematiche più disparate. Quali sono, invece, le tematiche principali della tua poetica, affrontate in questa pubblicazione? 

Il rapporto fra uomo e donna. La mia scrittura esiste solo quando convoca sulla scena un “tu” e questo “tu” è un uomo. Attenzione però: la mia non vuole essere una poesia sull’Amore ma vuole essere una poesia della Storia poiché interroga la storicizzazione delle differenze fra maschile e femminile. «Quella tra donna e uomo è la differenza di base dell'umanità», scriveva Carla Lonzi: io cerco di portare nella scrittura l’esperienza della differenza di base che attraversa l’umanità e su cui ogni altra differenza si costruisce. Questa è la tematica sulla quale ruotano tutte le altre, in primis il passare del Tempo, che è vita ed è storia ed è conquista ma anche perdita, trasformazione. Il tutto, da giocarsi sempre dal punto di vista della dinamica io-tu e mai dell’io e basta. Il mio “io poetico”, rigorosamente minuscolo, esiste solo perché esiste un “tu” con cui tenta di stabilire un rapporto e un dialogo e allora sono ossa e materia e consonanti, come a voler costruire una lingua nella lingua in cui sfiorarsi diventi impresa possibile.

Un dialogo, quindi, anche interiore. Ho sempre pensato, come tanti altri autori, che la parola parte dall’interiorità in un modo, poi lentamente si trasforma, imbattendosi nell’orecchio di un potenziale ascoltatore che lo assorbe e poi lo riemette. Quando la parola diventa suono? E come si trasforma il suono nel corso del suo viaggio secondo te? 

La parola non diventa suono: essa è suono, altrimenti è muto segno grafico. Ed è suono perché c’è qualcuno che la dice e qualcuno che l’ascolta e che, ascoltandola, risponde (“rispondere”: stessa radice di “responsabilità”), altrimenti non esiste. Poi, andando da me a te, una parola cambia lunghezza, timbro, intensità: si colora di paraverbale, di intenzione, di storia personale e collettiva. Più che la parola, è importante la voce: senza di essa, la parola resta lettera morta. C’è un libro bellissimo di Adriana Cavarero che si intitola «A più voci. Filosofia dell’espressione vocale», che si apre così: «Una voce significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell’aria questa voce diversa da tutte le altre voci». La frase è di Italo Calvino e sta in un racconto che si intitola «Un re in ascolto» e che è la rielaborazione di un libretto redatto per un lavoro del teatro musicale di Luciano Berio che porta lo stesso titolo. Il re ascolta e ascoltando si rende conto che il senso di una voce è farsi ascoltare; l’ascolto convoca necessariamente la voce di chi ascolta nella relazione: pertanto, egli finalmente risponde. Significativo, dice Cavarero, è che in Calvino la voce che il re ascolta sia voce di donna: una voce di donna che canta e cui lui risponderà cantando. Credo che questo discorso sia in relazione con quello che facevo prima sulla ricerca della parola per “dirsi” e su quello che cerco di fare a proposito della relazione fra maschile e femminile nella mia scrittura. Come vedi, tutto torna. Tra l’altro, con Miro abbiamo fatto una sperimentazione che si intitola «L’attesa del canto» e che è stata ispirata proprio da questo lavoro di Calvino e Berio di cui parla Adriana Cavarero. 

Hai citato Miro, cioè il noto Miro Sassolini, voce storica della band Diaframma. Come è nata la collaborazione con Miro Sassolini?

La collaborazione fra me e Miro è stata la naturale conseguenza del nostro incontro avvenuto alla fine del 2009 su un social network. Da ragazzina, quando ascoltavo la new-wave, amavo particolarmente la voce di Miro e fantasticavo su come sarebbe stato se avesse cantato le mie parole. Così, nonostante fossero passati vent’anni da allora, gli regalai «Venti lucenti unghie», il mio primo libro di poesie scritto insieme a Valentina Tinacci e uscito proprio in quei giorni: mi disse che era un lavoro molto musicale pur non essendo stato scritto per la musica, che la lingua suonava in zone che lo incuriosivano e quasi forzavano al canto e che gli sarebbe piaciuto dargli forma melodica (ed è quel che è successo qualche anno dopo con un paio di poesie che sono ne «L’essenza dell’io»). Miro non ha semplicemente dato voce alle mie parole ma ha accettato la sfida di costruire con me un corpo, che chiamiamo “corpo parola-voce”, in cui non è interprete dei testi ma attore con me di un processo di significazione della parola in un possibile suono ascoltabile da altri e da altre: come se una parola cominciasse a vivere, e il suo messaggio si riempisse di senso, quando una voce la rende melodia, canto, e la porta nel mondo. Ecco perché «Un re in ascolto» ci ha folgorati.

Quanto è importante la musicalità della parola e quella dei versi?

