domenica 29 giugno 2025

Ghigo Agosti: il Rock and Roll in Italia

Per la rubrica: Archeologia musicale,  il fermento rivoluzionario del rock’n’roll prende il sopravvento anche in Italia,  in una scena musicale che sa riservare notevoli sorprese. 



Elvis Presley, Bill Haley, Chuck Berry ed altri guidavano la rivoluzione musicale che portava il mondo verso la rinascita, dopo la seconda guerra mondiale. Anche in Italia, con l’avvento della TV e l’apertura al mercato Internazionale, si sentiva la voglia di accogliere i nuovi generi. Nonostante il gusto popolare attingesse notevolmente al tradizionale melodico, non si trattava di un completo salto nel buio, perché il Jazz era già diffuso negli anni trenta con le grandi orchestre e lo swing si era imposto grazie ad artisti come Natalino Otto, il Trio Lescano o Alberto Rabagliati. Anche dal punto di vista musicale, oltre agli altri settori, il Belpaese aveva voglia di decollare, basti pensare al successo di Domenico Modugno Nel Blu dipinto di Blu, cantata con le braccia allargate come ali nell’invito a prendere il volo. Succede tutto molto velocemente e in pochi anni. Tra i primi a proporre una cover di un brano rock and roll ci sono i membri del Quartetto Cetra, anche se la loro versione di Rock Around The Clock (ribattezzata L’Orologio Matto, 1956) fa lo stesso effetto di una tisana al malto bevuta in un whisky bar. Forse, però, era necessario edulcorarla per presentarla ad un pubblico più ampio: il pubblico televisivo che stava formando i suoi gusti e non poteva essere aggredito, secondo le regole cautelative e censorie della neonata RAI. A formare il suo gusto, proprio in quel periodo, c’è anche un ragazzo che ama la musica alternativa e si nutre nella vasta collezione di dischi stranieri di importazione, del cugino Paolo Tosi, impregnandosi di piano-boogie e ragtime. Questo ragazzo è Arrigo Riccardo Agosti, detto Ghigo, e spesso organizza jam session a casa sua, a cui partecipano molti degli esponenti della scena Jazz milanese e altri musicisti di altra estrazione, tra cui Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Forma una band che chiama Ghigo e Gli Arrabbiati in cui si alternano vari musicisti e collaboratori; suoneranno con lui anche Ricky Gianco e Guidone, oltre Giorgio Gaber. Dal 1954 in poi si esibiscono nei locali milanesi proponendo il sound di Ghigo, costituito da riff ossessivi e percussivi; accelerare il ritmo è la sua prerogativa, è il suo rock and roll, che confluisce in brani come Stazione del Rock e Coccinella, composti dal 1955 al 1957. Forse i primi brani del genere scritti direttamente in italiano, e, forse, tra i primi anche a livello europeo. Per lui, però, la possibilità di pubblicarli si presenta relativamente tardi, soltanto nel 1959, dopo anni di concerti e esibizioni dal vivo, in cui coinvolge il pubblico, con il pianoforte o con la voce, con i suoi pezzi caratterizzati da testi diretti e innovativi. Stazione del Rock è un invito all’amore, alla libertà, al ballo. Coccinella, invece, in maniera molto velata, è la descrizione di un approccio verso un travestito; probabilmente ispirata dal personaggio francese di Madame Coccinelle, balzato agli onori delle cronache per essere il primo transgender della storia. Il suo stile, in cui prevale una vocalità intensa, frenetica, protesa all’urlo, con finto accento americano, unita a una esuberante presenza scenica, lo rende riconoscibile e unico nel panorama artistico. In quegli anni, come accennavo prima, la scena musicale è in totale fermento. Nel 1957, infatti, viene organizzato il primo festival del Rock and Roll italiano (il Trofeo Oransoda), che vede partecipare, tra gli altri, Adriano Celentano e negli anni a seguire anche Little Tony; un potente strumento per la diffusione di questo genere musicale nel nostro Paese. Ghigo si distingue comunque per il suo spirito irrequieto; durante le performances, sbraccia, si dimena, fino a strapparsi la camicia. Lo stesso spirito che non gli permette di accontentarsi mai e che lo obbliga a sperimentare continuamente, una volta che il rock si è affermato e che da esso, negli anni sessanta, iniziano a nascere altri sottogeneri. Le sue ambizioni di innovazione, lo portano a formare altre band come Ghigo e i Goghi, o Black Sunday Flowers, o ancora a stupire cambiando spesso immagine e trovando pseudonimi fantasiosi e meno, come Mister Anima, Rico Agosti o Probus Harlem, per esplorare nuove musicalità; è tra i primi urlatori, con il suo partito estremista, a contrapporsi alle scelte musicali della RAI, e a gettare le basi per il rock demenziale; ma anche tra gli iniziatori del beat in Italia, della psichedelia e del progressive. Nella sua variegata e incontrollabile produzione vanno citati i brani Conosco Jenny, o Tredici Vermi Con Il Filtro e i formidabili Non Voglio Pietà e Solitudine Time, firmati come Mr. Anima, da non dimenticare Madness e Hot Rock. Lo stesso spirito che poi gli suggerisce di abbandonare tutto, quando ormai la soddisfazione non è più la stessa. Nel 1974 decide di ritirarsi dalle scene per dedicarsi alla fotografia, alla grafica, al giornalismo, e inoltre alla poesia, al teatro, e nel tempo libero anche allo sport.






