domenica 5 marzo 2023

IL CANTO DELL'AFRICANO

Menzione d'onore nella sezione Prosa Inedita al Premio Nazionale Montano 2021



Disegno realizzato da Benito Saluzzi


Scavo. Scavo nella terra il più profondamente possibile, alla luce della luna, perché non riesco a dormire. Ho paura. Ho paura e scavo. Scavo in ginocchio su questa terra che non è la mia terra. Questa terra così scura, così dura, così simile alla mia terra ma che non è la mia terra. Mi entra sotto le unghie, come faceva la mia terra, ma non è la mia terra. Mi graffia i polpastrelli ma non è la mia terra. Questa luna così grande, simile alla luna di casa mia, non è quella di casa mia. Questa aria umida che non fa respirare non è per niente come quella del mio villaggio… e scavo. Africano qui mi chiamano e… non gliene frega niente se sono senegalese, keniota, nigeriano, togolese o anche Zulu. Io scavo come mi diceva di fare mia nonna, durante le notti di luna piena. Ho paura e scavando, come mi diceva mia nonna, mi sembra di stare un po’ a casa mia, anche se non è il mio villaggio. Mentre scavo mi viene in mente la canzone che mi cantava mia nonna quando avevo paura: “Kuna mtu shambani, kuna mtu shambani, ia ia kuna mtu shambani”. Mia nonna cantava e mi diceva di scavare, durante le notti di luna piena, quando avevo paura dei versi degli animali, delle urla del vento o mi mancavano i miei genitori. Scavavo una buca profonda per nascondere le mie lacrime. Scavavo perché mia nonna diceva che in fondo alla terra, nelle notti di luna piena, avrei trovato il seme che mi dava la forza. Non ho mai trovato quel seme ma, piangendo, ho sentito ugualmente la forza. Scavando e piangendo. Scavo in questa terra che io chiamo Europa, scavo per i miei genitori che sono morti perché volevano arrivare in Europa… loro non ci sono arrivati in Europa mentre io ci sono arrivato… Questa Europa che qui chiamano Italia… e poi la chiamano Puglia… e poi la chiamano Foggia… e poi ci sono tanti altri nomi ma io non so dove sono. Abbiamo viaggiato per ore su un furgoncino scassato e siamo arrivati in questa campagna lontana da tutto per raccogliere i pomodori… e io scavo perché ho paura. Due o tre euro all’ora per raccogliere pomodori tutto il giorno. Sotto un sole cocente che non è il mio sole. In un’aria irrespirabile che non è la mia aria. L’uomo, che ci fa lavorare, tutti lo chiamano “U Caporale”. Ha la faccia bruciata dal sole e dalla rabbia e urla in continuazione… “Te le uadagnà u páne, Te le uadagnà u páne”. In una lingua che non è la mia lingua. “Fatica, fatica, Te le uadagnà u páne”. Ogni giorno prendiamo il furgoncino scassato, ci entriamo anche in venti, stretti come bestie, e veniamo a faticare. Quel furgoncino mi fa più paura della barca con cui ho attraversato il mare. Quanti fratelli africani come me sono morti in mare, come i miei genitori… e quanti fratelli africani stanno morendo su questi furgoncini. Ho paura e scavo. Poi la notte ci riuniamo per mangiare quel poco di cibo che abbiamo e con le ossa doloranti andiamo a dormire in una capanna che non è una capanna. Poche coperte buttate su un materasso ammuffito e una lastra d’amianto per proteggerci la testa… ma io ho paura e non riesco a dormire. Non so in quanti siamo. Forse cento. Forse mille fratelli africani… ma nessuno è mio fratello. Ho paura. Riesco solo a scavare. C’è chi prega il suo Dio, c’è chi non beve la birra, c’è chi beve birra per staccare il cervello. Io scavo. C’è chi fatica così da tanti anni ed è ormai abituato, c’è chi non s’abitua e se la prende con gli altri. Nessuno è mio fratello veramente… e io ho paura. Ho paura e scavo. C’è qualcuno che scava come me… no… non come me, scava per farsi una latrina. Scavo perché poi la notte ho troppo freddo. Scavo nelle notti che fa caldo. Scavo, scavo ma non è la mia terra, non è il mio villaggio, non è la mia luna, non è il canto di mia nonna. Non è la mia lingua. Ogni giorno che passa dimentico sempre qualcosa di più della mia lingua e mi rimbombano in mente soltanto le parole del Caporale… “Te le uadagnà u páne, Te le uadagnà u páne…”… ma io non smetto di scavare. Come quando ero bambino e cercavo il seme della forza. Scavo per nascondere la mia paura. Scavo, dovessi arrivare dall’altra parte del mondo…  nel mio villaggio. Scavo per ritrovare la voce di mia nonna. Scavo e per non piangere canto, in questa lingua che lentamente sta sostituendo la mia. Scavo e canto. “Ia ia kuna mtu shambani / Ki ma dda dà stu páne? / Bibi Bibi Mungu Bwana / Ki ma dda dà stu páne? / Baba mama Mungu bwana / Ki ma dda dà stu páne? / Mimi humba, Ninakumba dunia / Mwezi utanikiliza, mi ascolterà la luna”.