Bisogna innanzitutto intendersi su cosa significhi musicalità. In poesia per esempio mi vengono in mentre tre autori: Dino Campana, Eugenio Montale, Amelia Rosselli. Dino Campana è il poeta musicale per eccellenza: è così dannatamente musicale che molti musicisti si sono confrontati con la sua scrittura portandola in canzone; fra questi, anche io e Miro: insieme a Carmine Torchia abbiamo infatti realizzato per la scorsa edizione dell’Estate Fiorentina il reading-concerto «Verso l’inquieto mare notturno», che è stato molto apprezzato. Campana era convinto che la poesia dovesse essere letta ad alta voce e dunque la sua scrittura contiene la vocalità nella sua stessa costruzione, non solo nei riferimenti testuali e tematici. La poesia di Eugenio Montale è ricchissima di contenuti e riferimenti musicali. Studiò canto lirico e fu critico musicale e il filo rosso della musica accompagnò sempre la sua ricerca fino ad affermare che ad una musica, quella dei versi, non possa essere sovrapposta una seconda musica a meno che questi non siano «brutti». Eppure, in uno spettacolo che portiamo in scena con la CIPM abbiamo ibridato la lettura di una sua poesia molto nota con la metrica musicale di un famoso tango e il risultato è interessantissimo. La poesia di Amelia Rosselli ha una metrica influenzata da musica e matematica: lei stessa dice: «(…) non ho mai in realtà scisso le due discipline, considerando la sillaba non solo come nesso ortografico ma anche come suono, e il periodo non solo un costrutto grammaticale ma anche un sistema.». Ho letto un articolo molto interessante in cui l’autrice, Debora Riccetti, confronta la tessitura fonica dei versi di Rosselli con la musica elettronica d’avanguardia e con la ricerca di Cage e Berio. Lo sperimentalismo linguistico di Rosselli richiama il principio fisico secondo cui ogni suono è rumore poiché il materiale che costituisce entrambi è lo stesso. Ecco, credo che nella composizione poetica la musicalità sia indipendente dalle dichiarazioni programmatiche, dai riferimenti e dai temi trattati ma coincida con la prosodia, il ritmo, la metrica, l’uso di figure di suono, la scelta di quella parola e non di un’altra perché “suona” meglio: se tutto ciò manca, non stiamo leggendo poesia ma prosa.

Quando il suono della parola può diventare canto come fa Miro Sassolini con le tue poesie? E quanto contano la musica e le immagini?

Secondo Miro si può cantare ogni cosa, anche la lista della spesa: tutto dipende dal fatto che si abbia o meno voglia di farlo. Con la mia scrittura adotta questa tecnica: legge diverse volte e in giorni e con stati d’animo mutati i testi; li legge in silenzio, a voce alta, li urla sussurra spezza ricompone ne cambia gli accenti; cerca essenzialmente l’immagine che il testo, diventando suono, gli crea nella mente e così l’asseconda, si mette in ascolto e in risonanza; da un certo punto in poi, il suo “dire” non è più parlare ma la materia sonora delle parole si fa melodia, diventa canto. La musica arriva dopo (o insieme, se si intende la voce umana come il primo degli strumenti musicali): in dialogo con la voce che porta su sé la parola e la rende canto.

Quali sono le motivazioni di tale sperimentazione?

Credo che sperimentare ovvero fare cose nuove, confrontarsi, fallire, fallire ancora, fallire meglio (per dirla con Beckett), reinventare, sia l’essenza della vita. È la curiosità che, tra le altre cose, ci tiene in vita e ci fa amare questo lavoro: la sua fragilità, la sua dirompenza, la sua incomparabile umanità.

Non è l’unica collaborazione poi, tra l’altro. Ci vuoi parlare delle tue altre e degli altri progetti? 

Una creatura che mi sta molto a cuore è la CIPM Compagnia Indipendente di Poesia e Musica. Il gruppo è una sorta di laboratorio di ricerca: all’attivo abbiamo alcuni spettacoli e abbiamo prodotto sia brani nostri (testo e musica originali) che singolari cover di canzoni famose in cui sostituiamo o alterniamo al testo originale poesie più o meno note. Attenzione però: la musica non diventa semplice sottofondo ma c’è un richiamo di immagine, un incontro di metrica, di ritmo, di prosodia: non snaturiamo la forma-poesia e nemmeno la forma-canzone ma tentiamo di metterle in relazione per costruire qualcosa che non esisteva.

Cosa speri possa arrivare a chi si avvicina alla sperimentazione di «L’essenza dell’io»