Chuck Berry: 


    Natalino Otto:

domenica 1 giugno 2025

Immagine, musica, filosofia

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autrice Alessandra Iannotta sui valori fondamentali della poesia e quello più fondamentale in assoluto, inseminare tutti gli organi. 



Alessandra Iannotta è nata a Roma nel 1965. Da oltre 25 anni esercita nella Capitale la professione di avvocato civilista. Ha partecipato a vari concorsi nazionali ed internazionali di poesia e di narrativa ricevendo premi, menzioni speciali e riconoscimenti vari. Ha pubblicato, nel 2015, un libro di poesie in prosa, dal titolo “Sangria al Grippiale” (Ed.Dante Alighieri). Nel giugno 2019, il suo primo romanzo dal titolo “Gli occhi di Asha” (Kanaga Edizioni). Nel novembre 2019, il romanzo è stato premiato, come premio speciale “Milano Donna”; un estratto del primo capitolo è stato pubblicato su Rai Letteratura. Nel novembre 2020, ha pubblicato la silloge poetica “Panni al vento” (Ed. L’Erudita). Nel luglio 2022 ha pubblicato una silloge di 138 poesie, dal titolo “Come panni al vento” (Nino Bozzi Editore – Gruppo CTL Editore). Ha avuto modo di sperimentare che la poesia, abbracciata alla musica, può aiutare ad accrescere la bellezza di entrambe le suddette forme artistiche, recitando le sue poesie: -accanto al Maestro, Alessandro Vena, pianista di fama internazionale, presso l’Auditorium San Domenico di Foligno; -accanto al Maestro Martin Palmeri, compositore argentino di fama internazionale, presso il teatro Greco di Roma; -accanto al Maestro Luca Fialdini a Forte dei Marmi, presso Villa Bertelli.

Quando ti sei accorta che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?

Ho amato la poesia fin da bambina, ne scrivo da sempre, ma ho sentito la voglia irrefrenabile di condividere questa mia grande passione solo nel 2015 quando, dopo aver superato un anno difficile, sono stata invitata ad una serata di letture di poesie… quella sera stessa, rientrata a casa, sulle note di Beethoven, ho scritto una poesia intitolata “Vita” ed ho deciso che questa volta, avrei iniziato a condividere con gli altri la mia passione!

Che rapporto hai con la poesia? 

Credo in una poesia non filtrata dalle gabbie della mente, non costruita a tavolino, non imbrigliata in regole stilistiche, capace di raggiungere il cuore di tutti perché capace di catturare la meraviglia che ci circonda, la parte più autentica che abita l’uomo. Credo che la poesia, capace di abbracciare molteplici declinazioni di creatività, sia la più alta espressione artistica. Per me, infatti, la poesia è, prima di tutto, immagine, qualcosa che cattura il mio occhio, ma che, nel contempo, va oltre il mondo visibile, lì c’è il brivido della poesia, il poeta, quindi, è un po’ un pittore che dipinge con la penna; la poesia è, poi, musica perché le parole devono avere un ritmo, il poeta, quindi, è anche un po’ un musicista; infine, e lì, a mio avviso, siede il cuore della poesia, c’è nel linguaggio poetico un messaggio che eleva l’uomo e, quindi, il poeta è anche un po’ un filosofo capace di far riflettere il lettore, non con la testa, ma con il cuore.

