Per la rubrica: Viva la Musica dal Vivo, la chiacchierata con il musicista Fabrizio Festa, sulle differenze tra come si suonava prima e quello che succede oggi, sulla gavetta, sulla tanta polvere masticata, sulle emozioni vere…
Come si fa a formare un'esperienza del genere? Quando hai iniziato a suonare?
Ho iniziato effettivamente a suonare nei locali, dagli anni 90, quando le ondate GRUNGE e BRIT POP, erano arrivate anche nel nostro paese. Mi è capitato di farlo ovunque, dai pub, ai teatri, nei club, anche nei piccoli bar, e perfino “on the road". È stato formativamente necessario, ed è quello che auguro a chi oggi vorrebbe intraprendere questo cammino. Consapevole delle criticità odierne, dove la tecnologia, la virtualità, hanno relegato la musica negli angoli casalinghi di ognuno. Si “suona" più per dimostrare nell'immediato le proprie capacità sui social, che scambiare fisicamente e reciprocamente le emozioni tra chi si esprime e chi ascolta. È un altro mondo.
Penso che sia un richiamo irresistibile per chi ama la musica l'impatto che ha il contatto con un pubblico vero…
Vista la mia esperienza, suonare dal vivo è linfa indispensabile, anche per caricarsi di "pathos emotivo" per scrivere le canzoni. Seppur abbia iniziato da subito a scrivere canzoni, perché quello è stato il motivo principale, per aver intrapreso la strada musicale, ho cantato e suonato di tutto. Con le prime band suonavamo, Led Zeppelin, Deep Purple, Eric Clapton, Dire Straits. Poi nel tempo ho creato gruppi, anche in formazioni ridotte, dove non è mancata la musica italiana. Da Lucio Dalla, Ivano Fossati, Paolo Conte, tenendo in mente che da chiunque arrivasse buona musica, il nome diventava secondario. Parallelamente però, ho portato spesso sul palco, i mie progetti originali, con le cose che scrivevo io.
Che tipo di alchimia si crea con chi è presente mentre suoni?
La magia della musica dal vivo, è talmente inebriante, che mi è capitato sempre di creare connessione con chiunque fosse davanti, con ciò che cantavo. La reazione è sempre stata di magia. Si viene a creare quell'empatia, che solo la musica e l'innamoramento amoroso, riescono a produrre. E se si pensa bene, la musica è un atto d' amore. Potrebbe sembrare paradossale, ma nelle dimensione "on the road", le emozioni che mi sono arrivate dalla gente, sono state molto viscerali e “potenti". Forse perché, dalla strada ancora oggi ci si stupisce, che si possa trovare qualcuno che faccia musica, quanto meno con professionalità. Ma a dirla tutta, gli episodi, lo scambio emozionale, mi è capitato ovunque.
Ce n'è qualcuno che ti è rimasto dentro?
Ricordo due episodi, uno al Teatro Arciliuto, dove dopo l'esibizione, una ragazza mi si è avvicinata in lacrime e senza dire nulla mi ha abbracciato, come se fossimo dei vecchi amici (magia della musica). O quella volta in un Pub a Trastevere, finito di suonare, si presenta davanti a me il figlio di Bruno Lauzi, Maurizio, che abitava sopra al Pub, era sceso per complimentarsi, perché credeva che chi cantasse, non fossi io, ma che la voce uscisse dalla radio in filodiffusione nel locale. È stato un bel complimento, poi pensandolo odiernamente, acquista ulteriore valore, dove si usa sempre più, il mezzo dell'autotune per intonarsi nel cantare.
Cosa ti lasciano queste esperienze?
Ogni esperienza live ce l'ho dentro, anche quelle meno significative; mi hanno insegnato molto. Comprendendo che se hai una reale passione per ciò che hai deciso di fare, suoni ovunque, e perché la musica è una necessità vitale, e a dirla tutta, non sei tu che scegli la musica, ma è lei che sceglie te.

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