L’eco di qualche immagine, un’emozione, un pensiero. Il senso di un lavoro dannatamente artigianale nel mondo delle tecnologie digitali; la fatica e la bellezza della ricerca; il confronto fra persone che scelgono di lavorare ad uno stesso progetto senza altra finalità che non sia terminarlo sapendo che la parola “fine” non verrà comunque messa. Il senso profondo del rispetto, della stima, del volersi bene. La conferma che le cose a volte si fanno solo per la gioia di farle e che l’aiuto di amici e amiche arriva da territori sconosciuti e sorprende sempre perché l’amicizia è innanzitutto non sapere cosa una persona farebbe per noi. Così incominciano i grandi viaggi: indipendentemente dalle rotte che si seguono e da quanto sarà importante la scoperta che si farà. Quel che conta è consegnare al mondo una nuova scelta di libertà intesa non come prodotto finito ma come processo e un processo può durare, per dirla con Dylan Thomas, «per quanto è lungo il sempre», poiché la libertà è la forma più alta di responsabilità e ci convoca tutti e tutte sullo scenario del mondo e nella storia. In fondo, compito della ricerca artistica è agevolare un cambio di prospettiva volto alla creazione di nuove connessioni e ad una riconfigurazione di significati e sensi, con lo scopo di instradarci sulla via dell’autenticità, della trasformazione di noi stessi e delle nostre vite e, si spera, di quel pezzo di mondo che presidiamo. «L’essenza dell’io» è, tra le mie co-produzioni, quella che amo di più perché è un disco meravigliosamente imperfetto, inutile (non ha nessuna “utilità” in senso moderno), a tratti inascoltabile per come siamo abituati ad ascoltare. «L’essenza dell’io» richiede tempo, pazienza, dedizione; va corteggiato e assecondato e per farlo bisogna essere liberi da qualsiasi pre-giudizio poiché è fuori da ogni canone e da ogni sistema. «L’essenza dell’io» assomiglia alla poesia e alla musica dei trovatori: possiamo solamente immaginarne il suono in un dialogo infinito che, nella migliore delle ipotesi, ci permetterà di intravedere, giammai di possedere.


giovedì 10 novembre 2022

La mia intervista a Paola Tagliaferro

La Voce dell’Anima (2019)


Il tuo è un percorso particolare: parte dalla musica pop di fine anni settanta per passare poi al prog, alla classica, al concettuale minimale e quindi sfociare in questa musica di elevazione spirituale che forse è il compendio un po’ di tutti i generi che hai toccato. Quali sono stati i passaggi fondamentali per te in questo percorso? 


Fin da piccola era per me naturale esprimere la mia Anima cantando, questo mi ha portato a studiare musica e danza. In un secondo tempo mi sono espressa anche nella pittura. Ho iniziato con la musica pop, poi con la fusion, poi con le improvvisazioni spontanee …

La ricerca spirituale è stata costante fin dall’adolescenza e attraverso letture studi ed esperienze di vita mi ha portato a una percezione di ciò che non è evidente, ma che è. Nel silenzio e con la pratica, ho ritrovato le frequenze che portano a uno stato di armonia, pace e bellezza.

I miei maestri sono stati P. Yogananda, J. Krishnamurti, Siddharta Buddha, il Vangelo, R. Steiner, M. Schneider, C. Pinkola Estès …e molti altri autori spirituali. Ho ascoltato musica classica, contemporanea e etnica.

L. Beethoven, C. Debussy, K.Stockhausen, J Cage, … Beatles, King Crimson, Pink Floyd, Emerson-Lake and Palmer, Genesis…e musicisti Dhrupad…

Ho studiato al Conservatorio di Vicenza Canto Dhrupad con la bravissima cantante Amelia Cuni e ho fatto seminari con i fratelli Gundeca.

Questi incontri e alcuni più personali, con Maestri, mi hanno accompagnato nel mio cammino di ricerca spirituale e musicale.


Questo percorso ti ha portato a “Fabulae”, È un vero e proprio progetto con composizione musicale, testuale (ha anche un bellissimo libretto in forma di quaderno con tutte le poesie contenute nel disco), con collaborazioni e affinità con musicisti internazionali e soprattutto la voce dell’anima, la tua. Cosa rappresenta per te questo disco? 


Hai ragione Gabriele, “Fabulae” rappresenta la voce della mia Anima, è per me il vero punto di partenza. Finalmente dopo anni di studi e collaborazioni varie (Paul Roland, Francesco Paladino, Lino Capra Vaccina, Angelo Contini e Claudio Milano), ho avuto il coraggio di esprimere la mia musica. Tre anni di ricerche, studi, composizione e produzione.                                                      In “Fabulae” si fondono allegorie, simboli e suoni che raccontano una parte del mio viaggio verso la consapevolezza. La musica attraverso le favole e le antiche filosofie.

È un album prevalentemente acustico dove mi sono sperimentata con la voce e vari strumenti, chitarra, dulcimer, zither, tampura, campana tibetana, tamburo sciamanico, cajon calimba, sassi, cembalo, nacchere…

Importante per la realizzazione di "Fabulae" è stata la presenza di Pier Gonella, prima chitarra e ingegnere del suono e la collaborazione con altri bravissimi musicisti, che sono entrati in alcune stanze del mio castello: Giuliano Palmieri, Akhilesh Gundecha, Angelo Contini, Giulia Ermirio, Luigi Jannarone, Roberta Righetti Namastè e Bernardo Lanzetti. Molto bello il video ufficiale di Bianca Dea diretto da Francesco Paolo Pladino.