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Sono certa che oggi la poesia ritroverà il posto di centralità che merita all’interno del panorama culturale mondiale. Il poeta, infatti, è l’artista della parola e mai, come oggi, c’è un estremo bisogno di arte, di un linguaggio costruttore di bellezza, e dunque di poesia! Nel mondo contemporaneo, dominato dalla tecnologia, è indispensabile recuperare la parte più autentica che abita l’uomo, riuscire a dare voce alla nostra parte irrazionale dove regna regina la creatività, che è alla base di ogni forma di espressione artistica, e che non potrà mai essere sostituita dalla macchina.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Penso che si tratti di mondi differenti e, dunque, che non sia corretto parlare di competizione. L’intelligenza artificiale assembla dati, mentre la creatività è prerogativa dell’essere umano che, prima di essere carne, è coscienza…

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare? 

Sono, profondamente, legata ai miei primi cinque libri (tre libri di poesie, una favola poetica e il mio primo romanzo dal titolo “Gli occhi di Asha”) che ho pubblicato con quattro diverse case editrici e di cui, essendo scaduti tutti i relativi contratti di edizione, ho recuperato i diritti. Nel 2024, ho autopubblicato su Amazon, il mio ultimo libro, un romanzo dal titolo “Muse sciamane” ed è questa l’opera a cui mi piacerebbe accennare. Si tratta di un romanzo in cui i lettori potranno, agevolmente, ritrovarsi all’interno degli intrecci narrativi e, nel contempo, essere, tuttavia, trasportati in mondi fantastici in quanto nell’opera entrano, prepotentemente, anche numerosi elementi immaginifici e poetici. È, infine, un romanzo filosofico perché è capace di fornire al lettore le chiavi per vivere con più leggerezza e gioia!



La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni? 

Viviamo tutti nella storia che, inevitabilmente, cambia, ma, a differenza della maggior parte degli adulti, i giovani conservano la freschezza di una visione della vita più libera dalle maglie mentali, più intuitiva e, quindi, più vicina al sentire del poeta. In un mondo, come quello in cui viviamo, dove tutto è estremamente veloce, sussiste, a mio avviso, l’urgenza di aiutare i giovani a recuperare la capacità di entrare nella profondità della parola che, lungi dall’essere solo uno strumento per comunicare, è prima di tutto generativa di pensiero. I giovani, meno contaminati da sovrastrutture rispetto a noi adulti, hanno solo bisogno di guide, che, in modo gioioso, catturando la loro attenzione, siano capaci di fargli riscoprire la potenza e la bellezza della parola poetica.





domenica 25 maggio 2025

Chuck Berry e la poesia che si balla

Per la rubrica: Archeologia Musicale, e poi arrivò il rock and roll,  e nulla fu come prima... 