Alcuni pareri dei lettori:


Poetico,Intenso e Commovente. La ripetizione dei gesti e dei pensieri, così come è descritta, fa stare male è angosciante, si prova quasi la stessa sofferenza del giovane protagonista..Ecco è così che ci sente e non è facile descriverlo. La terra, il pane, la vita, le radici, la famiglia: poche certezze per potere tirare avanti e tanto dolore. Altro che lo smalto alle unghie e tutte le altre inutilità che gravitano attorno a noi e nel web. E' un nuovo blues, è un canto triste ma voglio pensare che chi canta ha in sé speranza. Chi canta scopre la sua forza. E ' una storia dura e cruda ma è raccontata nel modo giusto. Perché serve per conoscere.Serve per capire.

Ubaldo Scifo


Sottoterra la temperatura dell'aria é costante. Sottoterra i rumori sono attutiti, solo ritmo, sordo. Scendi un pò più giù e sono annullati del tutto. Sottoterra non c'é vuoto e lo spazio, ogni centimetro, devi scavarlo a fatica. Se non ti manca l'aria, se non ti finisce la forza. La forza del passato, gli avi, tua nonna che l'ha appreso da bambina e poi ha dovuto capirlo per tutta la vita, ti rivelano il segreto della vita tutta, non solo umana, anche animale, la stessa delle piante e dei vermi. Scava oltre la tua stessa tomba. Sfonda il suolo. Accedi a un altro mondo. Sopravvivi alla tua stessa tomba. Allora sarai forte e ti sarai conquistato il diritto di vivere, che nascere non ti ha lasciato in eredità. Lotta ragazzo, lotta. Cantare parole eterne ti aiuterà... il tuo racconto é cronaca e storia universale. Mi é piaciuto molto, si é capito?

Toti Careca


Più che un racconto è quasi una canzone. Bene per il tema! Dobbiamo fare tutti insieme opera di umanità e civilizzazione.

Claudio Orlandi


Bello, bellissimo racconto Gabriele: intenso e angoscioso.

Gabriele Dodero


È già stato detto parecchio ma vorrei aggiungere che hai davvero toccato la superficie del fondo e la descrizione è inequivocabile... ed hai trovato la luce.

Marinella Ru


Il canto africano, del poeta e scrittore Gabriele Peritore, nel teatro disumano del nostro tempo si fa blues. Il ritmo, nella scrittura dell'autore, nell'anafora, incalza piu' potente della cronaca quotidiana. Un monologo - a tratti nella lingua originaria del protagonista - piu' incisivo di un Favino all'ultima edizione del Festival di San Remo. E arriva. Arriva nel profondo di noi, piu' profondo di quella terra scavata da un'umanita' vittima di chi commercia nel dolore fino alla morte, di caporali che non sono ne uomini ne persone: Infami. La sensibilita' dell'autore non e' nuova alla tematica dell'immigrazione nel nostro Paese. Parte da lontano nei versi de "I giorni Con Faqi" in A respiro trafitto, silloge edita da Edizioni del Giano nel 2004 per approdare nuovamente nel breve romanzo "L' Isola confine" per Edizioni Croce nel 2014, quel "...Confine per i naufraghi che arrivano dall"Africa. Confine per un occidentale in crisi esistenziale..." ndr Ma in Canto dell'Africano, nella lettura, d'innanzi ai nostri occhi attenti si erge l'umanita' tanto vera quanto poetica nell'universalita' del dolore che lotta con le unghie per raggiungere la luce della dignita'. L'invito e' quello di leggere Il Canto dell'africano di Gabriele Peritore per comprendere che il sudore del dolore e' pianto di una Terra Madre per ogni umanita'.

Cony Ray


Racconto breve ma incredibilmente intenso e lirico, che senza indulgere nei particolari che suscitano la lacrima superficiale e momentanea, le cui parole rimbombano nel cuore e nella mente ," scavando nel "terreno" di chi legge,per aiutarlo a trovare più facilmente i semi dell'indignazione e della non rassegnazione, divenuti, oggi più rari e più preziosi di qualunque monile.

Valerio Di Paolo


Anche per me è molto bello il racconto. Io sono cresciuta e vivo in Capitanata, la terra dell'oro rosso. Li ho visti e continuo a vederli i ragazzi nei campi assolati... nel nostro Paese troppo spesso le cose non cambiano, troppo spesso si rimane impuniti. É giusto denunciare, parlarne sempre e comunque per smuovere le coscienze... forse, chissà... ma il “raccontare” te li porta dentro certi vissuti. Ti umanizza e ti coinvolge. Grazie Gabriele Peritore per aver dato voce sommessa ad un pianto troppo spesso inascoltato.

Lucia Gargano


Mi sono presa un po' di tempo per parlarti del tuo racconto. È un argomento vivo, sanguina ancora e sanguinerà per ancora molto tempo. Scriverne è una presa in carico, è assumersi un rischio. Da un lato quello "politico", dall'altro quello di scivolare nella retorica dell'uomo bianco che parla per il nero. Però tu hai schivato tutto questo. In realtà arriva il sudore, la desolazione, la solitudine, il dolore, l'abbandono, l'aggrapparsi alla terra, al buco, ai riti e alla memoria per rimanere vivi e umani. E tutto questo è oltre il colore della pelle, oltre le proprie radici. È l'uomo.

Isabella Dilavello


La narrazione di Gabriele Peritore, la triste realtà dello sfruttamento che sfocia nella schiavitù. Da leggere e riflettere, un seme da cui far germogliare la pianta della verità e della liberazione.

Maurizio Celloni

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