Non essendo più la bimba che canta a squarciagola per il solo puro piacere di cantare, posso dichiarare che “Fabulae” è quello che sento di voler comunicare … so che il mio percorso mi ha aiutato, curato, guarito e dato “Luce nei momenti Bui”… ci sono passaggi comuni alla vita di molti… ho cercato e trovato i miei suoni in meditazione, che pratico quotidianamente, per questo amo portarli alle persone, perché penso e spero che “ Fabulae” possa essere d’aiuto…


In questo disco si sente anche il grande valore che dai al sentimento dell’amicizia. Greg Lake, Peter Sinfield, Bernardo Lanzetti e Steve Hackett. Quanto ha significato per te la loro presenza? 


Peter Sinfield dopo aver ascoltato il mio pezzo“ La notte di San Lorenzo” ha dato a me e a Max Marchini due sue poesie da musicare e da interpretare per due miei album precedenti: “Poem to a blue painting” (Chrysalis,2009) e Blossom on the tree (Milioni di lune, 2012).

Ogni sua corrispondenza è stata pura poesia, lui è il poeta … la sua penna danza con le parole….è meraviglioso!

Con Greg Lake ho avuto un incontro artistico e umano che mi accompagnerà per sempre. 

Ho organizzato per lui, in amicizia tre concerti nel 2012 in collaborazione con l’agenzia che aveva organizzato il suo tour italiano.

Grazie al Comune di Zoagli ho portato Greg Lake a Castello Canevaro nel 2012, dove ha tenuto un concerto intimo con risonanza internazionale.

L’anno dopo con Claudio Pozzani, abbiamo riportato Greg Lake al Festival Internazionale di poesia di Genova.

Durante questi eventi è nata con Greg Lake e con sua moglie Regina una bellissima amicizia.

Greg ha ascoltato la mia voce e tra noi è iniziata una corrispondenza ricca, portatrice di perle: Greg Lake mi ha consigliato di procedere nel mio percorso in autonomia, mi ha detto cosa ascoltare, che strumenti e software comperare, mi ha incoraggiata a portare la “mia” musica.

Nel settembre del 2016 in un’email ha scritto che non sarebbe più potuto venire a trovarmi perché stava morendo.

Sapevo che stava lottando da qualche anno contro il cancro, ma quando mi ha scritto che “stava morendo” sono rimasta, per qualche minuto, sospesa… senza respiro…non sapevo cosa rispondere, non avevo mai parlato con Greg di spiritualità…ho mandato comunque un’email dove dicevo che “Caro Greg, grazie ai miei studi e al mio percorso spirituale io Credo che questa non sia l’unica possibilità di vita che abbiamo. Io sono convinta che noi tutti avremmo l’opportunità di molte altre vite in questa o in altre dimensioni…Seguendo le antiche filosofie e religioni ho capito che ogni vita è semplicemente un corso scolastico evolutivo e questo si ripeterà finchè ci staccheremo completamente dalla materia per essere nell’Uno Spirituale…”

Ho detto a Greg che siccome la sua voce toccava la mia anima io ero e sono certa di poterlo riconoscere, nella prossima vita, qualsiasi forma assumeremo…Greg mi ha risposto: “Va bene Paola, noi resteremo in contatto…qualsiasi cosa accadrà…”

Greg Lake è morto nel Dicembre 2016 e nel Gennaio 2017, durante una meditazione ho avuto l’intuizione di proporre al Comune di Zoagli, la “Cittadinanza Onoraria a Greg Lake per il valore del suo apporto alla musica mondiale e per il concerto del 2012 che aveva portato il nome di Zoagli sui media internazionali.

Il Consiglio ha accettato con voto unanime al 100%.

Io sento la presenza spirituale di Greg accanto quando suono e creo, anche grazie, alla bellissima amicizia con sua moglie Regina Lake, con cui sono in contatto costante.

Quello che Greg ha portato nella musica assieme ai King Crimson e agli ELP è scritto nei libri di storia del rock-progressive internazionale ed è una ricchezza per l’Umanità.

Con Bernardo Lanzetti e sua moglie Amnerys è nata un’altra bellissima amicizia …sono entrambi due artisti e due persone incredibili.

Ho invitato Bernardo ad esibirsi proprio per la Cittadinanza Onoraria a Greg Lake organizzata per il Comune di Zoagli nel 2017.

Bernardo ha una bellissima voce e una creatività artistica in continua evoluzione. 

Lui ha cantato con me un suo pezzo ospite del mio album “Fabulae”, “To Absent Friends”. E’ stata un’esperienza che mi ha arricchito molto, perché Lanzetti non è solo un artista talentuoso, ma è anche molto professionale. La nostra amicizia è viva e il nostro dialogo è costante nel tempo.

Anche con Steve Hackett e sua moglie Jo, ho avuto un incontro speciale, una cena, dove ho percepito la bellezza delle loro frequenze spirituali. Nonostante ciò, quando gli ho spedito il mio “Fabulae”.  non pensavo di poter ricevere risposta …, ma Steve mi ha smentito e  dopo un breve periodo ho ricevuto il suo messaggio che diceva “Ciao Paola, ho ascoltato la tua musica, che trovo magica e ricca di atmosfera…pubblica e usa questa mia dichiarazione con chi vuoi…”

La chitarra di Steve fa risuonare le corde profonde dell’Anima…ritengo Steve un grandissimo musicista. 