Si può accelerare il blues più sostenuto e il Country più concitato, si può accelerare ancora di più. Si può accelerare il Rhythm and Blues più veloce, sì, si può accelerare ancora di più. Con il Rock and Roll si può accelerare ancora di più, perché il Rock batte pulsa pompa, fa sbalzare il cuore dal petto, rende impossibile la staticità. Il corpo si deve muovere, dondolare, ballare, danzare, sballare. Dagli Stati Uniti arriva il genere musicale che sa attingere alla musicalità delle origini e presentarla come qualcosa di totalmente nuovo. Uno stile rivoluzionario che sa unire i gusti dei bianchi e dei neri, che sa vivere l’onda del presente presuntuoso degli anni cinquanta e tagliare i ponti con il passato. La poesia del corpo, la poesia che si balla. Sì, forse è un azzardo definire poesia i suoni eseguiti da Elvis Presley, Bill Haley, e, soprattutto, per me, Chuck Berry, ma è con l'azzardo che si vincono certe scommesse. Lui che ha vissuto tutta la vita all'insegna dell'azzardo. Chiudersi in uno studio di registrazione, prendere un classico del country come Ida Red, fonderlo al rithm and blues, accelerare la cadenza delle battute e tirare fuori un genere di musica totalmente nuovo (in seguito battezzato Rock and Roll), forse era un azzardo maggiore di rapinare negozi. Ma a lui è riuscito, forse perché abituato a barare con la vita. È così che è nata Maybellene. È così che è nato tutto. Da un azzardo. I testi sono semplici, è vero, ma è anche vero che sono diretti, escono in una forma di gesto spontaneo, senza filtri, dalla vita al palco. Perché è la sua vita che mette in ballo, nel senso letterale del termine. In Johnny B. Good canta di un ragazzo di campagna che vuole affermarsi nella metropoli. La fame di conquiste sociali lo divora fin da giovanissimo, spingendolo anche a delinquere e a conoscere il carcere. Canta la voglia degli adolescenti di rompere i ponti con le noiose pratiche quotidiane e con la musica del passato, come in Roll Over Beethoven o in Too Much Monkey Business. Affronta da spaccone le tematiche legate al razzismo, esaltando il fascino degli uomini di colore come in Brown Eyed Handsome Man. E poi canta del sesso, con tormentoni a doppio senso per ingannare la censura come in My Ding-A-Ling, e canta dell'amore per le donne, per le giovani donne soprattutto, che gli causerà non pochi problemi giudiziari, tanto da arrecare un arresto determinante alla sua carriera che non toccherà più i vertici dell seconda metà degli anni Cinquanta. Ma forse non sono l'unico a pensarla cosi dato che grazie ai suoi testi è stato inserito nella Songwriters Hall of Fame, e che Johnny B. Good rappresenta gli Stati Uniti d'America nella missione del Voyager nello spazio. Sono passati circa settanta anni da quando il rampante Chuck caracollava imbracciando la chitarra, con il suo celebre passo dell'anatra, ma se artisti impegnati come John Lennon, Bob Dylan, Lou Reed, David Bowie, Bruce Springsteen hanno avuto voglia di avviarsi sulla strada della musica Rock, con molta probabilità non è un azzardo così grande parlare di poesia. Chuck, tu sei poesia che balla!









domenica 18 maggio 2025

Il giorno che suonai con Jorge Pardo

Per la rubrica: Viva la Musica dal Vivo, il racconto del batterista Luca Caponi che condivide con noi l'emozione di un concerto dal sapore intimo e gioioso nato estemporaneamente in una situazione particolare… 




Diplomato in Strumenti a Percussione presso il Conservatorio “A.Casella” dell’Aquila, ha conseguito in seguito il Biennio superiore di Musica Jazz e quello di  Strumenti a Percussione con il massimo dei voti presso il Conservatorio di Roma “Santa Cecilia”. Collabora in maniera continua con Open Trios di Giovanni Bietti, con il quale registra il CD “Ludus Herodis” (Ed.MAP) e con cui, tra l’altro, ha avuto la possibilità di esibirsi costantemente. Collabora dai primi anni 2000 con Gabriele Coen (sassofonista-compositore) con il quale ha registrato 6 CD. Ha collaborato con l’attore Ascanio Celestini nello spettacolo-concerto “Canzoni impopolari”. Collabora con il chitarrista flamenco Matteo D’Agostino, con il quale registra in duo il CD “Aquí me encuentro”. Collabora con il gruppo “Así” con il quale ha registrato tre CD: “Asicomolasflores” (ed.Trelunerecords), “Luna che mira ad Oriente”, “Así” (ed.Jandomusic) ed un digital album “Shurùq”-Así Quartet (Bandcamp.com). Tra le varie collaborazioni:Il pianista-compositore Antonio Cocomazzi, con il quale registra il CD “Mare Solo” (ed.MAP) come marimbista-batterista-percussionista, il gruppo Baltabarèn (2 CD, esibizioni a Roma e dintorni e in giro per l’Italia), la cantante Nada Malanima, con la quale collabora nel tour estivo del 2000, il cantante Canio Loguercio (Auditorium di Roma 2021,Teatro Ichos di Napoli). 



Ho la fortuna di conoscere Luca da tanti anni, eccezionale sia come persona sia come musicista. Ho la fortuna di conoscere il suo talentuoso modo di suonare e non potevo non chiedergli quale fosse il concerto che più gli è rimasto nel cuore. Non se lo è fatto ripetere due volte, appunto, e immediatamente sono partiti i ricordi…

Tutti abbiamo grandi emozioni che continuano a viverci dentro come ricordi: noi musicisti collezioniamo nell’anima le impressioni assonnate dei viaggi, l’odore di polvere dei teatri, l’aria umida dell’erba intorno ai palchi estivi, il fremito di certi applausi e il tremore di alcune incertezze. Certe giornate, come nel resto della vita, lasciano un’impronta più profonda di altre. Mi piacerebbe condividere brevemente una mia esperienza che, tra tante, è stata per me molto significativa e vitale. Il ricordo è vicino, datato 7 settembre 2024, giorno in cui il mio carissimo amico Matteo D’Agostino, straordinario chitarrista, si è sposato con Patrizia, che per l’occasione ha pensato di fargli una sorpresa indimenticabile, ingaggiare uno dei miti musicali assoluti di Matteo (ed anche mio!) il flautista-sassofonista Jorge Pardo. Per chi non lo conoscesse basti dire che ha suonato per anni nello storico gruppo di Paco De Lucia e più recentemente ha vinto un Grammy per un album composto insieme a Chick Corea. Per approfondire https://es.wikipedia.org/wiki/Jorge_Pardo_(músico). 



Immagino già l'atmosfera di festa, il vino, la gioia, la condivisione… molti dei presenti erano musicisti…

L’atmosfera era naturalmente gioiosa, parecchi degli invitati lo conoscevano e condividevano la nostra emozione, gli altri sapendo che c’era un famoso musicista tra di loro che si sarebbe esibito, erano eccitati ed incuriositi. Le prove nello stanzino (io suonavo sul tavolo), prima di salire sul palco, avevano il sapore dell’avventura totale: si stabilivano stop, cambi di tempo e di tonalità mai provati, con pochi minuti per memorizzarli, con grande gioia e divertimento, con la voglia di metterci alla prova, sull’orlo dell’incertezza. Tutto andò magnificamente, la musica fu la pietra preziosa di una delle più belle serate che ricordi, i due sposi furono splendidamente onorati e la serata proseguì al tavolo tra brindisi e risate, insieme a Jorge, persona straordinariamente profonda, come musicista e come essere umano. L’atmosfera del palco per noi era completamente diversa dalle tante atmosfere diverse vissute in anni di musica: era la festa di due cari amici uno dei quali era lì sul palco con me e Mariano (cantaor e chitarrista straordinario che aveva lavorato in Argentina con Jorge ed era stato il tramite per realizzare questo incontro): tutti noi eravamo lì per fare musica e con la musica festeggiare insieme, senza nessun pensiero professionale e lavorativo. Questi sono solo alcuni dei ricordi di quella giornata (seguita da una fantastica cena a casa mia esattamente una settimana dopo, con Matteo e Patrizia, Mariano e Pilar, Jorge insieme al suo manager Reginaldo e la figlia di quest’ultimo Sayuri, cena coronata da una jam nella mia stanza “intorno a mezzanotte”, grazie al fatto che i vicini erano ancora in vacanza),

Cosa ti emozionava così tanto nel suonare con Jorge Pardo? Lo conoscevi già? 

Avevo visto Jorge esibirsi dal vivo due volte, una volta a Roma con il suo trio storico (con Carles Benavent e Tino Di Geraldo) e una volta all’ EJE (European Jazz Expo) di Cagliari, dove anch’io ero presente per suonare, ed incontrandolo a pranzo in hotel ero andato a salutarlo e a farmi una foto con lui, che gli mostrai subito in questa occasione (nello stesso festival ebbi l’onore di conoscere il chitarrista John Scofield). 

Cosa ti è rimasto dentro di questa giornata e di questo concerto?

Di quel giorno mi resta impressa la veloce scossa elettrica che sentii nel petto la mattina, mentre si scherzava e rideva, suonando sul palco con Matteo e Mariano, durante il sound check. Preso dalla musica e dall’allegria della giornata, sotto il bel sole romano di Settembre, quasi senza memoria e coscienza mi godevo il momento, finché, avvicinandosi mezzogiorno, Matteo mi risveglia, dicendo: “Ragazzi, tra 10 minuti arriva JORGE!”…



















domenica 4 maggio 2025

La poesia e l'entusiasmo

Per la rubrica: Parola ai Poeti NON Artificiali, la chiacchierata con l'autore Stefano Tarquini su questa cosa meravigliosa che è la Poesia. 