Paola Tagliaferro, Regina e Greg Lake 


Spirito, anima, interiorità profonda, sono tutti concetti che sembrano essere estranei a questo mondo di oggi così tecnologico. Tu che sensazioni hai? Come è stato accolto il tuo progetto? 


Proprio perché il mondo di oggi è soprattutto tecnologico abbiamo necessità di ricollegarci allo Spirito da cui tutto ha origine. Senza spirito il nostro corpo sarebbe un blocco di marmo…La vita è nata da un Suono Vitale, sono frequenze creatrici che accompagnano le particelle verso la Luce. L’unico stato in cui l’uomo è sereno e felice è l’Amore spirituale da cui tutto nasce.

Il corpo è importante, la materia è uno strumento che ci permette di evolvere nella consapevolezza per raggiungere le Alte Frequenze.

Penso che proprio nei momenti più bui l’uomo senta il vuoto e la necessità di ricollegarsi con il mondo spirituale.

Ringrazio il mondo intellettuale che attraverso numerose recensioni di critici, poeti e scrittori ha sostenuto e sostiene “Fabulae”. Ringrazio ancora te Gabriele e la rivista online “ Magazzini Inesistenti” per la pubblicazione della tua recensione, che ha descritto con profondità e conoscenza il mio album.

Oltre che musicista e poetessa sei anche organizzatrice di eventi artistici e promotrice attraverso un’associazione culturale molto attiva a Zoagli, il tuo luogo del cuore. Ci vuoi dire qualcosa in più di queste attività? 

Anni fa ho fondato l’Accademia Internazionale delle Arti (no-profit) per collaborare con Comune di Zoagli e i Comuni del Golfo del Tigullio e aiutarli a portare ai cittadini e ai turisti, musica e altre forme d’arti di qualità.


Quanto sei legata ai tuoi luoghi e quanto hanno contribuito nel tuo modo di fare arte? 


Sona nata nella bellissima Verona dove ho vissuto la prima parte della mia vita, ora sono molti anni che vivo nel Golfo del Tigullio a Zoagli una piccola città sul mare.

Sicuramente i colori del paesaggio, in costante cambiamento, stimolano la mia vena poetica e i lunghi periodi invernali, di silenzio e solitudine, mi aiutano a studiare e a comporre.

Amo il mare anche se ogni tanto desidererei il dinamismo di Londra o di Milano…, ma tutto non si può avere…



Nel 2021 esce:


















domenica 6 novembre 2022

La mia intervista a Michele Conta (Locanda delle Fate)

 Le radici del prog (2018)



 

Michele Conta è un tastierista compositore dalla formazione classica ma che ha

espresso al meglio il proprio talento nell’ambito Rock, il progressive in particolare.

Negli anni settanta ha fatto parte della band La Locanda Delle Fate, una formazione

di musicisti visionari che ha vissuto da protagonista la scena musicale di quel

periodo con produzioni sensazionali, che sono entrate nella Storia della Musica

italiana e internazionale. Basta citare il disco d’esordio uscito nel 1977, “Forse le

lucciole non si amano più”. Con il cambiare delle mode musicali e il conseguente

scioglimento della band, Michele Conta ha preferito non adeguarsi ai nuovi generi

per rimanere fedele alla sua libertà creativa e dedicando il suo tempo all’attività di

medico. Pur sapendo che le sue composizioni storiche hanno viaggiato

enormemente nello spazio e nel tempo. Tant’è che Nel 2015 il grande produttore e

rapper americano Dr. Dre sceglie un suo arpeggio di pianoforte del brano Vendesi

Saggezza e cervello di seconda mano e lo usa come sample nella canzone For The

Love Of Money contenuta nel disco “Compton”. Tale disco giunge in Nomination

come miglior Album Rap ai Grammy Awards 2015. Successivamente il film ad esso

ispirato avrà la nomination come miglior sceneggiatura agli Oscar di Los Angeles.

Attualmente sta per uscire sulle principali piattaforme il disco “Endless Nights”

registrato agli studi Abbey Road di Londra. Abbiamo incontrato Michele Conta per

farci raccontare qualcosa sui vecchi e nuovi progetti.


Ciao Michele, il tuo strumento è il pianoforte e leggende narrano della tua

formazione avvenuta sotto la guida di Giuseppe Peirolo, compositore di musica

sacra… ma quando è avvenuta la decisione di dedicarti al pianoforte, quando è

scoccata la scintilla per lo strumento e per la musica?


“È probabilmente vero che ogni persona ha le proprie attitudini; infatti mia mamma

mi racconta che non camminavo ancora e già passavo il mio tempo cercando suoni

da strumenti giocattoli o tutto quello che mi capitava a tiro; però il vero inizio dello

studio della musica è venuto grazie sempre ai miei genitori che mi iscrissero da

bambino al Conservatorio; quindi per fortuna mi tolsi dalle scatole molto presto gli

anni meno appassionanti della teoria e del solfeggio. Durante questi anni ho avuto la

fortuna di incontrare un paio di insegnanti che oltre alla tecnica mi hanno trasmesso

il pensiero che la musica non è solo lo spartito scritto ma che esiste in quanto

espressione dell’anima…Questa libertà di fronte alla tastiera ha probabilmente

facilitato la mia vena compositiva. In particolare sono stati importanti gli anni passati

a girare le pagine durante i concerti di organo del mio maestro Giuseppe Peirolo.”


Quanto ti ha dato la conoscenza della musica sacra nel tuo stile compositivo? 


“Accanto a partiture un po’ noiose ho potuto conoscere della musica fantastica…

Non so se hai mai provato a entrare in una chiesa con l’organo a canne al massimo,

con i registri principali che ti sparano una musica che ti avvolge in modo totale… ti

senti veramente in un altro mondo… E inaspettatamente le stesse sensazioni le

provai da lì a poco durante un concerto rock… Ti racconto che durante l’estate i miei

genitori mollavano me e mia sorella in un campeggio di Albenga per un paio di mesi

e una sera col gruppo di amici decidemmo di andare a vedere il concerto di un

complesso allora sconosciuto: era il primo tour italiano dei Genesis. Nonostante il

palasport forse veramente piccolo ti assicuro che era praticamente vuoto e, a dir

tanto, ci saranno stati 300 ragazzi. Beh io ero praticamente seduto per terra con

davanti a pochi metri Peter Gabriel che cantava…… in pratica di fronte avevo una

parte della storia della musica moderna senza saperlo… Credo che sia nato lì

l’amore per quel genere che molti anni dopo sarebbe stato nominato come rock

progressive. Ritrovai il modo di suonare di Tony Banks alle tastiere non lontano dai

classici del Conservatorio; addirittura la pedaliera dei bassi suonata da Michael

Rutheford aveva la stessa profondità dell’organo a canne, il tutto però in una

sonorità nuova, potente, con suoni distorti che noi ragazzi sentivamo molto vicina…

Di lì a poco nella mia città vidi suonare una band che si chiamava Locanda delle

Fate e che faceva cover nei vari locali.”


È così che sei entrato nella band La Locanda Delle Fate che però ancora non

produceva brani originali. Con il tuo ingresso invece è arrivata la svolta, anche se

avevi soltanto diciassette anni… come è nata la sintonia con gli altri musicisti che

vi ha fatto pensare che potevate dare questo contributo alla musica italiana?


“Quei ragazzi con qualche anno in più di me, cercavano un pianista e mi convinsero

a provare con loro; nello stesso periodo entrarono anche i chitarristi Ezio Vevey e

Alberto Gaviglio. Noi tre convincemmo gli altri a fare musica nostra e dopo circa un

anno di prove nacque “Forse le lucciole non si amano più”. In quel periodo la

sintonia tra di noi era totale e veramente magica; ci si capiva al volo e i brani

musicali si sviluppavano velocemente uno dietro l’altro. Eravamo gasati perché ci

rendevano conto man mano che stava nascendo una musica sopra le righe, almeno

rispetto a quello che si sentiva in giro. Ma mai più avremmo immaginato che quei

brani sarebbero stati apprezzati per cosi tanto tempo…”


Eterno direi. La Storia ci insegna, infatti, che questo album è considerato un

capolavoro assoluto del genere e vi ha elevato a protagonisti della scena musicale

progressive… Dopo anni di difficoltà assoluta del genere progressive e di tuo esilio

volontario sei tornato in Studio per registrare l’album “Endless Nights”, e dal primo 

singolo estratto, È Nell'Aria, il sound sembra comunque appartenere al

progressive. Ci puoi dire qualcosa in più?


“Purtroppo i momenti magici non durano per sempre… Penso perché il tempo fa

evolvere ogni persona in modo differente dall’altra. Ricordo tempo fa di aver letto

un’intervista di George Harrison che alla fine diceva: “every band lives for a time”, e

secondo me le eccezioni che esistono sono proprio quelle che confermano la regola

(leggi Rolling Stones e pochissimi altri). Se ti parlo di tempi più recenti partirei dal

nostro vecchio manager Niko Papathanassiou, fratello del grande Vangelis. Da anni

era ritornato a vivere in Grecia si può dire “da pensionato” però ritornava in Italia un

paio di volte all’anno a trovare le sue figlie a Milano e in quelle occasioni era solito

prendere il treno e venire a trovarmi per passare qualche ora a parlare di musica e

ad ascoltare le mie nuove idee e questo penso lo facesse ringiovanire di un bel po’ di

anni… In definitiva è stato lui a convincermi a cercare altri musicisti per

concretizzare quelle idee e magari buttarmi in un progetto discografico. Io che

venivo dall’era analogica avevo bisogno di acquisire anche nozioni di quella

cosiddetta digitale e un negozio di musica mi segnalò un insegnante di computer

music e tecnico del suono che rispondeva al nome di Simone Lampedone. Si

appassionò subito al mio progetto e gli arrangiamenti dei brani sono stati realizzati

praticamente a quattro mani con una bella Intesa… Questo è un vero e proprio LP

perché uscirà in vinile ma anche in cd e contiene 7 brani. Non so dirti se sia vero

progressive. Certamente ho mantenuto la mia libertà di scrittura lasciando libera la

fantasia (ma non i barocchismi o testi aulici tipici degli anni 70). Riflette il nostro

tempo che scorre veloce, un po’ nevrotico ma anche con momenti riflessivi e

serenità.”


Quindi c’è un legame con il passato perché Niko Papathanassiou è anche il

produttore di “Forse le lucciole non si amano più” e c’è anche un ponte verso il

futuro prossimo grazie a Simone Lampedone e gli altri musicisti. Si sente un feeling

eccezionale con Gavin Harrison ed Ermanno Brignolo, ci vuoi raccontare qualcosa

di questa sintonia?


“Le chitarre del primo pezzo sono di Max Arminchiardi, grande rocchettaro Torinese

che però ha subito lasciato il progetto per motivi personali. La ricerca di un secondo

chitarrista non è stata facile. Di Ermanno Brignolo mi colpì soprattutto il fatto che

passasse con incredibile facilità da suonare Segovia con la chitarra classica al rock

più duro. Con molta pazienza all’inizio ha cercato la chiave per entrare nel cuore

della mia musica finché dopo qualche mese le emozioni sono cominciate ad arrivare

alla grande. Sicuramente l’incontro con Gavin Harrison ha dato al progetto una

marcia in più… Infatti è da molti considerato tra i più bravi batteristi al mondo. Mi disse: 

fammi sentire il materiale, poi ti faccio sapere se rientra nelle mie corde.

Infatti nell’ambiente si sa che lui suona solo la musica che gli va a genio e devo

confidarti che ad esempio un mio brano che non lo ispirava, abbiamo preferito

accantonarlo. Spenderei anche una parola per gli Abbey Road. Al di fuori appaiono

mitici, quando li frequenti non puoi fare a meno di farti degli amici: In due parole

competenza abbinata a disponibilità nel capire il musicista: qualità che non sempre

trovi nelle altre sale di registrazione.”


Per concludere vorrei chiederti se per te questo disco ha dei significati particolari…

È Nell’Aria è un titolo terribilmente evocativo, cosa vuol dire per te? Forse un

nuovo inizio?


“Endless Nights è il secondo brano ma dà il titolo a tutto il lavoro; esprime il bisogno

di rubare qualche ora alla notte soprattutto per lasciar correre il pensiero nel

silenzio… È Nell’Aria evoca sicuramente il futuro e l’imminente presente. Quindi

anche quello che sta per succedere, a volte lo puoi percepire a volte purtroppo no,

come è successo per le torri gemelle, e… se ti metti sotto la Freedom Tower, con

accanto a te la stazione Oculus a forma di ali di Colomba, e guardi in alto verso la

cima del grattacielo, ti senti infinitamente piccolo e non può non venirti nell’anima il

pensiero dell’infinito, dell’aldilà, di tutto quello che c’è oltre alla nostra

quotidianità… lì intorno non c’è il silenzio, perché sei in centro a New York, però

percepisci che è un’atmosfera molto particolare che non può farti non riflettere… “







giovedì 3 novembre 2022

La mia intervista a Linda Valori


Quando il blues incontra Pasolini (2019)



Una voce potente, unica, considerata ormai da tanti anni in Italia la regina del Blues, 

o del Rhythm and Blues, Linda Valori si racconta su queste pagine anticipandoci 

qualche notizia sui nuovi progetti. 


Conosciamo e amiamo la tua voce fondamentalmente per la sua essenza Black che 

la rende quasi unica, o molto rara e particolare, nel panorama musicale nostrano 

ma  tu sei italiana, sei di San Benedetto del Tronto, come avviene la scoperta di 

queste venature Black? Quando ti sei accorta di questa voce così potente e 

particolare? 


“Io ho avuto dei genitori che sono stati e sono tuttora grandissimi ascoltatori di 

musica. Tramite loro ho avuto le prime audiocassette (date in omaggio pure sotto il 

periodo natalizio col pandoro e lo spumante!)e i primi vinili. Sono stata da sempre 

un “macinino”. Ho sempre curato l’ascolto e la riproduzione, talvolta 

inconsapevolmente, talvolta consapevolmente. Ho ascoltato di tutto… e da sempre 

faccio crossover di generi e contaminazioni grazie anche alla multiculturalità in cui 

sono cresciuta. Con il mio luogo d’origine ho un bel rapporto affettivo ma lavorativo 

quasi nullo. Diciamo che prendo di buono ciò che il posto natale mi dà (mare, 

montagna, famiglia e amici) senza avere aspettative di altro genere perché non 

spetta a me dare opportunità e valorizzare il territorio. Da piccola io rispondevo 

cantando talvolta suscitando anche un certo imbarazzo nell’interlocutore che 

provava ad interagire con me. Pure i miei pianti isterici dopo un po’ cercavo di 

intonarli ed invece di impietosire, suscitavano risate e stupore (io ero incazzata e 

basta). Ero però entusiasta e lo sono tuttora. Mi emoziono per la bella musica e 

anche per eventuali cover riproposte dall’ambiente musicale contemporaneo. Ogni 

epoca ha la sua bella musica”. 


Come i tuoi pianti da bambina, il Gospel potrebbe essere quello dell’anima; implica 

una spiritualità molto sviluppata e hai cantato davanti a tutti gli ultimi papi da 

Giovanni Paolo II in poi, ma tu che rapporto hai con la religione? E con il peccato, 

visto che il Blues, al contrario del Gospel, è considerato la musica del diavolo? 


“Guarda a prima vista potrebbe sembrare così scollegata la cosa ma invece non lo è!

Io sono molto “umana” nel senso che ho bisogno di tutti e due: Gospel e Blues. Tutti 

noi dopo peccato sentiamo bisogno di pace e redenzione ma poi con la nostra 

umanità torniamo a peccare. Se invece di distinguere i due processi {peccato e 

redenzione) li considerassimo necessari alla nostra natura? Io credo in Dio. Mi fanno 

tenerezza tutti coloro che negano una forza più grande di noi”. 


A proposito di peccato, hai dedicato un brano ad un autore che ha indagato tanto il 

peccato nei suoi scritti e ha destato scandalo in molte occasioni, sto parlando di Pasolini, 

che amiamo molto e il tuo brano si chiama Pasolini scrive che amiamo

altrettanto. Come è nata l’idea di cantare questo brano? Perché hai pensato fosse

importante parlare di lui rispetto ad altri autori?


“Io ho sempre adorato la verità in tutte le sue forme anche le più crude e non

proprio piacevoli. Pasolini è ciò. Azzittito da un sistema sordo e fallace a lui restava

solo la “lama” della sua penna ed è l’ennesima dimostrazione di come (prendi per

esempio anche Lennon) se il tuo pensiero ha qualche riscontro allora può rivelarsi

pericoloso. Ma lui avrà ancora seguito…”.


Hai cantato davanti ai papi, come dicevamo prima, a Sanremo, su tutti i palchi più

importanti a livello nazionale e internazionale, hai collaborato con i grandi nomi

della musica, hai prestato la tua voce in TV e al cinema, chissà da quanti aneddoti è

formato il tuo background. La tua arte ti ha regalato tanto, c’è qualcosa che devi

ancora realizzare?


“Io vorrei realizzare ancora molte cose e magari raccontare l’aneddoto “segreto”

che ogni artista porta nel cuore. Il 2019 sarà per me un anno di cambiamenti, mi

focalizzerò solo sulle cose musicalmente belle e sincere senza altre condizioni

intermediarie. L’album nuovo è in costruzione come altri progetti con straordinari

artisti. Ci sono persone (oltre la mia amata famiglia) che mi sostengono davvero con

amore e competenza, dunque potrà nascere solo qualcosa di bello”.


Un nuovo disco quindi che noi non vediamo l’ora di ascoltare e che probabilmente

porterai anche in concerto. Ti è capitato anche di reinterpretare Nina Simone, lei

creava una specie di elettricità con il suo pubblico, tu che rapporto hai con chi viene

a sentirti dal vivo?


“Chi viene ad ascoltare dal vivo ha tutto il mio amore e la mia gratitudine perché

non si è fermato al “sentito dire”. Credo che ai concerti ci sia un vivere (da ambedue

le parti) con sentimento il Momento. Per me è una sfida raccontare la mia

storia…ma chi sta a sentire, mi vive. Date importanti ne farò in Liechtenstein e non

solo….ma per scaramanzia teniamoci larghi…”.


Cos’è il Blues per te e cosa può dare alle nuove generazioni? Un consiglio a chi vuole

intraprendere questa strada?


“Il Blues è rispetto per le radici… del genere musicale stesso ma rispetto anche delle

nostre. Ecco che la più grande forma di rispetto per il blues è anche

contestualizzarlo. Il Blues può essere dappertutto, ma permettetemi di dire che se si

nasce sul fiume Tronto o sul fiume Po o sul Tevere… si sente ed è giusto valorizzarlo

senza scimmiottare ma “giocando” intelligentemente con la musica. Non ho un’idea di 

Blues, ma con tutto questo malessere beh il Blues potrebbe dare tantissimo ai

ragazzi e alla generazione odierna…ma vedrete che come per tutti i cicli storici, si

ripartirà da un “medioevo” sofferente per riscoprire la bellezza e la verità di essere

fragili. Ai ragazzi dico “andate e partite” e sappiate che l’incontro con altre culture ci

salverà e ci farà creare cose nuove e belle, ma dove andate portate sempre la vostra

identità”.