Stefano Tarquini è nato a Roma il 28 giugno 1978, e vive a Guidonia. È talent scout letterario e speaker radiofonico presso Read(y), editor di poesia presso Super Tramps Club, ideatore e conduttore del festival di poesia Argini, e del format streaming sulla poesia italiana Sourpoetry. Voce presso la band post core Palkosceniko al Neon, e la band spoken word L’Amorte. Ad agosto 2021 esce la sua prima silloge con Transeuropa “I giorni furiosi”. “Cucina vigliacca” esce ad ottobre 2024 con Giulio Perrone editore, ed è la sua seconda silloge. Inoltre si occupa di poesia a 360 gradi organizzando eventi culturali, reading e open mic praticamente ovunque, poetry lab nelle scuole, carceri e case famiglia.

Quando ti sei accorto che per te la poesia è un'importante forma di comunicazione?

Quando a 40 anni la mia vita precedente si sgretolava e un’altra prendeva forma. Non scrivevo da parecchio, mi ero dedicato di più alla musica andando a suonare in giro per tutta Italia e oltre, perdendo anche un po' di dimestichezza con questa cosa meravigliosa che è la poesia. Poi cercando di raccontare quel preciso mio momento storico è tornata come uno tsunami e non mi ha più lasciato.

Che rapporto hai con la poesia?

Meraviglioso e conflittuale. La pratico e faccio praticare ovunque, soprattutto nei laboratori che tengo con una certa frequenza ed un certo entusiasmo. Scrivo tutti i giorni divertendomi con la parola e con quello che c’è dietro. Porto avanti il mio grande sogno e cioè quello di lavorare come editor di poesia, figura che ancora non è del tutto riconosciuta, mentre invece l’editor in narrativa è una figura professionale sdoganata e a volte supera di fama l’autore del libro a cui lavora.

Poesia è soprattutto lavorare con la parola, quanto conta ancora la parola in questo periodo storico nel suo massimo abuso telematico?

Fa tutta la differenza del mondo. Se ti guardi intorno in ogni campo della comunicazione stiamo rischiando il fondo del barile. Il ventennio di Berlusconi ha distrutto quasi interamente l’impeto culturale di questo povero Paese. Pensa alla piattezza della musica, dei testi che scrivono i ragazzi oggi. Poi se pensiamo all’editoria non ne parliamo proprio, al netto di poche realtà sane infatti, la maggior parte degli editori sono dei tipografi beceri che campano approfittando di gente che per ego smisurato pubblica idiozie pensando di essere poeti. È un tempo veramente buio per la parola.

Come può la parola umana competere o interagire con la parola dell'intelligenza artificiale?

Non c’è storia. E lo dico avendola sperimentata per gioco. Dopo averla istruita infatti restituisce solo piattume e luoghi comuni. L’intelligenza artificiale al momento è buona solo per le ricerche di scienze e poco altro.

Qual è la tua opera in cui ti riconosci di più? Ce ne vuoi parlare?

Mi riconosco solo negli autori che mi scuotono, sono pochi ma fortunatamente ancora ci sono. Mi riconosco quando qualcosa che scrivo mi fa sentire vivo, quindi ti direi la prossima poesia, la prossima silloge. “Cucina vigliacca” mi ha travolto di cose buone e cose orribili, lo ritengo già un capitolo chiuso.



La Poesia può ancora comunicare alle nuove generazioni?

Ovviamente si. La gioia negli occhi dei ragazzi quando faccio i poetry lab lo confermano. Niente è come praticare la poesia con entusiasmo.









 

domenica 27 aprile 2025

Clifford Brown: Il tempo di uno squillo di tromba

Per la rubrica: Archeologia musicale, il percorso che fa il jazz che prende la direzione dell'hard bop, grazie all'incontro di due geni assoluti.

Ha soltanto dodici anni Clifford quando suo padre lo invita a suonare la tromba e, certo, non può immaginare che poggiando le labbra su quello strano tubo d’ottone, che emette suoni striduli e acuti, si possa creare una magia tale da proiettarlo nel firmamento del Jazz mondiale in maniera così fulminea, giusto il tempo di uno squillo di tromba… appunto. Non può immaginare che tutto sia così veloce, troppo veloce, nella sua vita. Tutto brucia in fretta, troppo in fretta. Allora… poggia le labbra sul bocchino, chiude gli occhi e soffia… Soffia e sogna... Nel suo sogno c’è l’incontenibile volontà di imparare tutto molto rapidamente, supportata da una naturale predisposizione. Impara presto, infatti; impara a emettere il fiato, riuscendo a eseguire trentadue battute con un unico respiro, impara a muovere le labbra e la lingua per modulare e intonare le note, a gestire la muscolatura delle guance per evitare sbavature sonore. Impara a dirigere l’aria che passa dal tubo attraverso la giusta digitazione sui pistoni; impara a sincopare i volumi attutendo la campana. Il risultato della sua caparbietà è che, adesso quando suona, la melodia sfila in maniera fluida, in perfetta sintonia con l’armonia… quello che lui fa con la tromba è una magia. Non sembra neanche una tromba; è soltanto suono, l’unico suono che il brano che in quel momento vive possa avere. Il suo talento non passa di certo inosservato; quando ancora frequenta l’università tra i suoi estimatori si possono elencare nomi illustri del panorama musicale come quelli di Dizzy Gillespie e Fats Navarro. Ha soltanto ventidue anni quando completa i suoi corsi di studio ed inizia le collaborazioni con i grandi musicisti dello Swing e del Bebop, come Lionel Hampton e Tadd Dameron. La sua inconfondibile arte riesce a dare un segno sostanziale a registrazioni tenute con Art Blakey e Sarah Vaughan. L’incontro della vita, però, avviene nel 1954, quando entra nell’orbita del geniale batterista Max Roach. Tra di loro l’intesa è totale. Sentono l’esigenza di apportare qualcosa di nuovo alle sempre sperimentali sonorità Jazz; e sanno benissimo che per rinnovare non c’è niente di meglio che andare a scavare nel passato, nelle tradizioni musicali delle proprie radici culturali. Il Blues delle origini è il loro luogo di esplorazione più idoneo. Così prendono le vecchie melodie e ne sviluppano le armonie lasciando più spazio d’improvvisazione agli strumenti. Con loro ci sono anche George Morrow al contrabbasso, Richie Powell al pianoforte e Harold Land (poi sostituito da Sonny Rollins) al sassofono. In questo modo riescono a produrre una nuova sonorità che costituisce la struttura dell’Hard Bop. Dal vivo la loro sintonia arriva a livelli di assoluta meraviglia. Lo stesso succede in sala d’incisione dove nel 1954 registrano “Clifford Brown & Max Roach”, un album che porta semplicemente i loro nomi e che molto più semplicemente è uno dei dischi più importanti della storia del Jazz degli anni cinquanta. Contiene due pezzi straordinari diventati negli anni dei veri e propri standards del genere come Daahoud e il brano che Clifford dedica alla moglie intitolandolo con il nomignolo con cui la chiama nell’intimità e cioè: Joy Spring, oltre ad altri splendidi brani. Nel 1955 è la volta di “Study in Brown” album composto quasi esclusivamente da pezzi originali scritti dai membri della band, come George’s Dilemma e Sandu composti da Brownie (come gli amici chiamano Clifford), Lands End di Harold Land e Jaqui di Richie Powell, ad esclusione, però, di Cherokee, un vecchio standard, che è di Ray Noble, in cui si può apprezzare Clifford in uno dei più eccezionali assoli di tromba di tutti i tempi. Anche nel 1956 si possono contare diverse importanti registrazioni tra cui una tra le più rappresentative del filone Hard Bop, “Clifford Brown & Max Roach At Basin Street”, l’ultimo album inciso prima del tragico incidente che toglie la vita a Clifford, al pianista Richie Powell e la moglie Nancy che guida la macchina. Sono tanti i chilometri che un musicista deve percorrere per raggiungere i posti anche desolati, nei locali più squallidi o meno, pur di esibirsi, racimolare qualche soldo, accendere la luce della propria arte. È una vita passata in strada, a fare i conti con la benzina (sempre poca), e con il sonno (sempre tanto), guidando nelle condizioni più estreme, anche sotto il sole cocente, anche nelle notti burrascose, in cui è facile perdere il controllo. Non è il primo incidente molto pericoloso occorso a Clifford nella sua breve vita, è già sopravvissuto altre due volte. Questo è il terzo ed è quello fatale che lo consegna, nel tempo di uno squillo di tromba… appunto, al firmamento del Jazz e delle anime luminose, a meno di ventisei anni. Non poteva di certo immaginare che la sua vita sarebbe stata così corta ma, anche se lo avesse saputo, avrebbe comunque fatto le stesse cose, perché, da quando ha poggiato le labbra su quel bocchino, la sua vita ha vibrato soltanto nello squillo della sua tromba; uno strabiliante squillo… di tromba. 






Max Roach: